L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 24 novembre 2015

Giorgio Napolitano, il testimone ordina al giudice, che ubbidisce, che la sua testimonianza per le stragi di Falcone e Borsellino non serve. L'Italia è un paese corrotto dove l'ingiustizia e le diseguaglianze predominano, tutti sono invitati a non rispettare le regole

L’autogol di Napolitano, testimone irrilevante

guadagnini rossella c giorgio barbagallo














Il calcio ha le sue ragioni misteriose che la ragione non conosce. Osvaldo Soriano

di Rossella Guadagnini

C’era una volta un’udienza, fissata per il prossimo 14 dicembre a Palazzo Giustiniani a Roma. C’era una volta e ora non c’è più. Che è accaduto mai, che non si possa fare? “E’ irrilevante”, disse la Regina, anzi il Re, in questo caso Giorgio Napolitano, nostro ex Capo dello Stato. “Un bi-Presidente in un processo che si è già tenuto per tre volte?”, domanderete voi. E per tre volte tutto è stato stravolto, anzi deviato causa depistaggio - come scivolare in un labirinto di bugie - e alla quarta volta finalmente…  Beh, alla quarta volta, l’ex presidente stabilisce che il suo intervento, come uomo delle istituzioni per circa mezzo secolo e come ri-Presidente, malgrado ora ‘ex’, è irrilevante. Nemmeno la Regina di Lewis Carrol (antesignana dell’Isis che voleva far “mozzare il capo” ad Alice nel Paese delle Meraviglie) sarebbe arrivata a tanto. Non è solo questione di numeri a rovescio, ma dicomportamenti a rovescio.

“Ma quali?” chiederete voi. Come mai un uomo che è stato per due volte presidente della Repubblica e per cinquant’anni  nella politica italiana giudica irrilevante un suo intervento e manda tutto all’aria come un castello di carte? Eccesso di modestia o di stress? Come mai non trova il tempo e la voglia, non trova l’energia e la forza di farsi ascoltare da una Corte d’Assise che ritenendo – fino a poco prima – rilevantissima la richiesta di una sua audizione, tanto da trasferirla per rispetto e considerazione nella città dell’audito (Roma), malgrado la costosa trasferta e fissarla, fino a che non è arrivata una lettera – questa sì, inaudita – dell’audito? Semplicemente “perché è inutile”. A suo giudizio. E ha trovato anche che, tutto considerato, il capitolato della testimonianza ammessa era eccessivamente esteso. Meglio tagliare, dunque, e ancora meglio cancellare.
“E la Corte?”, proseguirete voi. La Corte, strano ma vero, consente. Di più, si è rimangiata impavida in un sol boccone la convocazione del testimone.  Un boccone che ha ruminato per cinque ore, va detto; tanto almeno è durata la decisione, che s’immagina sofferta, a rischio di andare di traverso e far soffocare. Si è accorta, d’un tratto, di aver già acquisito elementi a sufficienza sul contesto sociale e politico dell’Italia del ’92, in cui avvennero le stragi di Capaci e via D’Amelio, in virtù di quanto già testimoniato. Da altri: Giuliano Amato, Claudio Martelli, Liliana Ferraro, Pino Arlacchi. Perciò Giorgio Napolitano, che allora era presidente della Camera, non sarà ascoltato come testimone al processo Borsellino quater. Una decisione presa successivamente all’arrivo della lettera, in cui ha spiegato ai giudici come una sua eventuale deposizione, non avrebbe aggiunto nulla a quanto già dichiarato sugli stessi temi nell’altro dibattimento sulla trattativa Stato-mafia. Potenza delle Poste.
“Ma erano altri giudici e un altro processo!”, esclamerete voi. Forse già conosceva le domande che gli avrebbero rivolto e si sa che i bis non richiesti possono risultare noiosi. A domandare che l’ex capo dello Stato deponesse al Borsellino quater è stato l’avvocato Fabio Repici, difensore di Salvatore Borsellino, il fratello del magistrato ucciso in via D’Amelio, costituitosi parte civile nel processo.  Ora alcuni hanno poi detto (e scritto): ha ‘vinto’ Napolitano. Ma a guardare meglio non pare così. Quello di Napolitano è stato un autogol clamoroso, che lo fa ‘vincere’ perdendo. Non solo e non tanto come ‘testimone irrilevante’, ma come Capo di Stato che dimostra così scarso interesse per l’accertamento della verità e scarsissimo desiderio di far affermare la giustizia.
E con lui perdiamo tutti. Ci perde la Corte d’Assise di Caltanissetta, la famiglia del giudice ucciso e i parenti delle altre vittime che vedono diminuite di molto le loro speranze di far chiarezza sulla morte dei loro cari. Ci perde l’Italia delle istituzioni e quella dei cittadini. Ci perde anche la storia. Perché se, come ha precisato Paolo Mieli nell’ultimo suo libro sulla memoria, la storia non si fa con i processi e non si scrive nelle aule dei tribunali, pure da qualche parte occorrerà cominciare. E da qualche evento. E da qualche fatto, magari accertato e di grande rilevanza. Oppure no: che non si è voluto accertare, su cui è calato il silenzio, su cui si sono spenti i riflettori, su cui è meglio tacere, non dire, non ricordare. “Shhh!”, insomma, irrilevante.
Ossia per fare la storia è meglio partire dal silenzio. E’ lì che si annida tutto, nel silenzio. Un silenzio lugubre, in quanto – come ha ricordato lo stesso Salvatore Borsellino – è nel silenzio che si consuma la morte in Sicilia. Tutto il contrario di quanto accade oggi con l’Isis, dove anche i cani morti (je suis a chien) trovano – giustamente – condivisione e sostegno da parte della pubblica opinione. Mentre noi non ne siamo capaci. Non siamo capaci di condividere lo sdegno, di condannare l’impudenza del potere, di opporci a quello che avviene sotto i nostri occhi, che è avvenuto in passato e potrebbe avvenire di nuovo. Ci vorrebbe un grande drammaturgo per descrivere quello che accade in Italia, tra tragedia e farsa. Ci vorrebbe coraggio. Ma Shakespeare, un inglese, è morto e noi pure non ci sentiamo troppo bene.

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