L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 20 dicembre 2015

Gli euroimbecilli, a cominciare da Renzi che non porta a casa niente, non vogliono capire che in Europa comanda la Germania

Forma e sostanza

di Adriana Cerretelli19 dicembre 2015

Matteo Renzi (Afp)

Matteo Renzi ieri se ne è andato «molto soddisfatto» dal vertice di Bruxelles. Soddisfatto di aver tirato diversi sassi nello stagno europeo facendo il dettagliato contrappunto alle posizioni di Angela Merkel che non condivide, prima di tutto sul sistema europeo di garanzia dei depositi bancari. 

Soddisfatto di aver ricordato a tutti i colleghi che «un'Unione più sociale e meno austera, più attenta ai valori e meno alle banche, è cruciale per creare l'Europa dei figli e non solo dei padri». In breve, di aver dimostrato che è ora per l'Italia di «uscire dalla cultura della subalternità». 

Risultati concreti? Nessuno. Il no del cancelliere alla mutualizzazione dei rischi bancari è stato perentorio quanto quello ben noto del suo ministro delle Finanze, Wolfgang Schauble. «Non c'è spazio oggi per la mutualizzazione delle risorse», cioè per un euro-meccanismo di assicurazione dei depositi fino a 100mila, ha tagliato corto ieri Merkel.

In questo specifico caso però la diffusa insofferenza al vertice verso «i capricci dell'enfant terrible», «il mattatore dei no a raffica», per citare alcune delle definizioni più gettonate, non è venuta tanto dall'esondazione verbale del premier quanto dalla sua denuncia di quell'insostenibile difetto strutturale dell'unione bancaria. Già nata pesantemente imperfetta, proprio per l'ostinato rifiuto tedesco di europeizzarla davvero.

Il terzo pilastro dell'integrazione non è un optional ma il corollario indispensabile di un sistema che funzioni in modo coerente e credibile e non dia vita invece alla solita finzione unitaria, all'ennesima Europa a due velocità.

Dove i ricchi prosperano attingendo ai propri fondi per garantire i propri risparmiatori, rimediare agli errori di gestione delle proprie banche e magari anche comprarne i concorrenti più deboli a prezzi stracciati. E dove i più deboli restano ingabbiati nella nuova rete di controlli della supervisione europea, nei nuovi meccanismi di risoluzione delle crisi, regole di bail-in comprese, che bandiscono il ricorso ai fondi pubblici senza al contempo creare il polmone di un fondo comune che rassicuri almeno i depositanti più piccoli e vulnerabili. 

L'incongruenza del sistema è palpabile: se non riparata al più presto, potrebbe alla lunga sfiancarlo fino a farlo saltare. Non a caso questa volta con l'Italia ci sono quasi tutti, oltre che Bce e Commissione Ue. Del resto Mario Draghi ieri ha ribadito con forza l'urgenza del terzo pilastro sulla sicurezza dei depositi fino a 100mila euro, paventando nell'inazione anche il rischio, prima o poi, di downgrading delle banche. 

La Germania però resta inamovibile e probabilmente lo sarà fino a dopo le elezioni dell'autunno del 2017. Come dire che il problema non sarà realisticamente affrontato in modo costruttivo fino al 2018. Ma può l'Europa bancaria passare indenne un biennio di integrazione a compartimenti stagni? Berlino ripete niente condivisione dei rischi a livello europeo finchè i rischi non saranno ridotti: in chiaro, finchè le banche non ridimensioneranno gli asset in titoli sovrani. Boccia, quindi, il processo parallelo sui due piani, spalmato su 8 anni, promosso dal grosso degli europei, istituzioni comprese. 

Tanto per rifiutare una volta di più qualsiasi possibile mediazione, all'ultimo Ecofin, e per la prima volta, Schauble non si è limitato ad attaccare il concetto di mutualizzazione dei rischi, secondo il piano di Bruxelles per creare nel 2024 il meccanismo europeo di garanzia dei depositi, ma ha minacciato di denunciare per questo la Commissione Ue in Corte di Giustizia. E avvertito la Bce a non uscire, appoggiandone la proposta, dai paletti che i Trattati Ue le impongono. 

Dopo aver negoziato e accettato, sempre per le solite accese resistenze tedesche, un'unione bancaria con la supervisione limitata agli istituti sistemici e un fondo di risoluzione anti-crisi che sarà europeo solo nel 2024 se tutto andrà bene, si deve presumere che l'Italia sapesse bene che cosa significava in concreto anche l'entrata in vigore delle nuove regole di bail-in, mirate a evitare ai contribuenti i costi di salvataggi o fallimenti bancari chiamando in causa i privati, azionisti, obbligazionisti e correntisti oltre i 100mila euro. Perché non furono proposte clausole di salvaguardia, eccezioni, periodi transitori per temperarne i morsi? 

Non ci si può accorgere, sempre e regolarmente a cose fatte con la nostra fattiva collaborazione, che l'Europa ha gli occhi strabici e siamo noi a rimetterci per primi. Sta tutta qui la fragilità delle sassate di Renzi al vertice, quella che guasta la credibilità anche delle cause giuste. E consente alla Germania di ascoltarci in modo distratto e purtroppo senza grande convinzione. Perché per cambiare le cose, anche l'Italia deve cambiare per diventare un Paese al di sopra di ogni sospetto. 

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