L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 29 febbraio 2016

Oventik



REPORTAGE DAL CHIAPAS – ULTIMA PARTE
28 febbraio 2016,


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Sappiamo che esiste una sorta di circolo culturale, in cui si può anche mangiare, gestito da una cooperativa zapatista e in cui si incontrano i politici progressisti della zona. I lavoratori sono tutti figli di zapatisti. Decidiamo di andarci a cena, è forse l’unico posto in cui avere informazioni utili.

Pioviggina ma il locale ha all’interno una piccola piazza coperta. Intorno manifesti di propaganda zapatista e, con nostra grande sorpresa, vicino al bancone sventola una bandiera NO TAV, a ricordarci che aldilà delle latitudini, la battaglia è unica.

Come sostiene Marcos: “Nell’attuale globalizzazione, si assiste a una sorta di suddivisione a scacchiera del mondo in cui alle minoranze indocili vengono assegnati gli angoli. Infatti, vogliono metterle all’angolo. Ma, sorpresa, il mondo è rotondo! E una delle caratteristiche della rotondità è proprio quella di non avere angoli. Noi vogliamo che non ci siano più angoli che consentano di sbarazzarsi degli indigeni e della gente che dà fastidio, di metterli in un angolo, così come si fa con la spazzatura per nasconderla e non farla vedere”.
E per non permettergli di sbarazzarsi di noi dobbiamo unirci, globalizzando la resistenza.


Un gruppo suona musica irlandese e allieta la cena. Al termine chiedono a chi può un piccolo contributo perché uno della band deve ripartire ed ha bisogno di soldi per il biglietto. Contribuiamo con piacere e facciamo amicizia con uno dei suonatori. Ne approfittiamo per chiedere come visitare un caracol e, beccato!, è la persona giusta, perché ci presenta una compagna messicana che ci da tutte le spiegazioni di cui abbiamo bisogno per raggiungere il caracol di Oventik. Ci raccomanda di portare con noi il passaporto e di armarci di pazienza perché prima di accedere al caracol la procedura sarà lunga. Ci consiglia una volta lì di dare qualche contatto di associazioni italiane che non abbiano rapporti col Governo, perché tutto quello che ha a che fare col Governo per gli zapatisti puzza. Ci avvisa che non troveremo nessuno che ci illustrerà le cose ma che avremo a che fare con persone semplici e continua a lungo ad illustrarci la situazione politica della zona. Era davvero tutto quello di cui avevamo bisogno!

Due giorni dopo, io e Valeria camminiamo sotto la pioggia fine che è una costante del clima di queste parti. Ci copriamo coi cappucci e andiamo alla ricerca del colectivo che ci porti ad Oventik. Raggiungiamo il luogo indicato sulla cartina dalla compagna e chiediamo agli autisti dei tanti colectivos in sosta. Il primo ci rimanda indietro. Il secondo ci manda da dove siamo arrivati. Il terzo ci guarda ed evita di rispondere. Capiamo che qualcosa non va, c’è una sorta di omertà e non riusciamo a decifrarne la natura. Timore di rivelare una comunità zapatista a dei bianchi? Non sanno davvero dove si trovi? Possibile che non lo sappiano? Paura delle autorità? La situazione comincia ad innervosirci mentre camminiamo avanti e indietro sotto la pioggia senza venire a capo della situazione. Alla fine è un ragazzino indio a darci l’indicazione giusta e troviamo la macchina che passa dalla strada che ci interessa. Condividiamo l’auto con un uomo, seduto davanti di fianco all’autista, e una signora messicana che deve raggiungere un villaggio che si trova oltre la nostra destinazione. La signora attacca bottone e sembra logorroica ma si zittisce quando alla domanda su dove siamo diretti rispondiamo: “Oventik”.

Mentre saliamo di altitudine la strada scompare, inghiottita da una nebbia fittissima che rende impossibile vedere dove stiamo andando. Ma l’autista, per nulla intimorito, non rallenta affatto fidandosi della sua memoria e sfreccia su per i tornanti incurante del rischio.

