L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 22 febbraio 2016

Implosione europea, se gli euroimbecilli italiani cominciassero a pensare al Piano B (uscita dall'Euro) non sarebbe mai troppo tardi

Ecco come la Germania vuole spaccare in due l’Europa
Emanuele RossiJames Bond


Tutti i dettagli in un report di Stratfor


Il Bundestag, la Camera bassa tedesca, ha approvato in prima lettura il 18 febbraio una mozione presentata dai partiti della coalizione di governo in Germania, i socialdemocratici e l’Unione di centrodestra della cancelliera Angela Merkel, a favore di una separazione totale nella Bce tra i compiti di vigilanza bancaria e quelli di politica monetaria. Ossia si chiede di “esaminare la possibilità di conflitti di interesse causati dal doppio ruolo di responsabile da un lato della politica monetaria e dall’altro dai compiti di vigilanza bancaria con l’obiettivo di una separazione”. È soltanto l’ultimo passaggio che molti osservatori attribuiscono a un tentativo di indebolire la Banca Centrale Europea, e per osmosi il suo presidente Mario Draghi.

Una spaccatura che ha un potente valore geopolitico (per esempio: la gestione della crisi dei migranti, o della polveriera libica), con la Germania che cerca di intestarsi sempre di più il controllo dell’Europa del Nord, a colpi di movimenti contro la parte meridionale. Una lotta che è in corso almeno dalla crisi economica del 2008. “Da un lato c’è il Nord Europa, guidato dalla Germania, che ritiene che ogni passo per il rafforzamento dell’Unione dovrebbe essere fatto soltanto dopo che tutti i membri abbiano già dimostrato la loro rettitudine fiscale, in gran parte attraverso la riduzione dei deficit di bilancio e il livello del debito”, spiega un’analisi di Stratfor. “D’altra parte – si legge ancora – ci sono le nazioni meridionali europee, più chiaramente rappresentate dall’Italia, che vedono l’unione e la messa in comune di fondi come una via d’uscita dai loro problemi finanziari. Questi Paesi ritengono che con la potenza economica della Germania dietro di loro, potranno essere al sicuro da forze di mercato negative”.

Quando nel 2011 alcuni stati “del Sud” si sono trovati costretti ad affrontare la crisi del debito sovrano, i piani di salvataggio sono partiti, ma i beneficiari hanno dovuto sottostare successivamente a severe regole di bilancio come il Fiscal Compact. La Germania chiedeva di stringere la cinghia usando le parole d’ordine austerità e responsabilità fiscale, mentre il sud dell’Europa cercava a fatica di ritrovare “compostezza”. Dal 2015 tutto è cambiato, con Draghi che ha deciso di dar corso al QE, il quantitative easing (ossia la politica di acquisti di titoli provenienti dagli altri stati del sistema da parte della banca centrale), che ha permesso a diversi Paesi meridionali di mantenersi a galla, tenendo l’andamento dei propri titoli sotto controllo anche senza l’attuazione di dolorose politiche di austerità.

Stratfor fa notare che però il 2016 non è iniziato bene per i Paesi del sud: con i meccanismi di salvataggio (bail-in) dell’unione, l’enorme quantità di prestiti in sofferenza presente nei sistemi bancari di Paesi come Italia e Portogallo. Da Roma e Lisbona si propone di estendere il QE per un programma di acquisto di azioni e obbligazioni delle banche (per il momento invece copre solo i titoli di Stato) della zona euro. Draghi, intervenendo all’Europarlamento lunedì scorso, ad una precisa domanda ha risposto che sebbene la Bce non intenda acquistare questi asset direttamente, potrebbe accettarli come garanzia in cambio di fondi. Su questo Berlino frena, perché teme che l’istituto centrale possa finire imbottito di titoli tossici, perché non ritiene giusto che l’intera Unione debba intervenire per salvare le irresponsabilità di alcuni, e perché lo ritiene un disincentivo ad affrontare le riforme per determinati Paesi. In piedi c’è già un’iniziativa tedesca di attribuire un maggior rischio ai titoli di Stato e a limiti drastici per il possesso di bond statali da parte degli istituti di credito (qui e qui alcuni approfondimenti di Formiche.net), in modo da costringere le banche più esposte (come quelle italiane) a grossi accantonamenti che indurrebbero la necessità di aumenti di capitale. Aspetti su cui il premier italiano Matteo Renzi ha già annunciato di volersi opporre.

L’euroscetticismo tedesco assume la forma settaria del nord-contro-sud, da cui arriva anche un altro piano studiato dal Consiglio tedesco degli esperti economici. I cosiddetti “Cinque saggi”, racconta Stratfor, hanno pensato di applicare le regole del bail-in non solo ai titoli privati ma anche a quelli di Stato, così che in un eventuale scenario in cui un Paese non riesce più a sostenere i propri debiti, ed è dunque costretto ad andare in default, sarebbero gli obbligazionisti a pagarne i costi, prima che l’European Stability Mechanism possa “entrare e puntellare le finanze del Paese utilizzando i fondi dal resto dell’Unione”. Uno scenario che vedrebbe i titoli di certi stati più a rischio crescere sul mercato e finire oggetto di investimenti speculativi, proiettando l’Europa ai tempi del 2011-2012, quando la “la zona euro era sull’orlo di un rapido disfacimento”, scrivono gli analisti americani.

Una pistola carica puntata davanti ai Paesi del Sud, simile a quella che il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble puntò alla testa del governo greco questa estate, minacciando un timeout temporaneo del Paese dalla zona euro. Scaheuble, che sostiene da tempo la necessità di rimpiccolire l’area della moneta unica “attorno alla Germania”, un altro segno della volontà di spaccare il fronte nord-sud, ottenne in quell’occasione dalla Grecia la firma sulle stringenti posizioni di una accordo di salvataggio. Per Stratfor dietro alla dura posizione che Berlino sta assumendo facendo trapelare questo piano, potrebbe esserci anche il tentativo di pressare, con minacce forti, i Paesi del sud europeo a promuovere riforme serrate sotto l’egida dell’austerità, scoraggiando qualsiasi politica di aumento della spesa. Ossia un tentativo di far allineare il resto dell’Europa alle volontà tedesche e contemporaneamente di garantire la leadership dell’Unione alla Germania per altri anni. Per far questo Berlino cerca il modo di disinnescare Draghi, pensando un’Unione pronta ad imporre dure punizioni contro chi viola le regole (imposte dalla Germania).
22/02/2016

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