L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 23 novembre 2015

Bce, quatitative easing è una bufala e sole le banche italiane hanno 200 miliardi di buchi nelle loro pance

La liquidità esce dalla porta ma rientra dalla finestra: l’80% dei soldi del «Qe» è parcheggiato a Francoforte


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Evidentemente c’è qualcosa che non sta funzionando come previsto. A marzo la Bce ha avviato il piano quantitative easing europeo, sta cioè stampando nuova moneta attraverso la quale acquista sui mercati titoli di Stato dell’Eurozona e titoli privati per un controvalore mensile di 60 miliardi. L’obiettivo è fornire nuova liquidità alle banche (che incassano anche plusvalenze dalla vendita dei titoli di Stato in portafoglio acquistati a prezzi bassi durante la crisi dello spread nel periodo 2011-2012) al fine di spingerle ad erogare più prestiti a famiglie e imprese.
Lo scopo finale è far ripartire l’economia e l’inflazione. Come ulteriore mossa per esortare le banche a prestare, la Bce ha anche fissato su livelli negativi (-0,2%) il tasso sui depositi presso la Bce, ovvero quello che difatti pagano alla Bce le banche che decidono di parcheggiare presso l’istituto di Francoforte guidato da Mario Draghi la liquidità che non intendono utilizzare al momento nella propria attività ordinaria.
Ebbene, nonostante questo variegato pacchetto di stimoli orchestrato dalla Bce, al momento i dati non sono molto confortanti. Leggendo il bilancio della Bce emerge che le banche dell’Eurozona hanno parcheggiato presso la Bce l’80% della liquidità immessa attraverso il «Qe». Come riporta uno studio di Lyxor, difatti, la gran parte della liquidità del «Qe» non è stata ancora utilizzata.
Così la cinghia di trasmissione del denaro nella catena Bce-banche-prestiti a famiglie e imprese resta piuttosto inceppata. «La creazione di denaro viene interrotta quando le riserve in eccesso vengono accumulate presso la Banca centrale e non diminuite attraverso un'accelerazione dei prestiti all'economia. Ad oggi, le riserve in eccesso ammontano a 566 miliardi di euro, con un costo che è pari a più di 1 miliardo di euro l'anno per le banche private (dato il tasso sui depositi pari a -20bps) - spiega Lionel Melin, strategist di Lyxor -. Nonostante la compressione dei tassi di interesse, il re-leveraging ha molta più strada da percorrere. I prestiti alle famiglie per l'acquisto di case si stanno timidamente riprendendo, ma i prestiti alle aziende sono in ritardo».
Quindi al momento, nonostante il «Qe» il problema delle riserve in eccesso non è migliorato. «Benché in media dal 2008 il 65% dell'iniezione di liquidità fornita dalla Bce sia rimasto a Francoforte (come riserve di liquidità), questa proporzione è salita all'80% da marzo 2015, quando il programma di «Qe» della Bce è iniziato».
La crisi economica che ha colpito l’Eurozona a partire dal 2008 (range in cui l’Italia ha perso 9 punti di Pil reale) ha spinto le autorità verso politiche de-leveraging (riduzione dell’indebitamento). Adesso, per favorire la ripresa, con il «Qe» la Bce sta cercando di favorire nuovo indebitamento, il cosiddetto re-leveraging. Ma, a quanto risulta, le banche private preferiscono restare sedute su una pila di costosi contanti parcheggiati presso la Bce, piuttosto che iniettarli nell’economia reale completando così la cinghia di trasmissione. E preferiscono pagare una tassa alla Bce per parcheggiare pur di immettere tutta la liquidità nell’economia reale.Va detto che l’eccesso di riserve bancarie è un problema che riguarda anche Giappone e Usa, le cui riserve viaggiano nell'ordine del 70-80% della base monetaria. «Tuttavia, la Bce è l'unica fra queste tre banche centrali che impone tassi negativi sui depositi (-20bps), mentre lo stesso tasso per le riserve in eccesso è pari a 25bps per la Fed e 10bps per la Bank of Japan». In Europa le banche pagano per parcheggiare i soldi, mentre negli Usa e Giappone ricevono un interesse dalle rispettive banche centrali.
In realtà non ce la si può prendere con le banche europee. Queste siedono sì su una montagna di liquidità inutilizzata ma devono anche fare i conti con una montagna di crediti deteriorati da smaltire (solo le banche italiane ne hanno in pancia circa 200 miliardi). La verità è che gli ultimi anni di crisi hanno deteriorato il rating medio (livello di solvibilità) di famiglie e imprese europee e quindi gli istituti, pur essendo spronati in tutti i modi dalla Bce ad erogare, lo stanno facendo in modo molto prudenziale, proprio per non accrescere la quota di crediti deteriorati. In più «alcuni timori profondamente radicati sulla deflazione e sulla crescita potrebbero giustificare la mancanza di entusiasmo nel settore immobiliare e degli investimenti imprenditoriali. A meno che l'accesso al credito non sia limitato dagli istituti di credito, formulando richieste di garanzie particolarmente pesanti».
Questa dinamica la si vede anche sul mercato dei mutui. Nei primi 10 mesi dell’anno i mutui sono cresciuti del 92% su base annua. Questo dato va filtrato con il fatto che una buona parte sono surroghe (ovvero miglioramenti di contratti esistenti) e che in ogni caso la percentuale risulta molto alta anche perché confrontata a un 2014 piuttosto magro sul fronte delle erogazioni. Se poi si osserva lo stock di mutui e non solo il flusso delle nuove erogazioni, rispetto all’anno scorso è rimasto praticamente invariato: quindi i nuovi mutui sono andati a compensare quelli che si sono estinti. Allo stesso tempo va detto che le banche sono tornate a fare prestiti ma adottano giustamente in questa fase una politica di pricing differenziato: applicano cioè spread più vantaggiosi per chi chiede mutui percentualmente meno alti rispetto al valore dell’immobile (e quindi ha un rating più elevato) che funge da garanzia, rispetto a chi chiede mutui all’80% o oltre. 

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