L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 27 febbraio 2016

2016 crisi economica, Bernie Sanders ha parlato della necessità di reintrodurre il Gass-Steagall Act per ripristinare la netta separazione tra banche di deposito e banche d’investimento, nonché di intervenire per spaccare i colossi di Wall Street in una serie di istituti più piccoli

Deregulation
Too big to fail: il pericoloso gigantismo di Wall Street

Frammentare le grandi banche?


La liberalizzazione dei capitali, finita sul banco degli imputati in seguito alla catena di crisi da debito estero scoppiate a partire dagli anni ’80, fu promossa, incoraggiata ed imposta per diverse ragioni concrete. Occorreva, in primo luogo, favorire il ricircolo del denaro dell’Opec, che durante i primi anni ’80 aveva accumulato, grazie agli esorbitanti aumenti di prezzo indotti dagli shock petroliferi del 1973 e dl 1979, un gigantesco surplus quantificabile in circa 500 miliardi di dollari. I Paesi membri dell’organizzazione convogliarono l’80% circa di questo surplus verso i Paesi industrializzati, avendo questi rapidamente emulato l’esempio della Federal Reserve di Paul Volcker, che nel 1979 aveva imposto un brusco rialzo dei tassi di interesse allo scopo specifico di garantire ai capitali stranieri un elevato livello di remunerazione. Le banche commerciali installate nei Paesi industrializzati intenzionate a riutilizzare tali fondi attraverso il prestito estero cominciarono allora ad esercitare forti pressioni sulle autorità politiche affinché rimuovessero le restrizioni attraverso cui le singole nazioni proteggevano il mercato interno. Il che ha fatto sì che nell’arco di 30 anni (1980-2010) gli investimenti esteri della Francia crescessero dal 3,6 al 57% del Pil, quelli della Germania dal 4,7 al 45,7%, quelli dell’Italia dall’1,6 al 28%. Secondo alcune stime, se quella ricchezza fosse rimasta entro i rispettivi confini nazionali, la Francia avrebbe avuto modo di creare 5,9 milioni di posti di lavoro, la Germania 7,3 milioni e l’Italia 2,6 milioni . Posti di lavoro che sono stati semplicemente trasferiti dai Paesi industrializzati alle nazioni in via di sviluppo.

Il successo riscosso da questa campagna ha poi spinto le autorità dei Paesi industrializzati a promuovere analoghe deregolamentazioni interne, volte a favorire il rientro dei capitali investiti all’estero. Le banche europee approfittarono di questa ‘apertura’ del mercato per inondare i Paesi del Terzo Mondo di dollari, in modo da accollare ad essi i rischi connessi alla tenuta della divisa statunitense. Come scrive l’economista Bruno Amoroso: «i capitali europei, abbondanti di dollari e in un quadro di generale instabilità e di rischio finanziario, riprodussero verso i Paesi emergenti e i Paesi poveri la stessa manovra messa in atto dagli Stati Uniti nel dopoguerra. Iniziarono cioè un’aggressiva politica di crediti facili e d’investimenti in Africa, in America Latina e in Asia, per la colonizzazione economica di quei mercati (secondo il ben noto paradigma ‘armi contro materie prime’ o ‘armi contro debito’) da cui avrà poi inizio il circolo vizioso del debito dei Paesi emergenti. Questa politica produsse due risultati a favore dell’Europa: scaricò i rischi del valore aleatorio del dollaro su altri Paesi, tramutandolo in accesso ai valori reali offerti da quelle economie e insediandosi in quei mercati; e diluì nel tempo, mediante l’indebitamento di quei Paesi, il rientro dei capitali correlato da interessi che coprivano i rischi del dollaro e dell’inflazione per le economie europee».

