L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 14 febbraio 2016

2016 crisi economica, la Deutsche Bank in procinto di esplodere, 54.000 o 60.000 o 75.000 miliardi di derivati in pancia sono troppi per qualsiasi banca anche per l'ignavia dei tedeschi

PIAZZA AFFARI DERIVATI DEUTSCHE BANK COME LEHMAN BROTHERS STA PER FALLIRE ?
Bail-in, il vero test è su derivati e leva. E i rischi maggiori sono in Germania e Francia.
Ma gli stress test? Non avevamo passato un anno a sottoporre ad occhiuti e rigorosissimi controlli tutte le banche europee? Il sistema del credito italiano ne era uscito un po' malconcio, con qualche istituto che ha pagato oltre misura sui mercati il fatto di essere stato messo alla gogna. Per il resto - avevamo capito - bilanci blindati e banche europee a prova di bomba. Com'è, allora, che una delle più importanti - la principale banca del principale paese di Eurolandia - la Deutsche Bank, si ritrova con quasi 7 miliardi di euro di rosso, neanche un anno dopo? Certo, un concatenarsi di sfortunate circostanze. Molto sfortunate, dal crollo del petrolio alla deflazione. Ma non è a questo che servivano gli stress test? In fondo, sui bilanci delle banche italiane si è fatto l'esercizio catastrofico di interessi sui titoli pubblici schizzati al 6 per cento, cioè il triplo di quanto sia avvenuto finora. Che esercizio si è fatto sui derivati in pancia alla Deutsche Bank e sul suo capitale? A valore di libro, la Deutsche Bank ha un'esposizione lorda sui derivati pari a quasi 60 mila miliardi di euro, 15 volte l'intero Pil tedesco. Il valore netto, compreso cioè il dare e l'avere con le varie controparti, è assolutamente più basso e assolutamente gestibile, in condizioni normali e anche difficili. Questo però presuppone che le controparti - o almeno la grande maggioranza - siano lì a fare il loro dovere e non siano fallite o scomparse. Si è visto con l'implosione
 
dell'Aig, negli Usa, nel 2008, che tipo di reazione a catena può innescare il venir meno delle controparti. Ma l'Asset Quality Review della Bce è stata dieci volte più pesante - secondo i dati di Via Nazionale - sui prestiti in sofferenza, piuttosto che sui titoli poco liquidi.

E' un problema che ha un preciso riscontro nazionale. Le banche hanno, in media, il 21 per cento degli attivi in derivati, contro il 9 per cento delle italiane. Tirando le somme, si esce con l'impressione che, al di là dei problemi tecnici, ci sia un problema politico. Gli stress test sono stati congegnati avendo nel mirino banche molto esposte con lo Stato e la clientela e chiudendo un occhio con quelle molto esposte sul mercato finanziario. Nel concreto, le banche all'italiana nel primo caso, quelle alla tedesca e alla francese nel secondo.

Il problema politico, allora, diventa generale. Renzi ha ragione a strepitare contro una strategia economica della Ue, improntata all'austerità, che ascolta troppo Berlino e poco Roma. Ma i nodi stanno molto al di sotto delle strategie generali. Riguardano la gestione giorno per giorno delle scelte dell'Europa, in cui l'Italia viene compensata con qualche concessione ogni tanto, ma sistematicamente svantaggiata nella politica quotidiana.

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