L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 25 febbraio 2016

Ida Magli, noi non possiamo dimenticare è parte della nostra pelle, del nostro respiro

Ida Magli e Piero Buscaroli: diversamente morti

maglibuscaroli


È morta, a 91 anni, Ida Magli, antropologa di fama internazionale, autrice di numerosi saggi sulle donne sui tabù e sulle trasgressioni. Docente di Antropologia Culturale alla Sapienza di Roma fino al 1988 e collaboratrice di  testate giornalistiche quali l’Espresso e Il Giornale, polemista e femminista, particolarmente impegnata nella difesa della civiltà europea: perché, bisogna dirlo, l’Europa ha una civiltà che sta sgretolando con le sue proprie mani in un suicidio collettivo di cui massima responsabilità sono da individuare in questa indecente Unione Europea ed in una Chiesa che porta avanti il concetto di accoglienza ad ogni costo, anche a costo di rinunciare alla propria identità culturale.

 Ed è tanto più vero quanto affermo, quando si pensi all’oblio che ha circondato presso i media la sua scomparsa ed alla risonanza eccezionale con cui è stato sepolto un razzista antropologico quale Umberto Eco. 

La sua scomparsa, quasi in contemporanea con quella di Pietro Buscaroli e di Umberto Eco evidenzia, una volta di più e se mai ve ne fosse stato bisogno, la discriminazione mediatica che la cosiddetta cultura italiana, quella dei “compagni che sbagliano” (e che continuano a sbagliare) ha riservato a tre giganti quali appunto Eco, Magli e Buscaroli. 

E possiamo definirci popolo civile quando abbiamo morti di serie A e serie B? 

Magari questi nostri “monsignor della Casa” del politicamente corretto sapranno spiegare quale abisso culturale esista tra Eco, alle stelle, e Ida Magli, con Buscaroli, nelle stalle. Nessun cenno, nessun ricordo per due tra i più noti antropologi e musicologi d’Italia, quasi dei “signor nessuno” che non meritano il ricordo di gente troppo impegnata a “leccare” i nuovi poteri da accorgersi di un mondo che non coincida con quello della vulgata. Il motivo? Abbastanza evidente: il Corriere della sera cita Ida Magli come “colei che forse ne ha sparata qualcuna un po’ grossa” e neanche in sezione cultura quella parte del giornale che non la riconosce come degna di appartenervi; La Stampa, quasi la ignora, La Repubblica si affida ai ricordi di una Ida Magli precedente la sua denuncia contro l’Europa così come è stata realizzata e contro l’invasione islamica (come dire queste cose non si fanno! 

L’Europa non può essere oggetto di diffidenza e le masse islamiche devono essere accolte!). L’altro grande italiano recentemente scomparso, Piero Buscaroli, non ha avuto neanche lo scarno spazio di Ida Magli: eppure è stato un musicologo di spessore internazionale, ha scritto libri magistrali di musicologia ed è stato una firma illustre in diversi giornali: perché dunque “dimenticarlo” per il semplice motivo che aderì, da ragazzo alla RSI e non ha “abiurato” come Giorgio Bocca o Dario Fo e per questo è stato sempre un “vinto” cui non viene riconosciuta alcuna dignità, esattamente come le orde barbariche dei giorni nostri: solo che girano con le auto blu, siedono in maggioranza nel Parlamento ed hanno diritto, se non a funerali di stato, quanto meno a riconoscimenti di stato.
Elio Bitritt

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