L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 24 novembre 2015

Portogallo, la crisi politica è stata creata dagli euroimbecilli e dagli statunitensi che non vogliono far rispettare la volontà elettorale che rifiuta l'austerità e l'Euro

PORTOGALLO, SETTIMANA DECISIVA PER LA CRISI POLITICA?

 23 novembre 2015
Anibal Cavaco Silva
Anibal Cavaco Silva
Dopo le elezioni del 5 ottobre scorso, il Portogallo è sprofondato in una crisi politica per certi versi inattesa, che ha allarmato il resto d’Europa seppure su versanti diversi. Da un lato, i difensori dello status quo e della cosiddetta stabilità, che si oppongono ad affidare la golden share del governo al Partito comunista, dichiaratamente ostile all’euro e alla condivisione delle scelte politiche ed economiche con Bruxelles; dall’altro, coloro che rivendicano il primato del Parlamento e il rispetto del risultato elettorale, dopo che il Partito socialista ha accettato di formare un fronte unitario sia con il Blocco di sinistra (formazione paragonabile a Syriza) sia con il Partito comunista (a sua volta alleato con i Verdi, con i quali forma da tempo un’unica aggregazione politica).
La crisi si è accentuata dopo il 10 novembre scorso, quando in Parlamento il governo formato dal premier uscente Pedro Passos Coelho non ha ottenuto la fiducia, fermandosi a 107 voti favorevoli (tutti quelli su cui i due partiti di centro-destra possono contare in questa legislatura) su un totale di 230. La scelta del presidente della Repubblica Anibal Cavaco Silva di affidare a Coelho l’incarico di presentare un governo nonostante non potesse contare su una maggioranza parlamentare non si può comunque considerare una manovra anti-democratica: la lista unitaria di centro-destra è stata quella più votata alle ultime elezioni, e nel paese si sono già insediati, negli anni scorsi, governi di minoranza tenuti in vita dall’astensione di uno o più partiti dell’opposizione.
È stato invece il rifiuto, da parte di Cavaco Silva, di affidare un incarico anche al leader del Partito socialista Antonio Costa (che potrebbe invece formare un governo contando sull’appoggio esterno della sinistra radicale) ad aver spaccato l’opinione pubblica portoghese ed europea, in quanto ha finito per sterilizzare sostanzialmente il risultato del voto popolare. La settimana scorsa c’è stato un nuovo giro di consultazioni del capo dello Stato, nel corso del quale, oltre ai partiti, sono stati ricevuti anche gli amministratori delegati dei principali gruppi bancari del paese e i leader sindacali, ma che è servito soprattutto a prendere tempo. Oggi, alla fine, il capo dello Stato ha affidato a Costa un incarico esplorativo, vincolato al perseguimento degli impegni di bilancio presi con le istituzioni europee: una clausola che ha mandato su tutte le furie il Partito comunista, che a tali condizioni potrebbe ora ritirare il suo appoggio esterno a un governo guidato dal leader socialista.
L’ingorgo istituzionale è complicato dalla scadenza del mandato di Cavaco Silva tra due mesi, quando si terranno le nuove elezioni presidenziali (primo turno il 24 gennaio, eventuale ballottaggio il 14 febbraio). Ma nell’ultimo sondaggio il candidato di centro-destra, Marcelo Rebelo de Sousa, appare in larghissimo vantaggio rispetto alla candidata socialista Maria de Belém, per cui la situazione potrebbe rimanere bloccata anche dopo questo passaggio. La Costituzione portoghese, inoltre, non consente che si torni al voto per il rinnovo del Parlamento prima che siano trascorsi sei mesi dalle elezioni precedenti (quindi non prima di aprile 2016).
Al momento, quindi, Passos Coelho resta premier ma può gestire solo l’ordinaria amministrazione: ciò significa che non è stata ancora presentata, ad esempio, la legge di bilancio. Il Parlamento può invece lavorare a leggi di propria iniziativa, come è accaduto giovedì scorso, quando l’Assembleia da Republica ha approvato, in prima lettura, la legge che consente l’adozione per le coppie gay.
Questa settimana sarà in ogni caso decisiva: se Costa riuscirà a conservare l’accordo con i partiti della sinistra radicale, potrebbe presentare a stretto giro la lista dei ministri e ottenere la fiducia in Parlamento. In caso contrario, lo scenario di un governo “di gestione” in carica fino ad aprile diventerà più concreto, sempre che la crisi politica non si trasformi, a causa di questo immobilismo, in crisi finanziaria: a quel punto anche l’ipotesi di un governo di unità nazionale potrebbe diventare realtà. Molto dipenderà, poi, dalla tenuta della leadership di Costa all’interno del Partito socialista, reduce da un risultato elettorale deludente: finora la fronda interna contraria all’accordo con la sinistra radicale non ha preso iniziative eclatanti, ma le loro mosse andranno monitorate anche nelle prossime settimane.

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