L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 19 febbraio 2016

Libia, accanto all'Egitto con Tobruk, senza nessunissima indecisione e non portare GUERRA come vogliono gli Stati Uniti, ricordando che la Fratellanza Musulmana vuole strategicamente la sharia anche e sopratutto in Europa

Esteri
La Libia oggi: una babele in cui l'Italia rischia tantissimo
Non possiamo lavarcene le mani perché strategica, ma non possiamo intervenire senza correre il pericolo di ritorsioni terroristiche in patria

18 febbraio 2016


Panorama
 La Libia oggi: una babele in cui l'Italia rischia tantissimo
Marco Ventura
Un immenso teatro dell’assurdo nel quale si muore galleggiando in un mare di petrolio. Uno scenario di 230 milizie l’un contro l’altra armate. La Libia oggi è questo. Un’espressione geografica dietro la quale si cela una babele di tribù, di bande più che di eserciti, mosse da burattinai stranieri.

Ma la Libia si trova di fronte alle nostre coste, si potrebbe definire quasi un paese confinante, dista poche centinaia di chilometri di mare (lo sanno bene gli scafisti). E in Libia ci sono giacimenti di petrolio gestiti dall’Eni, ai quali non possiamo rinunciare. Per questo la stabilità libica è strategica per noi, mentre al momento di stabile c’è solo il caos.

Noi ci affanniamo a favorire la nascita d’un governo di unità nazionale libico. E, certo, l’Italia è il paese che più di ogni altro conosce la Libia e le sue mille sfumature. Ma quanto conta l’Italia, che non sa far valere i propri interessi strategici neppure a un tiro di schioppo dalle proprie isole?

I fallimenti della diplomazia
Tutti dicono che l’Italia sarebbe perfetta alla guida di una coalizione con l’incarico di contribuire a rendere sicura la Libia, a stabilizzarla con un po’ di uomini pronti a sporcarsi nel deserto. Tutti lo dicono, ma pochi lo vogliono davvero. Gli sforzi della nostra diplomazia per la formazione di un esecutivo libico autorevole (condizione imprescindibile per la richiesta di intervento internazionale) si infrangono ogni volta contro veti e duelli tra i capibastone resi forti dagli sponsor stranieri.

Manca in particolare il via libera di uno dei due Parlamenti in cui è spaccata la Libia: quello di Tobruk, in Cirenaica, ipotecato dal generale Haftar appoggiato da Egitto e Emirati arabi uniti e contrapposto al Parlamento di Tripoli vicino ai fratelli musulmani e sostenuto da Qatar, Sudan e Turchia.

Mentre i mediatori, libici e internazionali, disquisiscono all’infinito in una sede sicura del Marocco e il premier designato, Fayez el Sarraj, non può neanche mettere piede a Tripoli perché in molti lo vorrebbero morto, la guerra prosegue in un tutti contro tutti del quale non si vede fine: le milizie islamiste di Tripoli e Misurata contro quelle di Zintan alleate di Haftar, che però non controlla neppure tutta Bengasi, capitale della Cirenaica, i berberi del deserto vicini agli islamisti, e migliaia di combattenti dell’Isis che si sono spostati da Siria e Iraq per un luogo più sicuro e un nuovo trampolino a Sirte, ex caposaldo di Gheddafi, in parte a Tripoli, in alcuni quartieri di Bengasi, e a Derna. Senza contare le altre formazioni jihadiste, in conflitto persino con l’Isis.

Una Libia somalizzata
L’Italia in Libia rischia tantissimo. Non può lavarsi le mani di quanto vi succede, perché si tratta di area d’interesse strategico, né può decidere un intervento senza correre il pericolo di ritorsioni terroristiche in patria. La Libia è ormai somalizzata: districarsi tra le innumerevoli forze in campo significa entrare in un labirinto dal quale si rischia di uscire con le ossa rotte.

E favorire una soluzione unitaria ci pone oggettivamente in rotta di collisione con Paesi come Egitto e Francia, che hanno interesse a spianare completamente una delle forze in campo, quella islamista legata ai Fratelli musulmani, e ottenere la riconquista di tutta la Libia sotto le bandiere di Haftar. Praticamente solo in Libia può succedere che vengano avvistati aerei da guerra che bombardano con insegne camuffate. Fantasmi il cui volto tutti in realtà conoscono.

Si è scritto di caccia egiziani riforniti in volo dai francesi. La Francia vorrebbe assumere un ruolo egemone in Libia per gestire i propri affari, di fatto contrastanti con gli interessi italiani, e usufruire di una base notevole per tutto il Nord Africa. È stata la Francia a volere la guerra che nel 2011 ha abbattuto Gheddafi e scoperchiato il vaso di Pandora.
In Libia si rispecchiano tutte le falle di un sistema che più diventa globale, più si frammenta, e comprende l’astuzia irrilevante dell’Italia, l’ostinato e ignorante sciovinismo francese, in generale le divisioni dell’Europa, la violenza fratricida delle grandi famiglie nazionali islamiche (arabe e no), il disimpegno inefficace e alla lunga autolesionista dell’America di Obama, l’indifferenza della Russia concentrata in altri scacchieri (mediorientali e siriani), e la pressione magmatica e (auto)distruttiva di un’Africa incapace di uscire dalla propria storica minorità.

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