L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 29 febbraio 2016

ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE MESSICO


REPORTAGE DAL CHIAPAS – PARTE 1


“Scusate per il disturbo, ma questa è una Rivoluzione”
Subcomandante Marcos
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Il tragitto dalla capitale del Chiapas, Tuxtla Gutierrez, fino a San Cristobal de Las Casas è impervio. Per raggiungere i circa 2.200 metri di altitudine della città che nel 1994 fu presa dall’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (Ezln) capeggiato dal subcomandante Marcos, le curve non mancano e l’autista ovviamente guida alla messicana, arrischiando folli sorpassi e accelerando nelle curve più pericolose. I morti sulle strade messicane sono tantissimi ed ora capisco il perchè. Dal Quintana Roo allo Yucatan al Chiapas tutti i taxi, colectivos, combi che ho preso sembravano avere al volante lo stesso autista ubriaco.
Il Chiapas è un luogo del quale ho sempre sentito parlare ed è la prima volta che ne vedo le montagne e il maestoso Canyon del Sumidero nel quale alcuni giorni dopo avrei navigato in lancia per osservare e fotografare gli avvoltoi che si nutrono di carogne e i coccodrilli prendere il sole sulle rocce. Ma non è per le bellezze naturali, che certo non mancano in questo Stato, che mi trovo qui. Probabilmente non avrei lasciato le spiagge di corallo del mar dei Caraibi e la loro incredibile fauna acquatica e terrestre per il freddo e la pioggia di San Cristobal se non fosse che per quella spinta ideale che ha mosso e muove tante persone nel mondo, quel desiderio di un mondo più giusto e senza discriminazioni tra gli esseri umani che da queste parti ha assunto la forma di un passamontagna. Tra i monti del Chiapas e nella Selva Lacandona a distanza di un secolo continua a vivere la lotta di Emiliano Zapata, nome noto della Rivoluzione messicana.
La storia del Chiapas è la storia del nuovo mondo colonizzato dagli europei dopo l’arrivo di Colombo. Il Messico fu conquistato nel 1521, le popolazioni indigene furono convertite al cristianesimo e in nome di dio trucidate e sottomesse perchè considerate inferiori, schiavizzate, uccise per divertimento, i bambini dati in pasto ai cani. Anche dopo la Rivoluzione del 1911 e nonostante il suo motto “Terra e libertà” la condizione degli indios chiapanechi non è cambiata. Eppure il Chiapas è uno stato ricco di risorse, anche di petrolio.
Il primo gennaio del 1994 avevo appena compiuto 13 anni. Quel giorno, mentre la vecchia Europa smaltiva i postumi delle feste di fine anno, entrava in vigore il Nafta, un accordo di libero scambio tra gli Stati Uniti d’America, il Canada e gli Stati Uniti del Messico. L’ennesimo scempio del neoliberismo che a breve anche noi europei subiremo sotto il nome di Ttip, nel silenzio e nell’accettazione generale.
Quel primo giorno del 1994 in concomitanza con l’entrata in vigore del Nafta gli zapatisti insorsero. Per 10 anni si erano preparati nel buio della giungla, in silenzio, lontano da tutto e da tutti. Nessuno si aspettava che quella notte indossassero i loro passamontagna, prendessero le armi e si ribellassero. Lo fecero perchè dopo 500 anni di oppressione dei popoli indigeni era il momento di dire basta. I popoli invisibili indossarono il passamontagna per nascondere i loro volti e conquistare così la visibilità negata. Erano capeggiati da un uomo del quale ancora oggi non si conosce l’identità, anche se lo stato messicano dice di averlo identificato in un ex professore universitario. Si faceva chiamare Subcomandante Marcos, un grado che non esiste in nessun esercito del mondo, per indicare che non era lui a comandare ma il popolo.
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I combattimenti costarono decine di morti e portarono alla conquista di quattro città, tra cui quella dove sto andando, San Cristobal de las Casas.
La rivolta zapatista fu la prima protesta contro la globalizzazione neoliberista e assassina. Dopo 12 giorni di combattimenti Marcos decise di smettere di combattere, gli zapatisti non commisero da allora nessun atto violento, utilizzarono le armi solo per difendersi e adottarono una strategia non violenta che portò all’Ezln simpatie internazionali. Marcos non è Che Guevara, non vuole prendere il potere perché il potere corrompe, vuole distribuire il potere verso il basso.
In una intervista concessa dal suo rifugio clandestino di La Realidad all’intellettuale Ignacio Ramonet, Marcos ha spiegato : “L’EZLN è organizzato come un esercito e rispetta tutte le leggi internazionali per essere riconosciuto come tale. L’ Ezln lotta affinché, per reclamare democrazia, giustizia e libertà, non sia più necessario né essere clandestini né essere armati. È per questo che noi diciamo che lottiamo per scomparire. E pensiamo che chi conquista il potere con le armi non dovrebbe mai governare, perché rischia di governare con le armi e con la forza. Chi ricorre alle armi per imporre le sue idee è certamente povero di idee. Siamo combattenti che sono diventati soldati affinché un giorno i soldati non siano più necessari. Siamo soldati affinché non ci siano più soldati. Abbiamo scelto un cammino suicida, quello di una professione votata alla sua stessa scomparsa”.
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Nella storia non era mai esistito un esercito del genere. E avendo avuto modo di verificare coi miei occhi la condizione indigena in Venezuela, Perù, Bolivia e Messico non fatico a capire come non si possa sempre subire e chinare il capo.
In un albergo di Cancun ho parlato con un signore originario del Chiapas. Gradualmente ho portato il discorso sulla questione zapatista per capire se ne avesse voluto parlare e fortunatamente non ha avuto remore. Alla domanda su cosa sia cambiato dal 1994 per gli indigeni la risposta è stata che è cambiato tutto perché adesso lo stato messicano, uno degli stati più corrotti al mondo, sa che se vuole schiacciare la testa ad un indigeno deve vedersela con l’esercito zapatista.
È per questa ragione che mi trovo in Chiapas con la speranza, ma nessuna certezza, di visitare un caracol, una comunità autonoma zapatista.
Prima di lasciare l’Italia ho cercato dei contatti che potessero tornare utili ma senza successo. Gli zapatisti sono passati di moda e le compagne e i compagni che ho interpellato avevano contatti datati.
Io e Valeria arriviamo a San Cristobal nel pomeriggio, tempo di poggiare gli zaini, mangiare un boccone e si va in esplorazione della città. Il sole sta per calare e nello zocalo, di fronte alla cattedrale dove qualche giorno dopo avrebbe parlato papa Francesco, c’è una protesta di campesinos, contadini. Chiedono i loro stipendi, hanno piazzato le tende e alcuni riposano per terra mentre le donne preparano da mangiare sui fuochi. Campeggia una striscione con il viso del “Che”.
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Abbiamo bisogno di un contatto per incontrare gli zapatisti. Quando al mercato dell’artigianato domando, col sorriso, ad una anziana indigena dove si trova Marcos, lei mi risponde serie “Nella giungla”. Così non caverò un ragno dal buco e di certo non sono venuto fin qui solo per respirare aria di montagna.
CONTINUA…

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