L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 21 novembre 2015

Elezioni amministrative, Torino, ci si muove per bande, blocchi di voti per poltrone&soldi&potere questo è il corrotto Pd

RETROSCENA

Moderati per Renzi (e per Verdini)

Pubblicato Venerdì 20 Novembre 2015

Lo zatterone di Portas si prepara a imbarcare la ciurma degli esuli del centrodestra. E per studiare le modalità dell'approdo il premier manda in avanscoperta il fido Lotti. Summit la settimana prossima. Al vaglio possibili modifiche dell'Italicum

Cos’avranno da discutere il renziano di complemento (seppur con i gradi di comandante in capo dei Moderati) e l’ufficiale di collegamento tra il premier-segretario e le truppe di Denis Verdini? Nell’incontro riservato, ma già concordato, che ci sarà la prossima settimana tra Giacomo Portas, per tutti Mimmo, e Luca Lotti gli argomenti non mancheranno di sicuro. Non bisogna lambiccare troppo per prevedere che uno dei punti, se non il principale, all’ordine del giorno del conciliabolo saranno le prossime elezioni. Amministrative, certo, ma anche quelle politiche di là da venire. Torino è una delle piazze dove il Pd a trazione fiorentina potrebbe incontrare difficoltà, fino a ieri impensabili, e la riconferma di uno stanco e demotivato Piero Fassino preoccupa non poco il Nazareno. L’uomo dei numeri, nato e cresciuto tra sondaggi e call center, ormai ben navigato con il suo zatterone in riva al Po, è in grado di scandagliare i fondali e avvertire, forse per primo, incagli e marosi. E la sua carta di navigazione, ma soprattutto, la sua agile galera potrebbe risultare utile a imbarcare la ciurma di alleati “ingombranti” allo scoglio delle urne.
 
Per il voto politico c’è tempo, vabbè, però sia Lotti sia il deputato torinese non sono certo i tipi da farsi piovere addosso le cose, senza aver aperto per tempo l’ombrello e aver pure controllato che non abbia neppure un buco. Prima ci sono le amministrative, è vero. Quelle che Portas, sempre guardando al 2018, ma non rinunciando a prevedere una scadenza anticipata della legislatura, considera un test (oltre che l’opportunità per portare a casa il risultato, fornendo all’alleato Pd la consolidata lealtà, che a Torino per esempio vale pur sempre un 10 per cento). Ma le grandi manovre che incominciano ad essere studiate con un largo anticipo sono calibrate sul bersaglio grosso, che per non pochi degli attuali parlamentari posizionati non saldamente al centro equivale a una roulette russa. Indovinare il colpo per evitare di essere fatti fuori definitivamente dal Parlamento, più precisamente non riuscire a tornarvi. E piuttosto che trovare una porta sbarrata dalle urne e dall’Italicum (pur con possibili modifiche), meglio bussare a un’altra… Portas.
 
È proprio a questa transumanza, all’imbarco sullo zatterone moderato di salvataggio gonfiato e messo in acqua al tempo giusto dall’ex bersaniano torinese che questi, insieme a Lotti, si sta preparando. Forte del suo network basato sul marchio in franchising che gli fa contare un migliaio di amministratori locali sparsi per il Paese, Portas è per il partito di Renzi qualche cosa di più di un semplice alleato, una banale stampella. È la terza via per quegli elettori che non votano più a destra, ma non se la sentono di passare la matita copiativa sul simbolo del Pd. Ma è anche la via verso una probabile rielezione per almeno qualche attuale parlamentare della galassia centrista e anche ex berlusconiana, altrimenti destinato a dire addio per sempre al Palazzo. Non di meno, e lo sa bene Lotti che è l’esponente del Giglio Magico di Matteo Renzi più prossimo a quegli ambienti, i Moderati possono rappresentare una sorta di centro di permanenza temporanea per quei personaggi che gran parte dei dem non ne vuole sapere assolutamente di vedere nella lista del partito: dai verdiniani agli alfanoidi delusi.
 
Non è un caso – nulla lo è mai per Portas – se allo storico nome Moderati, nel simbolo recentemente registrato il deputato dai trascorsi berlusconiani ha aggiunto “per Renzi”. Semmai ne avesse ancora di vecchi manifesti, gli basterebbe un foglio con su scritto il nome del premier e coprire quel “per Bersani” di qualche anno fa. Il copia incolla funziona: alle comunali dell’anno prossimo sotto la Mole la versione prevede i “Moderati per Fassino”. Della partita saranno pure i reduci della disfatta montiana. Tra di essi c’era chi pur ribadendo la lealtà al premier, quel “per Renzi” lo aveva immaginato in un più smorto e meno impegnativo “per l’Italia”. Delusi, ingoieranno il rospo: Portas va avanti per la sua strada e visto che quelle percorse fino ad oggi non lo hanno mai condotto dalla parte sbagliata, magari andrà meglio pure per loro che non vedono l’ora di scrollarsi definitivamente pure i pelucchi del loden. Per restare in pista lo sostituirebbero pure con il giubbotto di Fonzie.
 
Portas e Lotti sono uomini pratici e di sofismi non ne vogliono sapere. Così come non sfugge loro che per preparare lo zatterone moderato, calcolarne i posti e fare le esercitazioni di imbarco ci vuole tempo e calma. E bisogna pure evitare pericolose rincorse. Difficile, quindi, immaginare almeno a breve la costituzione di gruppi alla Camera, così come al Senato. Più che una faccenda di numeri è una questione di opportunità. Meglio restare ognuno là dove si è (compreso lo stesso Portas nel gruppo dem e Michelino Davico (ex leghista) nel Gal a Palazzo Madama) e lavorare più o meno sottocoperta. Al momento opportuno per far salire a bordo chi vede la salvezza, non ci sarà neppure bisogno di un colpo di fischietto. La via d’uscita per cercare di non uscire dal Palazzo ha una sola Portas.

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