La deregulation lanciata dall’Amministrazione Reagan con l’obiettivo dichiarato di agevolare il rientro dei capitali dei Paesi produttori di petrolio procedette a marce serrate per tutti gli anni ’80 e ’90, producendo conseguenze che in pochi sono stati in grado di prevedere. Un effetto particolarmente perverso è stato quello di consentire alle banche di elevare la propria leva finanziaria, che in alcuni casi arrivò a superare il rapporto di 50:1 (33:1 Bear Stearns, 37:1, Lehman Brothers, 53:1, Deutsche Bank, 61:1 Barclays). Come risultato, le cinque maggiori banche d’affari statunitensi arrivarono a finanziare investimenti per un valore complessivo di 4.000 miliardi di dollari a fronte di un capitale proprio inferiore ai 200 miliardi, ponendosi in tal modo in una condizione particolarmente precaria in cui una piccola alterazione negativa del loro capitale di base, dovuta all’entità dei rischi, le avrebbe esposte alla prospettiva della bancarotta.

Un altro risultato altrettanto pericoloso fu quello favorire la messa a punto delle più complesse tecniche d’arbitraggio – che fanno leva sui differenziali nei tassi di cambio o nei tassi di interesse da Paese a Paese per scremare i più alti profitti possibili – e la diffusione a macchia d’olio di prodotti finanziari estremamente sofisticati meglio conosciuti come ‘strumenti derivati’ – che si basano sulla valutazione e la conseguente compravendita dei rischi connessi a determinati beni. Nel corso degli anni si è rapidamente arrivati a ad emettere i derivati ‘over the counter’, vale a dire derivati non iscrivibili nei bilanci, negoziabili al di fuori dei mercati regolamentati e sottratti a qualsiasi forma di controllo da parte delle autorità di vigilanza. Il che rende irrintracciabili i contratti relativi alla compravendita dei derivati ‘over the counter’ e pressoché impossibile il compito di valutare l’effettivo stato finanziario delle compagnie che li detengono – alla fine del 2008, si stimava che il valore totale di questi derivati ammontasse a oltre 800 trilioni di dollari, mentre il volume di quelli ‘rintracciabili’ fosse prossimo ai 400 trilioni, a fronte di un Pil mondiale pari a 57 trilioni di dollari.

Così, quando Brooksley Born, Presidente della Commodity Futures Trading Commission, sottopose all’attenzione della Casa Bianca uno studio sui derivati in cui si evidenziava la pericolosità di questi prodotti finanziari facenti parte di un mercato deregolamentato da 50.000 miliardi di dollari e si indicava la necessità di introdurre misure che li regolamentassero, il Segretario al Tesoro Larry Summers oppose il proprio veto e il presidente della Federal Reserve Alan Greenspan ribadì l’importanza di confidare nella capacità auto-equilibratrice del mercato. Bill Clinton dichiarò la propria piena sintonia con Summers e Greenspan, seguito a ruota dal Congresso, che affossò definitivamente la bozza proposta dalla Born pochi anni prima di approvare (1999) il Financial Modernization Act (o Gramm-Leach-Bliley Act). Questa legge eliminò le residue normative atte a disciplinare l’attività degli istituti bancari di Wall Street soppiantando il Glass-Steagall Act, una fondamentale norma del New Deal rooseveltiano risalente al 1933, che sanciva la separazione tra banche commerciali e banche d’investimento allo scopo di proteggere l’economia reale dagli azzardi finanziari. Con la ratifica del Senato Usa e l’approvazione del presidente Bill Clinton, il Financial Modernization Act entrò definitivamente in vigore, consentendo a investitori istituzionali, fondi pensione, compagnie assicurative, banche commerciali e banche d’investimento di integrare liberamente i propri compiti e le proprie funzioni, seguendo l’esempio delle grandi aziende manifatturiere. Lo sviluppo ipertrofico del settore finanziario avvenne quindi entro una cornice generale caratterizzata dal più totale vuoto normativo, in cui la deregolamentazione dei singoli mercati nazionali non venne sostituita con nuovi regolamenti internazionali atti a disciplinare i movimenti di capitale.

