L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 27 gennaio 2016

2016 crisi economica, il sistema bancario mondiale è pieno di carta straccia, ora è il momento di pagare i conti dei falsi bilanci

Rimbalzo già finito. Ora allacciamo le cinture

Le borse europee hanno chiuso tutte in calo, abbastanza contenuto per le più forti, ma piuttosto significativo (-2%) per il nostro Ftse-Mib, pesantemente penalizzato da nuovi e forti ruzzoloni delle banche









Macché estensione del rimbalzo! Appena il petrolio ha smesso di salire, senza neppure riuscire ad arrivare a contatto con la resistenza di area 34 dollari, i mercati azionari hanno dimenticato l’esuberanza un po’ forzata di giovedì e venerdì e sono tornati alle tristi riflessioni sulla crescita mondiale e sul destino delle banche, che hanno caratterizzato l’inizio di questo difficile 2016.
Nel lungo ed auto celebrativo World Economic Forum tra le nevi di Davos, dove il Gotha della finanza mondiale ha celebrato l’annuale rito massonico per pianificare i business dell’anno, la comunicazione ufficiale da fornire al popolo è stata come sempre rassicurante, seppure sia trapelata un po’ di sorpresa per il “bizzarro” comportamento dei mercati in questo strampalato inizio d’anno.
Eppure la fiducia sulla crescita mondiale, che continuerà trainata dalla locomotiva americana, nonostante il rallentamento controllato della Cina, sulla stabilità del sistema bancario mondiale, che dopo anni di cure delle varie autorità di vigilanza è in situazione ben diversa da quella del 2008, sulla paterna assistenza delle banche centrali, il cui denaro, ancora gratis per anni, rappresenterà la cintura di castità delle borse, che potranno continuare a salire appena infastidite da qualche rigurgito di volatilità di quando in quando.
Eppure i mercati, esaurita la nervosa ripulitura degli eccessi ribassisti con un paio di giorni di esuberante rimbalzo, realizzatosi quasi in fotocopia sul mercato del greggio e su quelli azionari, ieri hanno subito una repentina battuta d’arresto. Il rimbalzo delle borse asiatiche, che erano in ritardo rispetto alla buona chiusura americana di venerdì, ha illuso per poco tempo quelle europee. Già dopo pochi minuti sono passate in negativo, una volta constatato che il petrolio non riusciva a rimanere sopra i 32 dollari, ma lasciava sul terreno un dollaro secco. Poi il pomeriggio, constatato che gli indici USA non avevano affatto voglia di estendere il rialzo di venerdì, hanno fatto un altro passo indietro, insieme al petrolio, che ha abbandonato anche i 31 dollari e, dopo la chiusura dei mercati europei, è atterrato persino ben sotto quota 30, rimangiandosi tutto il rialzo di venerdì scorso.
Le borse europee hanno chiuso tutte in calo, abbastanza contenuto per le più forti, ma piuttosto significativo (-2%) per il nostro Ftse-Mib, pesantemente penalizzato da nuovi e forti ruzzoloni delle banche.
Quello sulle banche italiane sta diventando un film dell’orrore, nonostante le rassicurazioni a piene mani di Renzi, Padoan, di tutti i manager interessati delle banche stesse e persino di Davide Serra, il gestore del fondo hedge Algebris, arruolato a rassicurare sulla solidità del sistema italiano.
La severa punizione che i mercati hanno dato al sistema bancario italiano nei primi 20 giorni di gennaio  è stata sbrigativamente archiviata dai media, dal governo italiano e persino, implicitamente, dalle parole di Draghi in Conferenza Stampa, come errore di comunicazione della Vigilanza BCE, che non ha adeguatamente spiegato che la richiesta di informazioni a 6 banche italiane su come gestiscono le sofferenze era motivata solo da esigenze di arricchimento culturale e non preludeva ad alcun provvedimento restrittivo nei loro confronti. Anzi, a brevissimo sarebbe arrivato anche il benestare sulla miracolosa Bad Bank, che avrebbe ripulito i bilanci delle banche italiane, permesso a Serra ed ai suoi compari gestori di fondi avvoltoio di guadagnare sull’acquisto delle sofferenze a prezzo stracciato, e, tanto per non farci mancare nulla, avrebbe creato una crescita aggiuntiva tra 1 e 2 punti di PIL, grazie al ritorno in massa delle banche italiane a far prestiti in allegria.
Il mercato ha assecondato l’operazione Valium per due giorni, con gli shortisti a prendere profitto e qualche cacciatore di monnezza a prendersi il rimbalzo. Ma ieri la percezione di una realtà den diversa da quella edulcorata dai politici nostrani si è di nuovo imposta. La Bad Bank non sarà gratis e causerà necessarie ricapitalizzazioni per quelle che vorranno utilizzarla. La Commissione UE impedirà l’uso di soldi pubblici e i fondi avvoltoio non vorranno pagare le sofferenze più di 20 centesimi. Siccome la copertura delle sofferenze a livello di sistema è intorno al 40% (stanno intorno al 50% le grandi banche quotate), la cessione al 20% del valore nominale lascia un buco da coprire del 40% (80 miliardi) a livello di sistema. Riusciamo ad immaginarci le banche italiane nel 2016 a caccia di 80 miliardi di aumenti di capitale?
Il problema delle banche sembra assumere comunque una dimensione globale, come nelle crisi finanziarie degne di tal nome. I problemi di quelle italiane si chiamano sofferenze. Quelli di alcune grandi banche europee si chiamano derivati. Tra le tedesche Deutsche Bank nel 2016 ha già perso il 26% (peggio di alcune banche italiane) ed è vicina ai minimi del 2009,  Commerzbank il -21%. Quelle francesi sono in perdita di poco inferiore al -20%.
Ma anche quelle americane, solidissime, secondo la vulgata corrente, grazie al trattamento FED post grande crisi, stanno subendo dai mercati un trattamento simile a quelle europee. L’indice settoriale americano ha subito quest’anno finora una batosta del -17%, del tutto simile a quella del settore bancario europeo. In America il problema si chiama insolvenza dei debitori del settore energetico, allegramente finanziati senza troppe garanzie quando lo shale oil era la moda del momento e che ora non pagano più nemmeno gli interessi.
L’avvitamento di questa prima parte dell’anno ci lancia un avvertimento molto importante, perché assomiglia alla spirale che nel 2007 partì dai mutui subprime e contagiò tutta l’economia mondiale. Tutti oggi rassicurano. Il problema è che tutti lo fecero anche allora.
Intanto ieri SP500, con un calo del -1,56%, ha ricoperto interamente la barra di rialzo di venerdì.
Stamane l’indice giapponese Nikkei ha perso oltre il 2%, ma soprattutto l’indice cinese di Shanghai, con un fragoroso -6,4%, ha infranto di circa 100 punti il supporto chiave di 2.850, il minimo della terribile scivolata di agosto e ci consegna un lugubre segnale di continuazione del ribasso.
La settimana che stiamo vivendo è importantissima. Se Wall Street, con il suo indice SP500, la chiuderà sotto 1.860, negherà il tentativo di rimbalzo che in extremis è riuscita ad effettuare venerdì scorso e fornirà una conferma che l’orso è proprio in mezzo a noi, ed ha abbattuto il toro.

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