L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 23 dicembre 2015

la rotta di collisione tra Mattarella e Renzi era inevitabile, rispettoso delle regole e delle istituzioni il primo, incompetente e distruttivo il secondo

Bankitalia: Mattarella
“bacchetta” Renzi

di Arturo Diaconale
23 dicembre 2015EDITORIALI
 
Sergio Mattarella non è un Presidente interventista alla Giorgio Napolitano. Non ha alcuna intenzione di svolgere funzioni politiche che esulano dal suo mandato di massimo rappresentante dell’unità della nazione. Ma non sembra per nulla disposto a rinunciare ad essere il garante ed il punto di equilibrio indispensabile per le istituzioni repubblicane. Non sarà un presidente prepotentemente interventista, ma non è neppure un presidente assente e passivo. E senza alzare la voce, forzare i toni, mostrare i muscoli e menare fendenti sembra deciso ad usare la pacatezza per ribadire che con le istituzioni non si può giocare.
In questa luce si comprende come il suo discorso di Natale lo abbia posto in una posizione di oggettiva contrapposizione rispetto al Presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Gli aedi di regime si sono ben guardati dal sottolineare come la difesa del ruolo della Banca d’Italia fatta dal capo dello Stato costituisca un richiamo fin troppo chiaro al Premier artefice di una forse inconsapevole delegittimazione dell’Istituto di via Nazionale compiuta con l’investitura a supremo arbitro della Repubblica di Raffaele Cantone. Ma il senso delle parole di Mattarella è proprio questo. E la inequivocabile e scontata conseguenza politica della vicenda è che da adesso in poi il Premier non può più contare sulla sponda passiva del Quirinale, ma deve inserire Mattarella nel novero ormai quasi infinito di chi lo guarda con timore e preoccupazione.
Può essere che a Renzi la faccenda non lo preoccupi eccessivamente. Ormai sembra quasi preoccupato di moltiplicare i suoi avversari interni ed esteri. Ma mettersi in rotta di collisione con il Quirinale non è un segnale di particolare avvedutezza. Alla luna provoca solo accidenti!

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