L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 14 febbraio 2016

Banca Etruria, il Rossi tarda a indicare gli indagati per la bancarotta fraudolente, conferma che non ha titolo per le inchieste


13/02/2016 

Etruria, inchiesta partita: ma mancano gli indagati
Aperto ufficialmente il quinto filone del procedimento dal procuratore Rossi, che potrebbe perdere il caso


Appaiono scontati gli avvisi di garanzia per l’ex presidente Rosi e i suoi due vice, il vicario Berni e il padre della ministra per le Riforme. Eppure tardano ancora ad arrivare

Il dato è tratto. La procura di Arezzo, dopo la sentenza del tribunale fallimentare che ha decretato lo stato d’insolvenza della vecchia Banca Etruria, ha aperto il quinto filone d’inchiesta, questa volta per il reato di bancarotta fraudolenta. Appare dunque ormai scontata l’iscrizione nel registro degli indagati per gli ex vertici del gruppo. Come l’ex presidente Lorenzo Rosi e i suoi due vice: il vicario Alfredo Berni e Pierluigi Boschi, padre del ministro per le Riforme. 

Scontato, dunque, ma non certo. Perché a quanto pare al momento nel fascicolo aperto dal procuratore Roberto Rossi, non risulterebbero indagati. Questione di attimi, ore, giorni. Probabilmente. Tant’è, il tempo scorre e gli avvisi di garanzia tardano ad arrivare. E non se ne capisce il motivo.

Le indiscrezioni raccontano che il capo dei pm ha creato un pool di quattro magistrati, lui compreso, chiamati ad occuparsi solo ed esclusivamente di questo caso delicatissimo che rischia di provocare un vero e proprio tsunami. Non solo giudiziario, ma pure politico.

Top secret sulle mosse della procura, dunque. Che a quanto pare sta già effettuando le prime verifiche sull’attività sospetta del comitato ristretto (che comprendeva anche il “babbo” della Boschi) che diede parere negativo all’offerta – per moti irrinunciabile – di banca popolare di Vicenza. Ma il punto di partenza riguarda l’ultima relazione ispettiva di Bankitalia, in cui sono messe nero su bianco praticamente tutte le spese deliberate dall’ultimo consiglio d’amministrazione, sospettate di aver contribuito al dissesto dell’istituto di credito aretino. L’èquipe dei togati indagherà pure sulla concessione di finanziamenti senza garanzia “agli amici” su interessamento dei consiglieri e diventati crediti deteriorati. Questa, la questione più spinosa. Fari puntati poi sugli incarichi di consulenze dorate per oltre 17 milioni di euro per verificare se fossero veramente indispensabili. Tra fidejussioni inconsistenti e presunte malefatte segnalate da Palazzo Koch. Sotto la lente d’ingrandimento, presumibilmente, anche la super liquidazione da 1,1 milioni di euro per l’ex direttore generale Luca Bronchi, erogata a marzo 2014 quando la banca era già in crisi profonda. 

Davvero un bel da fare per i pm di Arezzo che ancora non è chiaro fino a che punto potranno contare sul loro dominus. Visto che il Csm ha recentemente disposto un’integrazione istruttoria sulla vicenda che riguarda il procuratore Rossi. Che rischia l’estromissione dal caso non solo per quel presunto conflitto d’interessi per via di quell’incarico di consulente per il governo Renzi svolto fino al 31 dicembre scorso. Ma pure e soprattutto per quegli strani “silenzi” sui dieci procedimenti che la procura toscana ha trattato nei confronti dell’avvocato Boschi. Ben quattro di questi, infatti, sono stati curati in prima persona dall’allora pubblico ministero Rossi che per l’illustre indagato (all’epoca dei fatti) ha sempre sollecitato l’archiviazione. I consiglieri del Csm proprio non riescono a capire per quale motivo il togato li abbia tenuto “nascosti”, durante la prima audizione a Palazzo dei Marescialli, dove Rossi ha affermato di “non aver mai avuto a che fare con nessun componente della famiglia Boschi”. Salvo poi correggere il tiro attraverso una lettera inviata successivamente al Consiglio superiore della magistratura. Fatti che non sono certo piaciuti ai componenti della prima commissione del Csm, chiamati ora a prendere posizione sulla vicenda.

Si attendono provvedimenti, con l’inchiesta su Banca Etruria che presto potrebbe rimanere “orfana” di quel protagonista che fino a prova contraria dovrebbe rappresentare l’accusa in un eventuale processo contro il vecchio consiglio d’amministrazione. Un paradosso, tutto italiano. 
M.C.

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