L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 22 gennaio 2016

Libia, vogliono invaderla, si inventano un governo fantoccio che neanche si trova nel paese, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti vorrebbero gabbare l'opinione pubblica mentre all'Italia il solito ruolo di foglia di fico

ESTERI CAOS LIBIA/ Micalessin:l'Italia finirà ai margini come nel 2011

venerdì 22 gennaio 2016

Il terminal petrolifero di Ras Lanuf, nel golfo di Sirte, è stato colpito da un nuovo attentato. L’Isis ha incendiato l’oleodotto e le fiamme si sono propagate a due cisterne. L’attacco è stato confermato dalla compagnia petrolifera nazionale libica “Noc”.

 Nel frattempo Martin Kobler, delegato delle Nazioni Unite, sta cercando di trov are una maggioranza in parlamento al governo di Al-Sarraj. Molti di quanti lo scorso 17 dicembre avevano garantito il  loro sostegno hanno però cambiato idea. Per ora i nuovi ministri si trovano in Tunisia in attesa che si trovi una mediazione.

Per Gian Micalessin, inviato di guerra de Il Giornale, “si rischia la farsa, perché andremo ad autorizzare l’intervento internazionale su richiesta di un governo che non è neanche capace di mettere piede nel proprio Paese”.

Quali gruppi e obiettivi si celano dietro agli attacchi a Ras Lanuf? 
Dall'inizio dell’anno assistiamo a un’offensiva ben mirata da parte dell’Isis che dopo essersi espanso per 200 chilometri sulle coste intorno a Sirte, adesso ha puntato contro le infrastrutture petrolifere. L’obiettivo non è tanto quello di guadagnarsi il controllo del petrolio, che difficilmente potrebbe sfruttare. L’Isis vuole togliere piuttosto a qualsiasi nuovo governo libico la possibilità di approvvigionarsi e di finanziarsi.

Con quali prospettive nasce il nuovo governo di Al-Sarraj?
Le prospettive sono veramente limitate, tanto è vero che il governo non si trova nemmeno in Libia bensì in Tunisia. Stiamo parlando di un esecutivo che dovrebbe affrontare l’Isis e riunificare un Paese dilaniato dalla guerra civile. Eppure più che un governo sembra la reincarnazione libica del manuale Cencelli. Abbiamo 32 ministri messi insieme mediando tra comunità locali, tribù, città e potentati. Per mettere d’accordo tutti si sono addirittura nominati ben tre ministri degli esteri.

Quale esercito difenderà il governo di unità nazionale?
Quello della difesa è un problema cruciale. Dare spazio al generale Khalifa Haftar significherebbe inimicarsi le tribù di Misurata, su cui punta la comunità internazionale per fare fronte all’Isis. Si è scelto quindi di escludere Haftar, dando invece un incarico a un altro generale di Tobruk, rivale del primo.

Quali sfide attendono Al-Sarraj?
Il principale problema del governo di Al-Sarraj è arrivare a Tripoli. Il premier della coalizione islamista, che è al potere nella capitale, ha già detto che non appena si presenteranno a Tripoli arresterà tutti i capi milizia che si sono assunti la responsabilità della sicurezza di Al-Sarraj. La domanda quindi è chi porterà Al-Sarraj a Tripoli. L’insediamento di Al-Sarraj dovrebbe preludere a un intervento internazionale.

Lei che cosa si aspetta?
Se un governo non riesce neanche ad arrivare nella capitale designata, si può pensare che abbia l’autorità per richiedere un’operazione internazionale? Si rischia la farsa, perché andremo ad autorizzare l’intervento su richiesta di un governo che non è neanche capace di mettere piede nel proprio Paese.

Nel frattempo come si stanno muovendo i principali Paesi occidentali?
Gli Stati Uniti sarebbero gli unici in grado di garantire la profondità strategica per un intervento in un Paese grande tre volte la Francia. Per Washington però la Libia non è decisiva quanto Siria e Iraq d’altra parte ha interessi che non coincidono con quelli italiani, e lo stesso vale anche per il Regno Unito. Ricordiamoci che sia la francese Total sia l’inglese BP guardano con malcelato interesse a gas e petrolio libico che fino a oggi l’Eni ha sfruttato meglio di tanti altri. E poi c’è l’Italia, tradizionalmente il Paese con il ruolo più importante in Libia.

L’Italia riuscirà a giocare un ruolo nell’intervento occidentale in Libia?
La posizione del governo Renzi ricorda vagamente quella del Berlusconi che nel 201 1 si ritrovò isolato in ambito europeo e internazionale. Allora l’Italia dovette assistere all'intervento contro Gheddafi senza poter esercitare alcun ruolo. Oggi vedo il rischio di una situazione molto simile. C’è un’Europa che tende a emarginare il governo Renzi e non vorrei che l’intervento occidentale in Libia iniziasse con un’Italia messa all'angolo dai suoi stessi alleati.
(Pietro Vernizzi)

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