L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 15 febbraio 2016

2016 crisi economica, si è consumata un'epoca in cui conta solo il profitto che si è mangiata la vera ricchezza di ogni nazione il lavoro dignitoso e stabile per tutti

Ecco di cosa hanno davvero paura i mercati
L'analisi dell'editorialista Guido Salerno Aletta

In Borsa, si vende guardando all’andamento dell’economia e si ricompra solo scommettendo su un imminente intervento delle banche centrali.

Sul rialzo dei tassi americani da parte della Fed, tutto è ritornato in discussione: non si parla più di aumentarli con la progressione ipotizzata fino a qualche mese fa, ma solo di un rialzo a giugno e di introdurre tassi negativi sulla liquidità eccedente la riserva obbligatoria.

C’è una vistosa analogia tra il ripensamento della Fed rispetto alla prospettiva di un ritorno alla normalità monetaria, preannunciata per oltre un anno dalla Governatrice Janet Yellen, ed il ribaltamento della exit strategy condotta dal Governatore della Bce Jean-Claude Trichet sin dai primi mesi del 2011, con ben due rialzi del tasso ufficiale. Allora, toccò al neo Governatore Mario Draghi abbassarlo a settembre e poi immettere liquidità illimitata a tassi irrisori con una duplice LTRO.

In entrambi i casi c’è stata una lunga fase di preparazione mediatica: nel periodo tra l’annuncio della strategia da parte delle banche centrali e le conseguenti decisioni operative, i mercati si sarebbero aggiustati, evitando così i traumi delle decisioni inattese. Ed in entrambi i casi il ripensamento è stato determinato dal peggioramento dell’economia rispetto alle previsioni: così come erano stati profondamente sottovalutati da Trichet i problemi strutturali dell’Eurozona, stavolta sul cammino della Yellen si sono aggrovigliate questioni incredibilmente complesse: dal rallentamento della Cina al crollo del prezzo del petrolio, dalla crisi delle economie emergenti alla tendenza alla deflazione globale.

Accade dunque che, dopo aver annunciato una strategia monetaria a medio termine per evitare che i mercati subiscano uno shock per le decisioni inattese, bisogna fare macchina indietro perché la realtà si dimostra inconsistente con le previsioni. I mercati sono quindi presi in contropiede, tra l’aggiustamento che avevano perseguito sulla base degli annunci delle banche centrali e la necessità di adeguarsi alla congiuntura.

I Governatori, poi, hanno preso tutti il vezzo di parlare in pubblico, anche a mercati aperti: se nel luglio del 2012 Mario Draghi bloccò il tracollo delle borse europee proclamando a Londra che avrebbe fatto “whatever it takes” per salvare l’euro dalla dissoluzione, di recente Janet Yellen ha tolto ogni alibi agli ottimisti quando ha confermato al Senato americano i timori della Fed circa il peggioramento delle prospettive dell’economia mondiale. Basta un annuncio per orientare il mercato, in un senso o nell’altro. Stavolta, verso la sfiducia.

Siamo al parossismo della volatilità, con pesanti ribassi e rialzi inattesi: i primi sono guidati dalla consapevolezza che la mancata crescita dell’economia reale non può che trasferirsi sulla stabilità delle banche, sulla capacità di onorare la copertura dei rischi e quindi sui valori di Borsa; i secondi si fondano sulla convinzione che è tornato il momento di comprare, perché le banche centrali faranno comunque qualcosa per evitare il crack dei mercati.

C’è una evidente incapacità di prevedere gli andamenti dell’economia globale, tali e tante sono le variabili in gioco e gli imprevisti possibili. Le ragioni del fallimento della LTCM tendono poi a replicarsi all’infinito: le banche europee, che pure hanno appena concluso positivamente l’esercizio di vigilanza precauzionale SREP da parte della Bce, sono colpite da vendite incessanti in Borsa. Non solo non c’è fiducia sui metodi utilizzati per valutare il rischio dei derivati, che diviene esponenziale quando si verificano contemporaneamente più crisi, ma ormai si è chiuso l’ombrello della protezione statale di fronte ad un default bancario: la decisione di responsabilizzare azionisti, obbligazionisti e depositanti con il bail-in, appena entrata in vigore, tutelerà pure i cittadini dall’onere di porre rimedio dall’azzardo morale dei banchieri, ma induce alla fuga appena c’è sentore di difficoltà.

Si vendono le azioni e le obbligazioni bancarie, e si ritirano i depositi: in queste condizioni, i banchieri pensano a tutto tranne che alla erogazione di nuovo credito. Per quanto riguarda l’Europa, siamo quindi alle prese con il secondo fallimento sistemico della strategia del rigore: dopo il Fiscal Compact che ha affondato l’economia reale ed indotto una deflazione ancora incurabile, anche la Banking Union si sta dimostrando un fiasco. Il precipitare delle quotazioni delle banche europee ne è la chiara dimostrazione.

Non è questione di regole di Basilea, di vigilanza preventiva, di stress test, di sempre più complicate definizioni del capitale necessario: dalle banche cinesi a quelle tedesche, passando per quelle italiane e spagnole, il problema sta nella qualità degli attivi. I mercati non possono rimanere stabili quando l’economia reale rallenta, le banche fanno troppi mestieri, i rapporti tra le valute sono in perenne altalena per le politiche monetarie e gli Stati impongono il bail-in.

Se la crisi del 2008 derivava da un eccessivo stock di debito rispetto al reddito, in questi anni si è pensato solo a cavare sangue dall’economia reale con le cosiddette riforme strutturali, a fare deleveraging, ed a riportare in alto i valori di Borsa immettendo liquidità. Le banche centrali si sono dimostrate più attente a questi andamenti di quanto non siano state capaci di intervenire sulla economia reale.

Otto anni dopo, ci troviamo di fronte ad una economia globale in rallentamento ed in deflazione. Tutti vogliono aumentare le vendite, dal petrolio all’acciaio, dagli immobili all’abbigliamento, ma soldi per comprare ce ne sono sempre di meno: quando i redditi, i fatturati ed il Pil scendono, il peso dei debiti diviene comunque insostenibile. Le banche traballano, alcune per le eccessive sofferenze altre per i troppi derivati, e con loro le famiglie, le imprese e gli Stati.

Ecco di che cosa hanno paura i mercati: per i banchieri centrali, l’era degli annunci è finita.

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