L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 30 gennaio 2016

Due euroimbecilli si vedono e litigano di come dare tre miliardi alla Fratellanza Musulmana Turcal la stessa che rovescia in Europa migliaia e migliaia di migranti


Da Angela Merkel, Matteo Renzi minaccia la sfiducia a Juncker. Rassicurato dai sondaggi riservati di Palazzo Chigi



RENZI MERKEL






“Il 13 gennaio del 2015 la Commissione europea ha adottato una comunicazione sulla flessibilità. Questo per noi è punto di riferimento: non stiamo chiedendo di cambiare le regole, stiamo chiedendo che siano applicate senza equivoci. La flessibilità è stata la condizione dell’elezione di Juncker a presidente della commissione europea. Io non ho cambiato idea: spero non lo abbia fatto nemmeno Juncker”. A colloquio per oltre un’ora con Angela Merkel a Berlino, Matteo Renzi mette sul piatto la sfiducia a Jean Claude Juncker. E torna a casa soddisfatto del riconoscimento ottenuto dalla Cancelliera, nonché per gli ultimi sondaggi riservati di Palazzo Chigi. Recitano così: sale l’indice di confidenza degli italiani sul futuro, dal 31 per cento di dicembre oggi è al 41 per cento. E il Pd è al 34,8 per cento contro il 32,9 di dicembre. Il M5s è al 22,6 per cento contro il 25,1 di fine 2015.
A Berlino la minaccia su Juncker, presidente eletto a Strasburgo con un accordo tra Pse, Ppe e liberali, è all’interno di un ragionamento pacato, ma fermo con la Cancelliera. “Angela, noi siamo disponibili a fare la nostra parte sul pacchetto Turchia. Ma quei soldi devono uscire dal bilancio europeo e non pesare sul debito pubblico italiano”, dice il premier. E’ la nota più dolente per Angela, sotto pressione in patria per la sua scelta di aprire ai migranti siriani, tanto che proprio oggi ha dovuto siglare un patto di coalizione per inasprire le regole, rendere più difficili i ricongiungimenti familiari e più facili le espulsioni.
Lei tenta di ribattere: “Il pacchetto Turchia è urgente, abbiamo bisogno di fare progressi”. Ma alla fine lo lascia concludere: “Sui 300 milioni di euro italiani per la Turchia aspettiamo le deliberazioni della Commissione Ue”. La chiusa di Renzi è al veleno: "In Commissione europea sono molto impegnati ma trovano sempre le occasioni di fare conferenze stampa con i giornalisti, quindi troveranno il tempo anche per questo". Riferimento alle accuse sulla mancanza di un interlocutore a Roma, pronunciate con i giornalisti dal capo di gabinetto di Juncker, Martin Selmayr, dietro anonimato.
La richiesta italiana è che i fondi siano interamente presi dal bilancio europeo e che Erdogan dia garanzie su come li impiegherà. Un punto che anche la Cancelliera sottolinea in conferenza stampa: “Siamo concordi sul fatto che l’intesa sui 3 miliardi deve essere attuata ma la Turchia deve anche fare. Alcune cose le ha fatte, ma siamo nel pieno dei colloqui con loro”.
Per la prima volta Merkel non trova filo per legare il premier italiano agli impegni sul rientro del deficit italiano. Del resto non è un bilaterale a decidere il destino della legge di stabilità. Bensì la commissione Juncker. Principio che sta formalmente nelle cose europee e che però Renzi riesce a ristabilire con l’incontro di oggi. Per la prima volta, Merkel sceglie di mettersi di lato, pur senza nascondere le differenze di vedute con Renzi sull’austerity. “La cosa bella è questa – dice - che anche quando si tratta della comunicazione sulla flessibilità, entrambi accettiamo che ci siano interpretazioni della Commissione divergenti. Non mi immischio in queste cose. È compito della Commissione decidere l'interpretazione".
Ora l’arbitro è ufficialmente Juncker. Sul piatto a Berlino Renzi ha lasciato l’educata minaccia di sfilargli la poltrona di presidente della Commissione europea sfiduciandolo all’Europarlamento. La discussione infatti è già stata affrontata in varie riunioni del Pse. Il capogruppo Gianni Pittella l’ha proposta di recente ai colleghi socialisti. E’ vero che i tedeschi – ma non sono i soli – non sono d’accordo con le posizioni italiane. Ma con i francesi c’è una certa sintonia, fanno notare da Bruxelles. E non a caso l’interesse italiano è rompere l’asse franco-tedesco: Renzi lo ha ripetuto in un’intervista alla tedesca Faz proprio alla vigilia del vertice con Merkel. E poi per Renzi la battaglia sulla flessibilità è la madre di tutte le battaglie. Senza quelle clausole, sarebbe impossibile evitare una manovra ‘lacrime e sangue’ nel 2017, se non proprio una manovra correttiva in primavera.
“Le politiche di austerity portano alla sconfitta dei governi e alla fine dell’Ue”, ha ripetuto Renzi alla Cancelliera, citando l’esempio della Spagna, reduce dalla cura della Troika, incapace di formare un governo dopo le elezioni di dicembre. In Portogallo si sono avute le stesse difficoltà. La Grecia è ancora in mezzo al guado. E i “populismi” sono in agguato. Per questo Renzi è particolarmente contento degli ultimi sondaggi riservati. Ma l’argomentazione sui “populismi in agguato” gli è servita anche per ammordibire la severa Merkel che continua a chiamarlo “Renzi” mentre lui la chiama “Angela”. Anche se è lei a dargli ampio riconoscimento di fronte alla stampa e, di rimando, di fronte agli altri partner europei e ai rappresentanti delle istituzioni Ue. Un buon viatico per Renzi, in vista del suo incontro con Juncker a Roma a febbraio.
Merkel riconosce ancora una volta gli sforzi fatti in materia di riforme: “Il Jobs Act va nella direzione giusta, auguri a Renzi di ogni successo”. E in materia di immigrazione: “L’Italia è stata fin dall’inizio il paese maggiormente colpito dagli sbarchi, solo a giugno sono cambiate le cose”, quando l’immigrazione è arrivata dai Balcani, “ma noi siamo stati i primi a lottare per un’equa distribuzione dei profughi”. Ma di tutto questo l’arbitro è Juncker. "Possiamo essere rottamatori anche in Europa", sottolinea non a caso il ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi, nel corso di un convegno organizzato dalla sinistra Pd a Milano. "La sfida più importante adesso è quella di imporre all'Europa lo stesso cambiamento che stiamo imponendo in Italia”.

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