L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 26 gennaio 2016

Davos, entro il 2040 con l'attuale modello (ceo-capitalism) si perderanno per sempre il 40% degli attuali posti di lavoro

Il cameo di Riccardo Ruggeri

I super-ricchi non sono certo uno scandalo se i soldi se li sono fatti lecitamente, ma questo, purtroppo, capita molto di rado

 di Riccardo Ruggeri editore@grantorinolibri.it @editoreruggeri 


Il World Economic Forum di Davos (WEF) è l'evento più idiota che le classi dominanti potessero inventarsi: ogni anno le si ritorce contro. Nato con scopi alti e nobili (grazie, professor Schwab), si è via via ridotto a una passerella sulla neve ghiacciata di «bolliti» (politici, finanzieri, economisti, supermanager, regolatori, intellò) che discutono argomenti seri in modo salottiero. I report sono scritti da consulenti strapagati, assemblano copia-incolla risibili, sembrano quel piatto-fuffa che nelle pizzerie chiamano «insalatona» (8 ), ad Alba «insalata 51» (45 ), 51 frammenti assemblati di foglioline multicolori, germogli appena nati, cereali invecchiati, gherigli di noci.
In contrapposizione al Wef, è nato lo speculare Wsf («social» in luogo di «economic»). Un cine-panettone l'uno, d'essais l'altro.
L'ong inglese Oxfam (Wsf?), con perfetto tempismo, ha pubblicato due dati che per anni forniranno sintesi magiche per i talk show. Eccoli: 1. Circa 60 milioni di ricchi hanno accumulato un patrimonio pari a quelli del 99% della popolazione mondiale (circa 7 miliardi); 2. I più ricchi dei ricchi, appena 62 individui, posseggono ricchezze pari a quelli del 50% della popolazione mondiale, cioè 3,5 miliardi di persone. Questi individui dalle «ricchezze usuranti» sono figli del modello liberista? Certo, che piaccia o meno a tutt'oggi è il migliore di tutti gli altri modelli, specie quello statalista-comunista che dopo 70 anni di applicazione si afflosciò in modo indegno. Il tema non è il patrimonio dei ricchi, sacrosanto, ma le modalità con cui viene costruito.
Un esempio che conosco perché ho lavorato per lui, come consulente, Michele Ferrero (32° in classifica, con 23,4 mld). Un genio assoluto, mai conosciuto uno che fosse un grandissimo innovatore di prodotti e al contempo un grandissimo markettaro (in senso alto, dominava tutte le infinite pieghe di questa complicata cultura). Ha costruito un tale patrimonio euro su euro, rispettando le leggi, nessun aiuto dallo stato, nessun rapporto con le banche d'affari, con la borsa, con la politica, sempre al servizio dei clienti, rispettoso, molto di più, dei diritti del territorio albese e dei lavoratori (mai un'ora di Cassa, mai un licenziamento). Paternalista? Ebbene sì, paternalista, ma con i suoi quattrini. Sacrosanto che la Famiglia Ferrero sia molto, molto ricca.
Esempio opposto. Alla morte di Steve Jobs (la vedova Jobs è 45°, con 19,5 miliardi), il New York Times (sic!) si chiedeva «Se Steve fosse vivo sarebbe in galera?» Il punto interrogativo era pleonastico? Penso di sì. Che Jobs fosse un genio assoluto nessun dubbio, però ha finto per tutta la vita che il primo paragrafo del Sherman Antitrust Act non esistesse, si dice abbia perseguito una lunga serie di reati, ne cito solo uno, gigantesco, le «opzioni retrodatate». Sapendolo molto malato, i magistrati hanno tirato per le lunghe le indagini in modo che morisse libero? Così tutti i suoi colleghi della Silicon Valley, di Wall Street: se gratti, se ne salvano pochi. Guardando le foto dei 62 epuloni, secondo banali criteri di fisiognomica (sia chiaro, nessun valore scientifico) mi fiderei solo dei due italiani (Ferrero e Del Vecchio), dello spagnolo Ortega (Zara), dei fratelli Koch.
Il Wef ha discusso il tema: «Quarta rivoluzione industriale». Questa causerà, scrivono, entro il 2020 un calo dell'occupazione di circa 5 milioni di posti di lavoro, interessando tutti i settori, tutti i paesi. A causa dei cambiamenti tecnologici e della digitalizzazione ne scompariranno 7 milioni, se ne creeranno 2 milioni. In fondo 5 milioni è numero risibile, così la proiezione a tre anni data, quindi, risibile l'intero documento. Ha lo spessore scientifico culturale di un dolcetto-scherzetto a scoppio ritardato. Chissà perché non hanno avuto il coraggio di riprendere l'analisi di Google: entro il 2040 con l'attuale modello (ceo-capitalism) si perderanno per sempre il 40% degli attuali posti di lavoro. Questo sì che è un numero credibile e che dovrebbe terrorizzarci. Invece nulla.

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