L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 11 dicembre 2015

Arexpo-Expo, i rimasugli e sogni

Che cosa resta di Expo? (oltre Giuseppe Sala)

Che eredità ci lascia Expo? Un quasi candidato sindaco, la valorizzazione fondiaria ed immobiliare dell'operazione... L'analisi di Alberto Abo Di Monte.

ALBERTO ABO DI MONTE
mercoledì 9 dicembre 2015 15:10

di Alberto Abo Di Monte*
Che cos'è oggi l'Expo? Se ne parla come se esistesse ancora, ma le immagini cantieristiche dello smontaggio, del movimento-terra, dell'evidenza che ci vorranno almeno tre anni per tornare a calcare il sito espositivo con un progetto compiuto, non ci sono.
Eppure l'esposizione universale è presente nel dibattito politico con i suoi protagonisti e la sua "legacy", un modo curioso che abbiamo per definire un'eredità comunque incalcolabile prima che a dicembre siano pubblicati i bilanci degli enti pubblici coinvolti. Cosa resta dunque di Expo 2015? Anzitutto fondi di magazzino di gadget, avanzi di brand rimasti incollati su bottiglie di birra e decalcomanie sui palazzi della città. Banche, mezzi pubblici, ricordi di partnership talmente pervasivi da divenire via via parte del paesaggio urbano.
In secondo luogo c'è Giuseppe Sala, amministratore delegato e commissario straordinario dell'evento, già direttore generale del Comune in epoca Moratti, oggi novello candidato renziano (avrebbe fatto tanta gola pure a Berlusconi) per un cambio di rotta "liberal" capace di archiviare ogni velleità arancione nel solco dell'immaginario turistico e manageriale della partita-expo. Sala vuole garanzie per la sua candidatura, raccoglie al centro ma non ama le primarie all'ombra dell'albero della vita.
Se a destra nessuno sa ancora che pesci pigliare, lo scontro in corso alla (sua) sinistra tra Majorino e la vice-sindaco Balzani, pare architettato appositamente per facilitargli le cose, spartendo su due nomi le preferenze di opposizione al primus inter pares. I risultati si avranno a inizio febraio, anzi no a marzo, o forse a fine mese, non si sa. In città si discute più della data che della.."vision", come direbbe qualcuno.
Passando dagli argomenti seri a quelli importanti, dopo l'estetica e la politica quel che resta di Expo è anzitutto la valorizzazione fondiaria ed immobiliare di un'operazione che, se in Regione ha agevolato la costruzione di un pacchetto di autostrade inutili e in città un'antipatica bolla dei prezzi (ristorazione, ricettività...), a partire da giugno 2015, deve cambiare passo.
Non restano che sei mesi di tempo per smontare tutti i padiglioni nazionali ed una buona parte delle strutture di servizio, ad eccezione del Padiglione Italia, l'albero della vita ed altre preziose testimonianze architettoniche, prima che nella società Arexpo (quella che gestisce i terreni) facciano ingresso il governo e Cassa Depositi e Prestiti al fine di traghettare il sito verso l'edificazione di un polo scientifico-tecnologico di ricerca, università e impresa.
Dietro la retorica dei maker e degli startuppari, prende forma un moto rotatorio che, in senso orario, punta a ridefinire l'assetto accademico e urbanistico di diversi spicchi della città. Il rettore dell'Università degli Studi di Milano, senza peraltro che il senato accademico dell'ateneo sia stato consultato in proposito, avrebbe intenzione di spostare sul sito le sue facoltà scientifiche. Il costo dell'operazione oscilla poco sopra i duecento milioni di euro.
La sede attuale di città studi andrebbe parzialmente abbattuta e parzialmente ceduta al Politcenico di Milano per un'operazione complessiva di compravendita di terreni ed edifici valutata in quattrocento milioni di euro. Con gli spazi così ricavati, il Politcecnico avrebbe poi interesse ad accorpare tutte le sue facoltà, lasciando l'attuale sede di Bovisa e portando design e ingegneria nuovamente in direzione di Città Studi.
L'intero indotto economico dell'universo universitario attende ansiosamente il balletto. Di fronte a tali cubature il renziano progetto "Milano 2040", con i suoi 70000 mq, pare poca cosa. Eppure gli appetiti di Assolombarda invitano a tenere lo sguardo aperto su una partita che va a scadenza nel 2018 e i cui giochi sono tutti ancora da fare. Quel che appare chiaro è che, una volta spenti i riflettori, sul palco le scenografie vengono spostate celermente in attesa del prossimo show.
I presagi parlano di ulteriori investimenti statali, i furbi di un altro giro di carte alle porte, gli attenti di una finestra sulla Milano del 2020, a misura di vetrina o di abitante, starà a tutte e tutti noi deciderlo.

*Testo tratto da Zero Violenza per gentile concessione dell'autore. 

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