L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 26 gennaio 2016

Libia, l'Italia è pronta ad intervenire militarmente dietro richiesta di un governo fantoccio che neanche risiede in Libia

Cosa cela il no di Tobruk al nuovo governo in Libia
Michele Pierri FELUCHE


Il ruolo del generale Haftar è il vero motivo del voto odierno. Notizie, commenti e analisi
Strada in salita per il governo di unità nazionale in Libia. Oggi il Parlamento di Tobruk ha respinto la proposta dell’esecutivo presentata il 19 dicembre dal consiglio presidenziale, come prevedeva l’accordo Onu siglato a dicembre in Marocco. Dietro al nuovo “no” potrebbero esserci però vecchie ragioni, come il ruolo del generale Khalifa Haftar.
CHI HA VOTATO
L’assise dell’Est – si legge su media libici ripresi dall’agenzia Ansa – si è riunito questo pomeriggio dopo che in mattinata non era stato possibile votare per la mancanza del numero legale: hanno votato 89 deputati sui 104 presenti. In tutto sono 188 i deputati eletti il 25 giugno del 2014 in Libia.
IL VETO DI TOBRUK
Quello di Tobruk è stato un “no” a metà. “Pur negando la fiducia al governo Sarraj – spiega Repubblica – il parlamento ha approvato l’accordo politico raggiunto dalle fazioni libiche il mese scorso in Marocco ma ha ‘congelato’ il sì del passaggio dei poteri militari dal generale Khalifa Haftar al premier Fayez al Sarraj“.
Inoltre, al termine della seduta l’assise “ha chiesto ai due membri del consiglio di presidenza del governo di riconciliazione” vicini ad Haftar, “Omar al-Aswad e Ali al-Qatrani, che nei giorni scorsi si erano autosospesi contestando la nomina dei ministri, di proseguire nel loro lavoro come vice premier in attesa della presentazione di una nuova squadra di governo”, forse ridotto nel numero (ora sono 32 i possibili ministri) che, secondo fonti informate citate nell’articolo, dovrebbe arrivare in una settimana.

LE RAGIONI DEL NO
Per Mattia Toaldo, analista dello European Council on Foreign Relations di Londra, “il voto dimostra come malgrado la richiesta di un nuovo esecutivo, sia ancora la figura di Haftar il vero nodo da sciogliere, nonostante le pressioni di questi giorni, come la telefonata del premier italiano Matteo Renzi al presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi“. A dividere, aggiunge l’analista, è “l’articolo 8 dell’accordo politico di dicembre scorso: in un punto, il 2a, si dà al consiglio di presidenza guidato da Sarraj le funzioni di comandante supremo dell’Esercito libico, carica a cui ambisce Haftar, dopo che è tramontata l’ipotesi che diventi il nuovo ministro della Difesa, incarico per ora assegnato a Al-Mahdi Ibrahim al-Barghathi“.
LA FIGURA DI HAFTAR
Ma perché il nome del generale è così divisivo? Ex ufficiale del rais, ha ricordato negli scorsi giorni Vincenzo Nigro sul quotidiano la Repubblica, Haftar ha una storia complessa. “Dopo la fallimentare guerra in Ciad, catturato dal nemico fu abbandonato in carcere dai gheddafiani”. Ne uscì grazie alla Cia, “che per 20 anni l’ha protetto negli Usa”. Dopodiché ricompare in Libia “dopo la rivoluzione”. In un primo momento “ha provato a fare una sorta di golpe a Tripoli, poi si è spostato a Tobruk dove è stato armato e sostenuto” dal Cairo. Gli Usa, invece, sottolinea il New York Times, hanno perso fiducia in lui. Chi lo osteggia, invece – rimarca Toaldo – “ricorda che con la sua Operazione Dignità ha attaccato senza fare distinzioni tutti coloro che considerava islamisti, includendo in questo frangente anche Misurata, che sicuramente non è laica, ma nemmeno filo Fratellanza musulmana” (“alcuni tra questi”, dice ancora il Nyt “hanno fornito denaro e armi a una coalizione anti Haftar a Bengasi, che include combattenti dell’Isis”). “Il fatto”, aggiunge l’analista, “che poi si sia più volte presentato come il Sisi libico fa temere a molti che prima o poi si possa proporre come un nuovo dittatore. Questo sicuramente non ha giovato”.
LO SCENARIO
Cosa accadrà adesso? “La soluzione più probabile”, rileva l’analista, “è che si tenga in considerazione solo la parte relativa al governo, mentre si ignorerà la richiesta che riguarda l’organizzazione delle cariche militari”. Tutto ciò, aggiunge, conferma “la fragilità dello schema impostato a suo tempo dall’inviato speciale dell’Onu Bernardino León e proseguito poi con Martin Kobler, inadatto per un Paese così diviso. Ora bisognerà vedere se il voto di oggi fermerà la lancette o se sarà usato invece da chi spinge per un intervento”.
I MOVIMENTI DELLE POTENZE
Proprio negli ultimi giorni è partita una campagna mediatica senza precedenti da parte dello Stato islamico per una chiamata alla jihad dei musulmani nella terra del Maghreb Islamico. Questi video, almeno tredici, hanno come obiettivo quello di reclutare musulmani nel Maghreb contro “i governanti apostati” di Tunisia, Marocco, Algeria, Mauritania, Mali e, naturalmente, Libia, dove si parla di piani di fusione tra Isis, al Qaeda e altri gruppi islamisti nell’ex regno di Muammar Gheddafi.
Una sorta di chiamata alle armi che preoccupa ancor di più le potenze regionali e gli Stati Uniti, che da settimane si preparano a un possibile attacco, seppur rivolto a obiettivi chirurgici nelle file dei drappi neri e senza un’occupazione del territorio nel senso classico del termine. Particolarmente attivi risultano essere francesi e britannici. Ma anche le forze di Washington. Proprio con quest’ultime, rivela ancora Nigro su Repubblica, si coordinano quelle nostre. “Ogni azione degli americani è concordata con noi. La sintesi che arriva da Palazzo Chigi dopo la notizia dell’accelerazione dei piani d’attacco Usa in Libia svela la sostanza del patto. L’Italia è pronta ad azioni militari: se sarà necessario, agiremo con i nostri alleati, su richiesta del governo di Tripoli”, che nel frattempo stenta ancora a formarsi, “e nel quadro dettato dalle risoluzioni dell’Onu. Per la prima volta, arriva la conferma a quello che ormai trapelava da troppi segnali convergenti. Il livello di minaccia militare dell’Isis in Libia ha raggiunto una pericolosità insostenibile, tanto da spingere il premier Renzi a lasciarsi le mani libere per diversi scenari”.


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