L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 13 dicembre 2015

Integrazione vuole dire essere consapevoli della propria identità, della propria appartenenza e questo comporta ad accettare le altre identità, le altre appartenenze


L’INTERVISTA

Wael Farouq: «L’Isis imprigiona l’Islam

e vuole distruggere lo “spazio pubblico”»

di Giuseppe Di Fazio
Versione stampabileSend by email
A un mese dagli attentati di Parigi, colloquio con il docente egiziano esperto di cultura musulmana
«L’Isis vuole distruggere gli spazi pubblici, vuole dividere il mondo in bianco e nero, in buoni e cattivi, in credenti e non credenti. La lezione da trarre dai fatti di Parigi è rendersi conto che lo spazio pubblico sono gli altri, con la loro cultura, la loro religione, il loro cuore». Wael Farouq, intellettuale musulmano tra i più aperti al dialogo, non è tenero con l’islamismo radicale che vuole «imprigionare i valori della civiltà islamica», ma al tempo stesso avverte l’Occidente: «Quando la laicità diventa ideologia, è molto più distruttiva di qualsiasi religione radicale». Egiziano, 41 anni, Farouq è docente all’Università americana del Cairo, e da alcuni anni tiene corsi di lingua araba e di strategie comunicative all’Università cattolica di Milano.    

Dopo i fatti di Parigi di un mese fa, il nostro motivo più ricorrente per vincere la paura sembra essere: “torniamo al bistrot”, o “torniamo in discoteca e nei vari Bataclan che popolano le nostre città”. Perché, secondo lei, abbiamo difficoltà a lasciare aperte le grandi domande sulla vita e sulla morte che quei fatti portano alla nostra ragione e alla nostra convivenza?
«Morte e vita non sono significati da contemplare o raggiungere, non esistono al di fuori di una concreta esperienza umana. Adesso, passata la tempesta di rabbia e paura, possiamo guardare un po’ più da vicino cosa è realmente successo a Parigi. Dal punto di vista di Isis, ciò che è successo a Parigi è un passo avanti nel loro progetto di dividere il mondo in bianco e nero, buoni e cattivi, credenti e non credenti. Hanno voluto distruggere gli spazi pubblici in cui è impossibile distinguere, dal punto di vista religioso e culturale, una persona dall’altra, dove la convivenza fra appartenenti a religioni e gruppi etnici diversi è evidente. Questa convivenza è possibile solo in luoghi dove si godono la bellezza, la gioia e la felicità delle cose semplici della vita. Gli uomini dell’Isis chiamano questi luoghi “la zona grigia” e secondo loro deve essere distrutta. Ma proprio questa zona grigia è l’unica nostra speranza di uscire dal cerchio della violenza».    

Secondo lei questi spazi pubblici, per poter accogliere tutti, devono essere necessariamente neutri?

«L’errore è il non rendersi conto che lo spazio pubblico sono “gli altri”. Lo spazio non può essere pubblico se non ci sono gli “altri”. Se, invece, trattiamo lo spazio pubblico come la presenza di altri, senza che questi debbano subire riduzioni di sé, allora lo spazio pubblico può generare significato, non solo per quanto riguarda la vita e la morte, ma anche per qualsiasi azione della vita quotidiana. Tornare ai teatri, agli stadi, ai ristoranti è una risposta a questa violenza solo se capiamo che non sono luoghi vuoti, ma spazi di presenza che vanno oltre i nostri pregiudizi e le nostre aspettative. Lo spazio pubblico dovrebbe essere la finestra di un mondo magico fatto di bene e bellezza. I parigini hanno sconfitto paura e terrorismo proprio nel momento in cui hanno trasformato il loro spazio privato in uno spazio pubblico, aprendo le porte delle loro case agli stranieri bloccati nella città sotto attacco. Questo fronteggiarsi simbolico fra i terroristi che cercavano di distruggere lo spazio pubblico e i parigini che cercavano di allargarlo incarna perfettamente la morte e la vita».    

I jihadisti che hanno colpito a Parigi non sono estranei alla nostra cultura. Anzi, c’è chi – come l’orientalista Olivier Roy – sostiene che essi siano figli del nostro nichilismo. E’ d’accordo?
«Sì, ma solo in parte, perché esistono altri popoli e altre culture occidentalizzate che non vanno in giro a uccidere nessuno. I terroristi di Parigi, in realtà, incarnano l’incontro fra il nichilismo di due civiltà, quella islamica e quella occidentale. Nel primo caso, la cultura islamica contemporanea, sia dal punto di vista intellettuale, sia dal punto di vista pratico, è diventata una prigione per i valori della civiltà islamica. Le tradizioni religiose sono diventate più importanti dell’esperienza religiosa, la forma è diventata più importante della persona, più della sua mente, del suo cuore e della sua coscienza. Per questo è diventato possibile uccidere e morire in nome della “forma” e accettare, in nome di quest’ultima, di sacrificare la persona. Nella civiltà occidentale, invece, esistono grandi valori ma sono stati svuotati di significato. Prendiamo la libertà, per esempio. Oggi tutti la santificano, ma al tempo stesso vediamo che l’origine di questo valore non sta nella conoscenza, nell’amore o nell’attenzione verso l’altro. Al contrario. Tutti sono liberi, perché a nessuno importa degli altri. Detto in altre parole, i terroristi di Parigi rappresentano l’incontro fra il significato imprigionato dalla forma e una forma svuotata di significato».    

Julia Kristeva chiama in causa il concetto di laicità affermatosi con l’Illuminismo, in particolare l’esclusione del diritto di credere dallo spazio pubblico. C’è forse da ripensare il rapporto fra ragione e fede?
«Non è stata solo Julia Kristeva a criticare questo concetto di laicità, ma anche Jürgen Habermas e tutti quei pensatori che vedono chiaramente i pericoli di trasformare la laicità in laicismo. Quando la laicità diventa ideologia, è molto più distruttiva di qualsiasi religione radicale. Il vero problema è l’integrazione per mezzo della “rimozione”: per integrare i musulmani, per esempio, c’è chi pensa che si debba rimuovere la croce, o che per integrare gli omosessuali si debba aggredire la letteratura e la cultura della famiglia. È un modo di vedere ristretto e rigido che considera lo spazio culturale come uno spazio limitato, nel quale, a causa del “sovraffollamento” di culture, si deve togliere un po’ di spazio a una per darlo a un’altra. Ma la natura dello spazio culturale umano è proprio quella di essere senza limiti. Invece di cercare cosa rimuovere, dovremmo cercare cosa aggiungere e come costruire ponti».  

Nessun commento:

Posta un commento