L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 21 febbraio 2016

Libia, il governo fantoccio non c'è, l'unico governo è quello di Tobruk, osannato fino a qualche mese fa da tutti, l'Italia deve stare al suo fianco insieme all'Egitto e non farsi coinvolgere ancora una volta dalla Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti

Cosa succederà in Libia (e cosa farà l’Italia)

Cosa succederà in Libia (e cosa farà l’Italia)
 
L'analisi del generale Mario Arpino, già capo di stato maggiore della Difesa, dopo il bombardamento degli Stati Uniti contro Isis 
 
Quali nuove dalla Libia? Tante, oppure nessuna: in una situazione cosi fluida, ogni giudizio dipende infatti dalla visuale dell’osservatore, e dai parametri usati dall’analista. In effetti, quelle che in prima lettura sembrerebbero delle novità, in realtà non lo sono. Si trappa di sviluppi che seguono un copione ampiamente previsto. O, comunque, ampiamente prevedibile.

Potrebbe sorprendere, ma vale anche per l’attacco nei dintorni di Sabratha degli F-15 E dell’Usaf, partito da una base della fedele Gran Bretagna e già commentato ieri da Formiche.net. Di nuovo c’è solo che questa volta l’attacco mirato è stato fatto con due cacciabombardieri invece che con i droni. E’ un segno evidente che l’attività intelligence che gli alleati stanno da tempo conducendo sul territorio in terra e dal cielo (ma anche dal mare) sta cominciando a dare frutti attendibili e il bersaglio era di interesse rilevante.

Interessante la collaborazione ex-post della municipalità locale, evidentemente contenta di vedere che qualcuno sta cercando di far sloggiare alcuni ospiti non graditi. E’ un buon segnale anche questo, che sta a significare il vero stato d’animo dei comuni cittadini. Che, anche in Libia, evidentemente sono migliori dei politici che dicono di rappresentarli.

Al momento, quindi, la iattura di una fuga in avanti dei tre attori più scalpitanti sembrerebbe scongiurata, ma vi è anche piena consapevolezza che, se l’accordo interno tarda, qualcuno si potrebbe stancare e passare all’azione. Ma solo contro l’Isis. E’ più che evidente, ora, che si stanno svolgendo due agende parallele, che tuttavia interferiscono e ritardano il processo: una interna, e l’altra internazionale. Quella interna è condotta esclusivamente da attori libici, quella internazionale dall’Onu, sotto la pressione del “magnifici tre” sopra menzionati, con l’Italia che osserva e si muove con apprensione, per comprendere quale sarà effettivamente il ruolo per il quale, a dir il vero un po’ al buio, si è da tempo autocandidata.

Le due agende hanno finalità, ma forse è meglio dire priorità, tra loro diverse. La prima tende a risolvere il rebus del nuovo governo, che il Consiglio di presidenza ha già predisposto in formato ridotto (13 ministri e 5 sottosegretari di Stato) e sottoposto al parlamento di Tobruk. L’esito lo sapremo nei prossimi giorni, sempre che si venga a capo del cosiddetto “nodo Haftar”. la seconda è premuta dall’urgenza di lanciare una grande operazione di Peace-keeping (quella che dovrebbe essere affidata al coordinamento del nostro Paese), dare nel contempo (o magari prima) un forte incremento alla lotta all’Isis e nel contempo, contenere il flusso dei migranti verso la Festung Europa (detto alla Merkel, ma per noi Fortezza Europa). Un compito immane che, a mio modestissimoto avviso, avrà dei tempi di sviluppo tipo Afghanistan.

Il cliché dell’Onu, purtroppo, sembra essere sempre lo stesso, ritenuto buono per ogni situazione. Speriamo, almeno, che anche il risultato non sia sempre lo stesso. E l’Italia? Trepidamente attende, sapendo che, comunque vada, prima o poi dovrà assumere quel ruolo di responsabilità per cui si è proposta. Certamente, i nostri militari avranno già predisposto un certo numero di moduli di intervento, buoni per ogni evenienza: il loro compito è quello di essere sempre pronti, pianificare e presentare ai responsabili politici opzioni fattibili e supportabili con le nostre risorse.
Di questo indispensabile processo la convocazione del Consiglio Supremo di Difesa per il 25 febbraio potrebbe essere il primo passo.

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