L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 29 febbraio 2016

Implosione Europea, ci stanno massacrando, la Germania attraverso l'Euro distrugge la nostra economia, le nostre banche, il tessuto sociale e i nostri euroimbecilli non hanno neanche uno straccio di Piano B per tornare alla Nuova Lira

La Merkel salva le sue banche per distruggere le nostre

Dall'euro al bail-in, la Germania mira ad impadronirsi dell'Europa. L'ultimo passo è il tetto all'acquisto di Bpt: così saltano gli istituti

Renato Brunetta - Dom, 28/02/2016 

«Il settore bancario italiano resta esposto al rischio sovrano». Un passaggio all'apparenza innocuo dell'ultimo report della Commissione europea sull'Italia è in realtà il preludio all'attuazione della «proposta Schäuble», vale a dire quella di mettere un tetto all'ammontare di titoli di Stato che le banche dell'Eurozona possono avere in portafoglio.


La cosa è passata inosservata, anche se non è altro che il pericoloso perfezionamento di un percorso egemonico che porterà la Germania ad impadronirsi dell'Europa. Progetto egemonico portato scientificamente avanti già dalla nascita dell'euro.Da quel momento, con mirabile determinazione i governi tedeschi che si sono succeduti hanno avuto questo obiettivo: fare adottare il marco a tutte le province dell'Impero europeo. Poco conta che il marco cambiasse nome in euro, tanto il centro del comando doveva rimanere a Berlino. E tutto ciò si è realizzato attraverso la grande, straordinaria costruzione dell'Unione europea degli ultimi vent'anni, con la crisi economica del 2008 ad accelerare il processo. I popoli, le democrazie hanno progressivamente finito per contare poco o nulla.

DA MAASTRICHT (1992) AL TWO PACK (2013)

Al contrario di quello che si pensa, i Trattati dell'Unione europea, che si citano sempre con grande rispetto e una sorta di timore reverenziale che diventa quasi paura, non sono immodificabili. O meglio, da Maastricht in poi la loro filosofia è stata sempre stravolta senza alcuna remora, nel disprezzo delle regole e dei principi di imparzialità, condivisione e democrazia su cui erano stati incentrati. Il tutto, ovviamente, per raggiungere l'obiettivo dell'egemonia tedesca. Basti solo pensare che il grande Trattato di Maastricht (firmato il 7 febbraio 1992) prevedeva che gli Stati che non rispettavano i «paletti» in esso contenuti non dovessero realizzarli attraverso un piano di rientro a tappe forzate, che avrebbe richiesto misure di politica economica restrittive, bensì adottando politiche virtuose che comportassero miglioramenti progressivi. Ebbene, nel 1997 il Trattato è stato modificato proprio in questo punto fondamentale, introducendo il «sangue, sudore e lacrime» in Europa. Ma, attenzione: non attraverso un nuovo Trattato, che avrebbe comportato la ratifica dei parlamenti nazionali o un referendum popolare, bensì attraverso dei Regolamenti, che non necessitano di alcun via libera popolare, diretto o indiretto per via parlamentare. E così è stato anche con il six pack (5 Regolamenti e una Direttiva del novembre 2011), il fiscal compact (di marzo 2012, anch'esso di rango inferiore rispetto a quello di Trattato) e il two pack (altri due Regolamenti di maggio 2013). Ma lo sbrego istituzionale, per cui le modifiche ai principi fondanti dell'Unione europea vengono fatte con feroce determinazione attraverso colpi di mano dei paesi del Nord, si è ripetuto almeno in altre due occasioni che si rivelano oggi, ex post, passaggi fondamentali, purtroppo in negativo, della vita dell'Ue e dell'area euro. Violenze istituzionali che hanno determinato lo stato attuale, non solo di crisi della costruzione europea, ma di totale e assoluta dominanza tedesca. Due date: 18 ottobre 2010 e 15 maggio 2014. Due luoghi: il primo incantevole, una spiaggia, quella di Deauville, e un uomo e una donna che passeggiano (ma non mano nella mano); il secondo i più grigi uffici di Bruxelles.

DEAUVILLE, OTTOBRE 2010: «GLI STATI POSSONO FALLIRE»

Davanti al mare a ottobre 2010 lui era Nicolas Sarkozy, allora presidente della Repubblica francese, e lei la Cancelliera tedesca Angela Merkel. Con una frase hanno esplicitato il complotto. «In caso di fallimento di un qualsiasi Paese europeo, le banche devono intervenire», sottintendendo, cosa mai messa in discussione prima, che gli Stati potessero fallire e che una crisi del debito sovrano in un paese portasse a fondo con sé pure il sistema bancario. Due eventualità non solo mai prospettate in passato, ma soprattutto di portata destabilizzatrice in scala mondiale già singolarmente, figurarsi combinate fra loro. Come di fatto, ahinoi, è poi avvenuto. La frase detta sulla spiaggia, in altre parole, significava che le banche europee da quel momento, nel calcolare il valore dei titoli di Stato in portafoglio, per fare il loro mestiere avrebbero dovuto scontare il rischio di fallimento dei Paesi emittenti. Quindi svalutare. Quindi ricapitalizzare. Nel frattempo precipitare in borsa e vedere rarefarsi la liquidità, con il relativo credit crunch. Amen!Non è un particolare da poco: questa infausta regola si ritrova pari pari tra i parametri, annunciati l'8 aprile 2011, che le banche europee devono rispettare per superare gli stress test cui sono sottoposte dall'Autorità bancaria europea (Eba). Requisito che, aggiunto agli obblighi di capitalizzazione previsti da Basilea 3 (del 12 settembre 2010), ha portato, come abbiamo vissuto sulla nostra pelle, il settore bancario allo stremo. Attenzione: con effetti diversi a seconda degli Stati. Positivi per le banche tedesche e francesi, che avevano i portafogli zeppi di titoli greci e hanno potuto approfittare dei meccanismi imposti dall'Europa per compensare le perdite; negativi per le banche italiane, che di titoli greci in portafoglio ne avevano davvero pochi. Che strano, poi, che il criterio del valore di mercato valesse solo per i titoli del debito pubblico e non anche per gli altri, per esempio per i titoli tossici. Sarà forse perché di questi ultimi erano piene le banche tedesche e francesi e una previsione in tal senso le avrebbe danneggiate?