Non a caso, il governo, il Congresso e la Federal Reserve avevano chiuso entrambi gli occhi di fronte all’ondata di fusioni tra i grandi istituti bancari avviata diversi anni prima che il Financial Modernization Act entrasse in vigore. NationsBank (che riuniva North Carolina National Bank e C&S Sovran) si era unita alla BankAmerica (che aveva acquisito Security Pacific, Continental Bank of Illinois e l’11% della China Construction Bank) originando il colosso Bank of America, Bank One of Ohio si era legata a Fist Chicago Nbd dando vita al colosso delle carte di credito Bank One, Citibank si era fusa con Travelers Group (che aveva già inglobato Salomon Brothers) formando Citigroup (il più grande conglomerato finanziario del mondo), Wells Fargo aveva rilevato Norwest Bank (che aveva già inglobato United Banks of Colorado), mentre JP Morgan & Co. e Chase Manhattan Bank (che aveva già acquisito Chemical Bank, che a sua volta si era fusa con Manufacturers Hanover Trust e aveva inglobato Texas Commerce) erano confluite nell’agglomerato Jp Morgan Chase. La prospettiva di alimentare notevolmente il proprio business negli Usa incoraggiò le banche europee concorrenti a penetrare nel mercato statunitense associandosi a istituti d’oltreoceano; la tedesca Deutsche Bank si associò alla Banker’s Trust e acquisì la banca d’investimento Alex Brown, l’elvetica Credit Suisse mise le mani su First Boston. La britannica Hsbc si legò invece a Wells Fargo e inglobò la Edmond Safra’s Republic New York Bank. Le grandi banche europee e asiatiche che non erano riuscite a stingere partnership strategiche con quelle statunitensi decisero invece di unirsi tra loro per rimanere sufficientemente competitive. In Italia, Unicredit inglobò Capitalia, Banca Intesa si unì a San Paolo e Monte dei Paschi di Siena acquisì Banca Antonveneta, originando una concentrazione del credito che ha a sua volta dato vita ad un “cartello”, destinato a rafforzarsi ulteriormente in seguito ad un provvedimento attraverso cui il governo ha trasformato le banche popolari – tradizionalmente legate al territorio ed ancorate all’economia reale – in Spa, rendendole così scalabili dai grandi gruppi finanziari. La Francia è stata investita da una campagna di concentrazione grosso modo analoga a quella italiana, con la Banque National de Paris (Bnp) che acquisì la Société Générale de Banque and Paribas, originando uno dei colossi più grandi e potenti a livello planetario. In Svizzera, Unione di Banche Svizzere e di Società di Banca Svizzera si fusero generando Ubs, gigante che acquisì poi ulteriore potere legandosi al facoltoso gruppo Warburg. In Giappone, i colossi Mitsubishi e Sumitomo si accordarono per costituire la Mitsubishi Sumitomo Bank. Grazie alle immense risorse accumulate nel corso dei secoli, il gruppo Rothschild acquisì quote rilevanti di alcune grandi banche, come Bnp Paribas, Credit Agricole, Royal Bank of Scotland, Hsbc, Barclays e Bank of America. Con la crisi del 2008, i giganti di Wall Street hanno beneficiato di un colossale piano di salvataggio con denaro pubblico – il cosiddetto Troubled Asset Relief Program (Tarp) – elaborato dal governo statunitense che ha permesso loro di inglobare gli istituti minori che non avevano ricevuto un trattamento analogo. In questo modo le grandi banche statunitensi hanno avuto modo di incrementare ulteriormente le proprie dimensione consolidando il regime oligopolistico nato anni prima. 

