L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 7 dicembre 2015

Siria&Parigi, Ankara è frenetica fa saltare regole internazionali una dopo l'altra ma soprattutto fa affari con Isis/al Qaeda

Sconfinamenti e affari con l’Isis, la Turchia è accerchiata: accuse da Iraq e Iran. E la Russia non molla


In queste ore la Turchia sembra più isolata. Certo protetta da un ombrello americano sempre aperto, visto che non troppi giorni fa il presidente Barack Obama l’ha “difesa” nella disputa sul jet russo abbattuto nello spazio aereo turco dicendo che il Paese ha il diritto al rispetto dell’integrità territoriale, ma circondata da accuse di due governi mediorientali che si sommano al pressing russo. Mentre infatti come nuova mossa per punire i turchi colpevoli di aver abbattuto il jet militare, le autorità di Mosca pensano a una risoluzione Onu con gli Stati Uniti per colpire chi fa affari col califfo, Ankara viene attaccata da Baghdad e Teheran. Pare dunque che nella variegata coalizione anti-Isis di 65 Paesi vi siano alleati mediorientali che aiutano poco la campagna americana - si stima che i raid degli alleati arabi in Siria siano stati solo il 5% del totale - e chi invece stia eccedendo in zelo.
Iraq contro Turchia, le truppe turche a Mosul
Premier e presidente a a Baghdad attaccano la Turchia per l'ingresso in Iraq di almeno 150 soldati turchi, 1.200 secondo fonti Usa, che si sono posizionati nella regione di Mosul.
Mosul è la capitale del Nord iracheno, centro petrolifero la cui presa nel 2014 segnò un salto di qualità dell’Isis in ascesa qualche mese prima la proclamazione del califfato, città di un milione di abitanti, capitale della provincia di Niniveh, i cui tesori sono stati distrutti dalla furia iconoclasta dei terroristi, oggi roccaforte dell'Isis in Iraq. Niniveh è anche la regione riconquistata il 13 novembre dai peshmerga curdi in cui sono state trovate almeno 16 le fosse comuni - dice oggi la portavoce dell'Alto Commissariato Onu per i diritti umani, Cecile Pouilly - intorno a Sinjar, città abitata in maggioranza da yazidi, minoranza non sunnita brutalizzata dall’Isis.
Il governo iracheno chiede oggi «il ritiro immediato» dei militari da Mosul e condanna «la grave violazione della sovranità irachena». Il premier Haider al-Abadi tramite il suo ufficio conferma che «un reggimento con carri armati e artiglieria è entrato in territorio iracheno, ufficialmente per addestrare gruppi iracheni, senza la richiesta o l'autorizzazione dalle autorità federali irachene». Si fa sentire anche Fouad Massoum, il presidente iracheno condanna la «violazione delle regole e del diritto internazionale» che aggrava le tensioni nella regione. Massoum chiede alla Turchia di ritirare i militari e invita il ministero degli Esteri a prendere le misure necessarie per garantire il rispetto della sovranità e dell'indipendenza del Paese.
Il governo turco si difende. Ahmet Davutoglu dice che i soldati turchi fanno attività di routine e addestramento a protezione della zona; inoltre la Turchia non mira al territorio di nessun Paese e non aumenterà le azioni militari in Iraq. Da Antalya il ministro degli Esteri Cavusoglu esorta i russi a continuare a dialogare, e solo Erdogan non sfoggia oggi toni concilianti sulla crisi innescata dal jet abbattuto: la Turchia, dice, troverà alternative al gas e al petrolio che compra dalla Russia.

In queste ore gli unici a difendere l’iniziativa turca nel nord dell’Iraq sono i peshmerga curdi che precisano tramite comunicato che il contingente fa parte di un programma di addestramento a rotazione e ha solo funzioni di protezione (i peshmerga schierati nella zona di Bashiqa sono leali al presidente del Kurdistan iracheno Barzani, tradizionalmente in buoni rapporti con la Turchia). Secondo gli sciiti di Unità per la mobilitazione popolare, invece, le forze turche si preparerebbero a partecipare all'offensiva su Mosul.
Il governo federale di Baghdad si regge su un equilibrio tra sciiti, sunniti e curdi, e non accetta che i turchi si siano mossi da soli senza informare il governo iracheno per rispondere a una richiesta di sunniti e curdi. Ufficialmente il governo iracheno non accetta nessun tipo di truppe straniere: al-Abadi aveva già criticato l’annuncio dell'invio di forze speciali Usa per la lotta all'Isis avvertendo che qualsiasi arrivo sarà considerato «un'aggressione».
Iran contro Turchia per il petrolio all’Isis
È stata definita “la coalizione dei due”. Una coalizione dentro una coalizione, ovvero l’alleanza di Russia e Iran contro l’Isis all’interno della più larga coalizione anti-Isis ma col perseguimento dello stesso obiettivo in Siria: la difesa del presidente Assad, alleato di Mosca e, in quanto alawita-sciita, dell’Iran. Non sorprende quindi che anche l’Iran si metta nella scia russa e accusi la Turchia e gli ambigui rapporti economici che intrattiene con l’Isis.
Da Teheran arriva così una conferma alle accuse russe alla Turchia sul traffico del petrolio esportato dall'Isis. «Se il governo turco non ha informazioni sul commercio di petrolio da parte dell'Isis nel suo Paese, siamo pronti a metterle a sua disposizione» dice Mohsen Rezai, segretario del Consiglio per il discernimento (organo che risolve le controversie tra Parlamento e Consiglio dei Gardiani). Sono le stesse parole usate dai russi qualche giorno fa. I consiglieri militari iraniani in Siria, dice Rezai citato da Irna, «hanno fatto foto e filmato tutto il percorso dei camion che portano il petrolio dell'Isis in Turchia, prove che possono essere rese pubbliche». «Importanti novità sulla cacciata dell'Isis e dei gruppi Takfiri saranno rese note il più presto possibile» dice Rezai, politico conservatore già candidato alle presidenziali, di recente rientrato negli alti ranghi delle Guardie della rivoluzione.
Rezai ha anche sottolineato che i Paesi impegnati nella lotta contro il terrorismo dovrebbero mantenere la calma e concentrare tutte le energie sulla guerra all'Isis: un riferimento alle tensioni tra Russia e Turchia per il jet militare russo abbattuto dalla contraerea turca.


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