L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 23 dicembre 2015

La Rai che non è servizio pubblico è occupata da Renzi, il canone Tv verrà pagato da lui e dal corrotto Pd

La riforma della Rai di Matteo Renzi è legge. Dopo nove mesi ok del Parlamento, superpoteri a Campo Dall'Orto


Barbara Acquaviti, L'Huffington Post
 22/12/2015 


 











Quasi una settimana di ritardo e qualche intoppo di troppo in Senato. Ma alla fine,dopo (solo) nove mesi, la riforma della Rai by Matteo Renzi ha avuto il via libera definitivo: varata dal consiglio dei ministri il 27 marzo di quest’anno, dopo tre passaggi parlamentari, e nonostante a palazzo Madama la scorsa settimana sia mancato per ben due volte il numero legale proprio sul voto finale, taglia il traguardo la legge che nelle intenzioni del presidente del Consiglio dovrebbe lasciare i partiti fuori dalla soglia di viale Mazzini.
“Se la maggioranza vuole mettere le mani sulla Rai, basta che stia ferma e si affidi alla legge Gasparri”, diceva allora il premier. Eppure, è esattamente questa l’accusa che viene rivolta dalle opposizioni a Matteo Renzi. O meglio la denuncia è di aver fatto fuori tutti i partiti per fare posto ad uno solo: il suo. Convinzione che nasce dalla struttura della nuova governance che prevede la creazione della figura diun amministratore che ha a disposizione super-poteri finora inarrivabili per i suoi predecessori: può firmare contratti fino a 10 milioni di euro e ha massima autonomia sulla gestione economica, può nominare i dirigenti anche se per le nomine editoriali deve avere il parere del Consiglio di amministrazione.
È previsto che venga nominato dal cda su proposta dell'assemblea dei soci (dunque del Tesoro). Ma una norma transitoria affida già quel ruolo all’attuale direttore generale. Ossia, Antonio Campo Dall’Orto, storico frequentatore della Leopolda. Insomma, uomo di fiducia, che il premier ha voluto a capo della nuova tv pubblica.
Sarà dunque lui a gestire nei prossimi giorni le nomine e le indicazioni dei nuovi direttori di rete e delle testate. E a quel punto la sua Rai, e quella di Matteo Renzi, prenderanno definitivamente forma. Qualche mossa, per la verità, l’ha già fatta, cominciando qui è lì a lasciare la sua impronta. Una su tutte: la nomina di Carlo Verdelli nel ruolo, creato ad hoc, di direttore editoriale dell’offerta formativa. Di fatto, una cancellazione del vecchio progetto di Luigi Gubitosi di ridurre le testate in due newsroom (con annesso taglio di posti di lavoro ma anche di poltrone da assegnare). Ma non solo: nascono anche la direzione creativa e quella digitale, nella pratica una triade di dirigenti, uno staff, che fa riferimento direttamente a Antonio Campo Dall’Orto. Il quale, raccontano, pare intenzionato invece a fare a meno di altri vice.
Non c’è dubbio che quello delle nomine sarà il momento della verità per questa riforma della governance Rai: allora si vedrà quanto e, soprattutto, se davvero i partiti saranno rimasti fuori dai giochi. O se questa, come accusa l’opposizione, non sia semplicemente la tv pubblica di Matteo Renzi.
Il problema è che la politica già è entrata in questa Rai, con la nomina in pieno agosto dell’attuale consiglio di amministrazione, i cui componenti sono stati eletti dalla commissione di Vigilanza con le regole della legge Gasparri. Dunque, dichiaratamente, sulla base delle indicazioni dei partiti. Così come la scelta di Monica Maggioni nel ruolo di presidente non poteva che essere il frutto di un accordo trasversale, in questo caso Pd-Forza Italia.
La riforma varata oggi, in realtà, stabilisce criteri di nomina differenti che però saranno applicati soltanto al prossimo giro. I componenti saranno sette e non più nove come ora: quattro eletti da Camera e Senato, due nominati dal governo e uno designato dall'assemblea dei dipendenti. E’ inoltre prevista la figura del presidente 'di garanzia', che viene nominato dal cda tra i suoi membri, ma deve ottenere il parere favorevole della Commissione di Vigilanza con i due terzi dei voti.
Ma per la Rai targata Matteo Renzi c’è un’altra novità che arriva dalla legge di Stabilità: il pagamento del canone, che scende a 100 euro, attraverso la bolletta elettrica. Un tentativo di abbattere l’altissima evasione su questa tassa. Secondo un rapporto di Ricerche & Studi Mediobanca, con questo nuovo sistema, l'introito aumenterebbe di circa 420 milioni rispetto ai 1.569 del 2014.


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