L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 30 gennaio 2016

Banca Etruria, bancomat per il clan dei Boschi e del corrotto Pd

Quei prestiti a vuoto di Etruria all'azienda rossa di zio Boschi

In dieci anni Stefano Agresti ha ricoperto numerosi incarichi di comando nelle imprese (poi fallite) che succhiavano soldi all'istituto di Arezzo. Oggi si è riciclato in Svizzera

La storia della famiglia Boschi sta diventando una sorta di «Dallas» dei tempi moderni. Una telenovela dai contorni grotteschi che intreccia affari e politica, soldi e partiti, banche e società.




Ma anche padri, madri, cognati, fratelli, figli e, da ieri, anche zii. L'uomo del momento non è più Pierluigi Boschi, del quale si è chiacchierato per settimane, ma il cognato, Stefano Agresti, il fratello della moglie Stefania e, dunque, lo zio di Maria Elena. Per anni lavora nel gruppo Saico, azienda leader nei forni da verniciatura, intrecciata alla storia di Arezzo e a quella dei partiti che qui hanno sempre fatto il bello e il cattivo tempo: Pci, Pds, fino al Pd. Lui, partito da Spoleto con un semplice diploma da ragioniere in tasca, si ritrova a ricoprire incarichi importanti, affiancato da uomini di partito e faccendieri locali. Le aziende che presiede, gravitano attorno alla sinistra aretina, e sono tutte (o quasi) fallite: dall'aprile 2001 è socio accomandante della «Ayr di Luciano Baielli & C.» (cessata nel 2012). Baielli, «il ragioniere» come si fa chiamare, è amministratore storico della Saico e deus ex machina del Pd. Fino al gennaio 2002 Agresti è amministratore unico della «Saico Co.» di via delle Biole, oggi in liquidazione, e fino al marzo 2010 consigliere della medesima società. Fino al novembre 2006 è amministratore unico anche della «Ayr Srl» di Laterina (in liquidazione) e fino al marzo 2010 ha l'incarico di amministratore delegato di questa azienda. Ma la parte interessante arriva con la «Saico Refinish Srl» (49 dipendenti per fabbricazione di macchine industriali) con sede a Laterina, a pochi metri dalla casa dei Boschi. Stefano Agresti è sia amministratore delegato che presidente del consiglio di amministrazione fino al marzo 2010. Partita a dicembre 2006, a maggio 2011 è già fallita e Agresti lascia un buco di 11 milioni e 231mila euro.
Ma non finisce qui: fino all'aprile 2010 è anche consigliere di un'altra azienda satellite del gruppo Saico, la «Boss engineering Srl» (che produce forni industriali) e pure della capofila «Saico Spa» (in liquidazione). A corto di poltrone, zio Stefano si fa dare dalla famiglia Zucchi, quella dell'impero orafo Unoaerre, un posto da consigliere nella «Società cooperativa lavoro Ar Uno», anche questa finita in liquidazione con un buco di quasi un milione. La famiglia Zucchi, per inciso, ha incarichi amministrativi anche in Saico.Quando il gruppo comincia a precipitare, dopo il 2008, accumulando enormi debiti anche nei confronti di Banca Etruria (circa 10 milioni di euro), Agresti è a capo di una serie di aziende, la più importante delle quali la Saico Refinish (la prima a fallire), e consigliere di amministrazione di altre. «Banca Etruria ci è rimasta dentro con tutte le scarpe. Una commistione vergognosa con l'azienda. Etruria era esposta per tanti milioni senza garanzie: dal 2008 iniziano finanziamenti a pioggia a Saico senza possibilità di essere recuperati», conferma l'avvocato Daniele Occhini che seguiva i dipendenti iscritti alla Cgil.

«Quei crediti erano di qualità pessima. Soldi dati in maniera scriteriata, crediti in sofferenza e percentuali di recupero nemmeno quantificabili. Li chiamavano crediti ma erano inesigibili», gli fa eco il collega Stefano Arrighi che difende la Ipc Srl di Michele Mosconi, una piccola impresa di logistica che ci ha rimesso 150mila euro. Un buco che supera i 100 milioni. Nel settembre 2010 parte il concordato. Il macchinista dell'operazione è Paolo Nicchi, presidente di Energia & Ambiente Srl, uomo forte del Pd, ex vicesindaco ed ex presidente della Fiera Antiquaria. Fonda una società ad hoc, la SE Ambiente, con una sospetta sede legale a Granarolo, che si assume i debiti delle quattro aziende facendosi rilasciare una fideiussione da 5 milioni di euro da una società finanziaria di Napoli, poi sparita nel nulla. La SE Ambiente fallisce nel febbraio 2013, dopo appena 7 mesi dalla sua costituzione. Come tutte le telenovela che si rispettino alla fine della storia c'è sempre una fuga. Da due anni Stefano Agresti fa il consulente per la «Saico Zero» di Stabio, in Svizzera: «Non sapevamo di avere il parente di un ministro a lavorare con noi». Beati loro.

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