Quello della ‘banca universale’, che avendo inglobato istituti operanti nel settori più disparati si è posta nelle condizioni di svolgere simultaneamente i compiti della banca di deposito, della banca d’investimento e della società assicurativa, è però un modello molto pericoloso. Le dimensioni e il potere accumulato da questi nuovi conglomerati finanziari ha consentito loro di operare sia sul territorio nazionale come anche all’estero, attraverso le filiali. Il principale pericolo portato da questo specifico modello bancario risiede nel fatto che le perdite delle attività rischiose della banca di finanziamento e investimento debbano essere sopportate dalla banca di deposito che costituisce una parte integrante della banca universale, mettendo così in pericolo gli averi dei piccoli e medi risparmiatori, dei piccoli commercianti, degli amministratori pubblici e di qualsiasi altro risparmiatore che vi abbia depositato dei fondi. L’agenzia Fitch ha infatti stimato che le 29 banche inserite dal Finacial Stability Board nell’elenco delle Sistemically Important Financial Institutions, vale a dire istituti il cui fallimento rappresenta un rischio per la tenuta di tutto il sistema, detenevano nel 2012 asset per quasi 50 trilioni di dollari e avrebbero necessitato di 566 miliardi di dollari entro il 2018 per poter ottemperare ai re­quisiti fissati da ‘Basilea 3’ nel caso in cui si verifichino nuovi scossoni. Queste valutazioni sono state formulate sulla base di uno studio da cui emerge che il nuovo ca­pitale richiesto rappresente­rebbe un aumento del 23% rispetto al capitale aziona­rio totale (pari a 2,5 trilioni di dollari) che gli istituti interessati dete­nevano alla fine del 2011. Il che significa che le grandi banche avranno bi­sogno di mezzi quantificabili in oltre tre volte gli utili annui accumulati. Il docu­mento presentato da Fitch sottolinea quindi che le 29 Sistemically Im­por­tant Financial Institutions rimarranno ampiamente sottocapitalizzate, ri­schiando di naufragare alle prime serie turbolenze di mercato. Ma c’è di più. Come nota l’ex alto funzionario del Dipartimento del Tesoro Paul Craig Roberts: «la deregolamentazione del sistema finanziario avvenuta durante le presidenze di Bill Clinton e George W. Bush, ha avuto come prevedibile risultato la concentrazione finanziaria e l’adozione di comportamenti sconsiderati. Un pugno di banche è cresciuto al punto tale che le autorità finanziarie hanno dovute dichiararle ‘troppo grandi per fallire’ (‘too big to fail’). Escluse dalla disciplina di mercato, queste banche sono diventate dei meri reparti governativi, che spingono la Federal Reserve a creare massicciamente nuova moneta al fine sia di sostenere i prezzi degli strumenti finanziari presenti nei loro bilanci che di finanziare ad un basso tasso d’interesse i trilioni di dollari del deficit del bilancio federale, generato dalla lunga recessione dovuta alla crisi finanziaria». Non è quindi azzardato il commento dell’economista James K. Galbraith, secondo il quale «la scala e la concentrazione delle banche è inevitabilmente concentrazione di potere e sovversione dello Stato democratico». Per questa ragione, il democratico Bernie Sanders ha parlato della necessità di reintrodurre il Gass-Steagall Act per ripristinare la netta separazione tra banche di deposito e banche d’investimento, nonché di intervenire per spaccare i colossi di Wall Street in una serie di istituti più piccoli, ritenendo che la frammentazione ridurrebbe le stratosferiche retribuzioni degli amministratori delegati e l’ammontare dei bonus con cui di norma premiano i dipendenti che si abbandonano con maggior successo alle pratiche più irresponsabili e sconsiderate – si pensi a quando Lloyd Blankfein, Ceo di Goldman Sachs, comparve dinnanzi a una commissione senatoriale per spiegare perché i suoi sottoposti si compiacevano per aver rifilato montagne di spazzatura finanziaria alla clientela. L’idea di Sanders è con ogni probabilità quella di replicare la mossa giudiziaria che nel 1911 decretò, in base alle norme previste dallo Sherman Atntitrust Act risalente al 1890, la frammentazione in ben 34 società distinte, ciascuna delle quali con un proprio organo direttivo separato dagli altri, della Standard Oil di John Davison Rockefeller, che aveva ormai messo in piedi un monopolio incontrastato sul mercato petrolifero non solo statunitense. Il sempre ben informato sito di analisi finanziaria ‘Zero Hedge’ rivela un’intera lista di personalità economiche di spicco espressesi anch’esse a favore dello spezzettamento delle banche ‘too big to fail’. Nell’elenco compaiono i nomi dei Premi Nobel Ed Prescott, Paul Krugman e Joseph Stiglitz, dell’ex presidente della Federal Reserve Ben Bernanke, del noto economista Nuriel Roubini nonché di diversi ex Ceo di Wall Street quali John Reed (Citigroup), David Komansky (Merrill Lynch) e Philip Purcell (Morgan Stanley). Il membro del Board della Federal Reserve Daniel Tarullo si è spinto oltre, sottolineando la necessità di imporre un tetto massimo alle dimensioni delle banche, mentre Nicholas Brady, Segretario al Tesoro sotto l’Amministrazione di Bush senior, ritiene che occorra imporre un limite all’utilizzo della leva finanziaria. 

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