BRUXELLES, MAGGIO 2014: «LE BANCHE POSSONO FALLIRE»

A Bruxelles a maggio 2014, invece, veniva approvata la direttiva cosiddetta sul bail-in, che ha aggiunto un ulteriore tassello, anch'esso destabilizzante su scala globale, per cui non solo gli Stati, come si era irresponsabilmente detto a Deauville, ma anche le banche possono fallire. Come? Se prima della direttiva, onde evitare il panico finanziario e la corsa agli sportelli tipica delle crisi finanziarie, gli Stati potevano intervenire per salvare le banche in difficoltà, con le nuove regole gli istituti di credito devono trovare all'interno dello stesso sistema bancario le risorse per far fronte allo stato di crisi. Significa che per i cosiddetti «salvataggi» non vengono utilizzati fondi pubblici, ma si azzera il valore delle azioni delle banche, delle obbligazioni, prime fra tutte quelle «subordinate», e in casi estremi i depositi superiori a 100.000 euro dei comuni risparmiatori. Ne è derivata, come era ovvio, una crisi di fiducia dei cittadini dell'Eurozona nel sistema bancario e, da un lato, il crollo dei depositi, dall'altro il crollo delle valutazioni di borsa dei titoli delle banche. Come dire: strike!

BERLINO, FEBBRAIO 2016: LA «PROPOSTA SCHÄUBLE»

Ma il piano egemonico tedesco non finisce qui. Per distruggere definitivamente il sistema è in discussione un'ulteriore proposta dagli effetti nefasti: quella di mettere un limite alla quantità di titoli del debito pubblico del proprio paese che ciascuna banca può tenere in portafoglio. Si tratta di una proposta, guarda caso, del governo tedesco, definita appunto «proposta Schäuble» dal cognome del ministro delle Finanze che l'ha lanciata, e, conoscendo i bilanci delle banche, soprattutto italiane, che di titoli di Stato ne detengono davvero tanti, significa vendita in blocco di Btp, con conseguente crollo del prezzo e aumento del rendimento (le due grandezze sono inversamente proporzionali). E anche lo spread, come dimenticarlo, schizza a livelli stellari. Proprio lo stesso processo che nell'estate-autunno del 2011 fu innescato da una Deutsche Bank in difficoltà quando, proprio per un tema di alleggerimento di portafoglio, scappato poi di mano, ridusse irresponsabilmente la propria esposizione nei confronti del debito pubblico greco da 1 miliardo e mezzo di euro a 1 miliardo (-28%) e l'esposizione in titoli di Stato italiani da 8 miliardi a 1 miliardo (-88%).

LA STORIA SI RIPETE

Qui il cerchio si chiude: l'effetto destabilizzante che la «proposta Schäuble» può avere nell'Eurozona, con una nuova crisi finanziaria, nuova recessione, nuove aziende che chiudono, aumento della disoccupazione, minori entrate fiscali e sempre più deficit e sempre più debito pubblico è lo stesso identico che la trovata di Deauville del duo Merkel-Sarkozy ebbe nel 2011. Ma perché ripetere gli errori? Perché in Europa non abbiamo fatto come gli Stati Uniti, con una banca centrale che immette liquidità, un sistema unico di garanzie sui depositi bancari? Perché in Europa abbiamo fatto tutto il contrario, all'apparenza con un suicidio collettivo: Stati che falliscono, banche che falliscono? Semplice: perché serve all'egemonia imperiale tedesca e a far vincere alla Germania la sua terza guerra mondiale, dopo aver perso le prime due. Dallo sbrego istituzionale che nel 1997 ha stravolto i contenuti e la filosofia sottostante il trattato di Maastricht, facendolo diventare uno strumento in mano alle burocrazie del nord, per l'Unione europea e in particolare la zona euro è cominciato un processo involutivo che oggi sembra impossibile fermare. Una violenza tutta a danno dei popoli e delle democrazie. Pensiamo a cosa è successo in Grecia, in Italia, in Spagna, con l'Europa del Nord a guadagnare in dominio, potere e benessere e l'Europa del Sud vassalla e impoverita.In questo quadro va collocata la Brexit, simbolo evidente dello stato fallimentare delle cose in Europa. Più che un percorso di integrazione, il Vecchio Continente sembra costretto unicamente dentro il disegno tedesco. Non, quindi, crescita e benessere per tutti tra uguali, ma Impero. Sarebbe il caso di riconoscerlo, dire che il Re è nudo. Siamo ancora in tempo. Altro che flessibilità e finte sintonie di facciata. Vero, Matteo?

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