L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 7 dicembre 2015

Parigi&Roma, Fronte Unico per l'uscita dall'Euro e contro questi politicanti, il corrotto Pd, che pensano solo a potere&soldi

06/12/2015

LE ELEZIONI IN FRANCIA


«Politica screditata Marine ultima chance»


Il politologo Orsina: «Non è solo paura Fn vincerà perché incarna la speranza»





MARINE LE PEN CAMPAIGN MEETING, LILLE

«Non solo "sicurezza" ma anche la richiesta del ripristino della politica potente». Per Giovanni Orsina, docente di Storia contemporanea e Sistemi politici europei alla Luiss ed editorialista de La Stampa , non è solo l’effetto del 13 novembre ad aver lanciato Marine Le Pen in testa ai sondaggi. E se le proiezioni delle Regionales dovessero essere confermate, quello che attende il Front National è l’occasione definitiva per rispondere a quelle «domande-speranze» che la Francia profonda invoca, «anche se a mio avviso sono quasi impossibili da realizzare».
Professore, quello di oggi potrebbe un giorno storico per la politica francese: la conquista anche di una sola Regione per il Front National è giudicata come la rottura definitiva dell’argine. Che cosa cambierebbe?
«Più che legittimazione sarebbe la prova di governo. Che poi è sempre il punto cruciale di questi partiti: l’obiezione che viene fatta, infatti, è che oltre alle parole d’ordine - pure convincenti - non si sono mai messi alla prova dal punto di vista amministrativo. Già il Front National su questo fallì: su un precedente tentativo di natura amministrativa. La vittoria, insomma, sarebbe un segnale che questo tipo di posizioni sta acquistando peso e che potrebbero presentarsi alle elezioni del 2017 dicendo "noi abbiamo fatto bene, abbiamo dimostrato di saper fare concretamente"».

Lei ha spiegato l’avanzata del populismo come una «nostalgia della politica potente». Si spiega così in Francia l’affermazione del Fn?
«Sì, e ciò è strettamente collegato al tema della sovranità. Questo discorso vale particolarmente per movimenti come il Fn che sono legati al tema dello Stato che deve essere in grado, a loro avviso, di difendere i cittadini e di ristabilire il controllo politico. Se non è il tentativo di ripristinare una politica in grado di incidere sulla vita dei cittadini non so cos’altro lo sia».

Diversi commentatori della rive gauche attribuiscono alla «collera» per gli attentati del 13 novembre l’avanzata di Le Pen. È così oppure lei è riuscita a intercettare anche le richieste della Francia profonda, soprattutto quella «periferica»?
«Credo sia un combinato disposto. Che ci sia un elemento di richiesta di sicurezza fortissimo è evidente. Così come esiste un sentimento di rabbia, di frustrazione e di desiderio di difendere la propria comunità contro quello che è percepito come un attacco dall’esterno. Tutte queste sono componenti forti, ma il discorso è anche più generale. Non c’è dubbio che avvenimenti come gli attentati "aiutino" questo partito, però il tema è anche l’assenza di alternative. La domanda è: perché gli altri partiti non sono più in grado di intercettare una determinata frustrazione, una determinata domanda-speranza?».

Perché?
«Noi siamo stati abituati a una politica che, bene o male, certi problemi li risolveva: le pensioni, il servizio sanitario e un certo livello di sicurezza, così come i diritti sul lavoro. La mia impressione è che gli elettori non si rassegnino a non avere più questo. Per cui la sinistra che prometteva certe cose non è assolutamente più in grado di mantenere queste promesse: nel momento in cui si innesta questo meccanismo parte dell’elettorato va verso chi reputa possa rispondere a quelle richieste. Anche se sono quasi impossibili oggi da soddisfare - per me c’è un elemento di fuga dalla realtà - il riflesso è comprensibile».

Gli analisti più attenti hanno riconosciuto la capacità di Le Pen di separare, nel contrasto al terrorismo, immigrazione da religione. Un modo per parlare ai francesi musulmani che guardano al Fn come partito che difende chi ha già acquisito una posizione in Francia rispetto all’immigrazione incontrollata. Abilità o strumentalizzazione?
«Molto intelligentemente Le Pen sta sfruttando la retorica egemone, che è appunto quella del "modello repubblicano", volgendola a proprio favore. Una cosa che funziona particolarmente bene perché questo si fonda su una forte componente laica. Anche questo mi sembra in linea con quello che chiamano "l’accentramento" della Le Pen. In Francia, poi, ci sono talmente tanti musulmani dentro che questo discorso va fatto: molti sono integrati, votano. Infine, come spiega Marco Tarchi che separa estrema destra classica e il populismo contemporaneo, quest’ultimo non è razzista. Il problema, insomma, non è costruire i "buoni" e i "cattivi" ma proteggere la comunità. Chi sta fuori resti fuori, perché non abbiamo possibilità ulteriore di accoglienza, però chi sta dentro ormai è dentro».

Lo scenario oggi è di tre partiti che si contendono la Francia. Ha ancora senso l’union sacrée contro i Le Pen?
«L’eventualità dell’alleanza contro il Fn per Sarkozy e i Republicains sarebbe micidiale. Molto meno per i socialisti, anche per questo Valls l’ha invocata. Il problema è che se si fa l’unione contro Le Pen si sancisce un riallineamento del sistema politico intorno a una frattura differente: tra establishment e populismo. Siccome il Fn è anche di destra i Republicains finirebbero schiacciati sull’establishment, e nei fatti schiacciati a sinistra».

Antonio Rapisarda 

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