L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 30 novembre 2015

Gli euroimbecilli verso il baratro per la loro insipienza, dobbiamo accelerare il processo con tutte le nostre energie

Così l'Europa rimasta a metà rischia di disintegrarsi

Un ottimista a oltranza può trarne motivo di conforto. Dopo anni in cui il mondo intero (Fmi, Casa Bianca, partner europei, la comunità degli economisti quasi al completo) ha urlato in ogni modo, ma inutilmente, a Berlino che doveva aumentare gli investimenti statali, per compensare con una espansione in Germania la contrazione del resto d'Europa, finalmente la spesa pubblica tedesca sta aumentando. Troppo poco, troppo tardi: la consolazione è magra. Ma è significativa la ragione dell'aumento: l'accoglienza ai rifugiati.
Le due crisi - l'euro e l'ondata migratoria - si toccano. Il presidente della Commissione, Juncker ha reso il legame esplicito: senza la libera circolazione delle persone assicurata dalle norme di Schengen - oggi messa in crisi dalle ondate di rifugiati che si muovono da paese a paese e dalla minaccia terrorista che scavalca le vecchie frontiere - la moneta unica che le stesse persone possono spendere in ogni angolo dell'Eurozona "non ha senso". Lo stesso collegamento lo fanno gli avversari di Juncker: chi vuol chiudere le frontiere ai rifugiati, in Germania, sono gli stessi euroscettici dell'Afd o quelli mascherati della Csu.

Euro,
rifugiati e Schengen non sono solo tre crisi che si susseguono una a ridosso dell'altra. Anzitutto, si sommano. La lunga crisi dell'euro, nota, Angelos Chryssogelos, della London School of Economics, ha, in realtà, svuotato le riserve di buona volontà e di iniziativa dei governi, di fiducia fra i partner e di credibilità dei vertici politici rispetto alle loro opinioni pubbliche, che oggi sarebbero cruciali per navigare la crisi delle frontiere. Ma le due emergenze si assomigliano anche. In tutt'e due è cruciale il ruolo decisionale della Germania. ma in tutt'e due è cruciale anche il ruolo di capro espiatorio della Grecia. Molto si è parlato, negli ultimi anni, di espulsione della Grecia dall'euro. Un pericolo, per ora, scongiurato. Ma Atene si trova ad essere, oggi, il ponte preferito attraverso cui migliaia di profughi si incamminano per raggiungere il centro d'Europa. E qualcuno si chiede apertamente se, anziché far saltare Schengen, non sarebbe sufficiente estrometterne la Grecia.

I paralleli fra le due crisi vanno molto più in profondità. Paul de Grauwe, che, alla stessa Lse, dirige gli studi europei, sottolinea che si tratta di due casi in cui l'Europa si è fermata a metà. Nel caso dell'euro, si è varata la moneta unica, ma i bilanci statali sono rimasti separati. Così, in caso di recessione, deficit e debito salgono nei paesi deboli, la finanza li abbandona, andando a premiare i paesi più forti e allargando le divisioni. Nel caso di Schengen, si sono abolite le frontiere, ma polizia e intelligence sono rimasti separati e non esiste un pattugliamento comune dei confini esterni. Il risultato è che, con l'euro, i governi, di fronte ai movimenti di capitale, non possono più garantire la stabilità economica. E con Schengen, prosegue de Grauwe, gli stessi governi, in assenza di una integrazione delle polizie, non possono garantire la sicurezza. In più, ricorda Chryssogelos, aver concentrato i poteri, sia in materia di euro che di frontiere, sui governi piuttosto che sulla Commissione, ha reso il processo decisionale sistematicamente vischioso, faticoso e mai tempestivo.

La scommessa dei padri fondatori che avviare il processo di collaborazione fra i paesi avrebbe automaticamente portato all'integrazione, perché non esistono alternative, rischia di non pagare affatto. Al contrario, aver lasciato le cose a metà non significa necessariamente che verranno completate. Può anche voler dire che verranno smantellate. L'Europa non è lontana da un bivio come questo.
 
(28 novembre 2015)

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