Intanto la signora, che sembrava essersi addormentata, riapre gli occhi e mi sussurra: “Sapete cos’è Oventik?”. “Si”. “E allora perché ci andate?”. Mi limito ad alzare le sopracciglia e torno a guardare fuori. Non deve trattarsi di una simpatizzante. Per un breve tratto la nebbia si dirada un poco e vedo dietro di noi un’auto della polizia. Comincio a pensare a mille scuse sul perché un italiano, turista, debba trovarsi su un colectivo diretto verso le montagne controllate dai ribelli. Siamo in auto da oltre mezz’ora e tiriamo un sospiro di sollievo quando la macchina della polizia ad un bivio scompare. La nebbia torna a stringersi e non riusciamo a distinguere il paesaggio montano che ci circonda. Dopo un’ora di viaggio la macchina si ferma nel nulla e l’autista ci dice che siamo arrivati.

Domando: “Come arrivati? Qui non c’è niente!”. “Questo è l’ingresso di Oventik”. La signora mi raccomanda: “Fate attenzione” e scendiamo. Apro l’ombrello per proteggerci dalla pioggia. Fa molto freddo e siamo avvolti nella nebbia. Da un lato della strada un cartello dice “Vi trovate in territorio zapatista e ribelle. Qui il popolo comanda e il governo obbedisce”. Un altro cartello recita un famoso slogan zapatista “Para todos todo, nada para nosotros – per tutti tutto, niente per noi”.



Attraversiamo la strada e troviamo un cancello e due donne col passamontagna ad un posto di controllo. Ci avviciniamo e ci presentiamo. Si limitano ad indicarci dove dobbiamo aspettare. Ce ne stiamo un quarto d’ora sotto la pioggia immobili ad attendere che succeda qualcosa. Poi dalla nebbia, lentamente, vediamo emergere altri due passamontagna. Ho in testa le parole di Marcos: “Abbiamo deciso di coprire il nostro volto perchè, prima, nessuno ci vedeva. Gli indios erano invisibili, inesistenti. Paradossalmente, è proprio coprendo i nostri volti che ci siamo fatti vedere e che siamo diventati visibili”.

I due uomini che ci vengono incontro, per quanto è dato vedere dal passamontagna, sembrano molto giovani e apparentemente non sono armati. Ci chiedono chi siamo e cosa vogliamo. Vogliono vedere i passaporti. Facendo attenzione a non bagnarli glieli porgiamo. Trascrivono i nostri dati e poi continuano a farci domande per accertarsi della nostra identità. Dopo il terzo grado ci restituiscono i documenti e ci ordinano di attendere mentre la Giunta del Buon Governo, l’organo politico che amministra la comunità, decide se accogliere la nostra richiesta di visitare il caracol. Ce ne restiamo quasi altri venti minuti sotto il nostro misero ombrellino a tremare dal freddo. Poi due passamontagna rispuntano dalla nebbia e vengono verso di noi, ma non si tratta dei due uomini di prima. Sono altre due persone. Ci rifanno le stesse domande, ci richiedono il passaporto e mentre scompaiono nella nebbia ci dicono di attendere ancora. E noi attendiamo. La compagna di San Cristobal ci aveva preparato a tutto questo.

Quando finalmente tornano i primi due uomini ci dicono che possiamo accedere. Siamo felici di farci scortare fino all’esterno della casetta di legno che ospita la giunta del buon governo dove ci consegnano a due compagne col passamontagna che avranno il compito di guidarci e di tenerci d’occhio. Ci dicono che non possiamo fotografare le persone ma ci consentono di fotografare i murales che colorano gli edifici.

Siamo dentro. Non siamo venuti fino alle montagne del sudest messicano per nulla.

“Se vuoi sapere chi è Marcos, chi si nasconde sotto il suo passamontagna, prendi uno specchio e guardati, il volto che scoprirai è quello di Marcos. Perchè noi siamo tutti dei Marcos”.

Subcomandante Marcos

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