L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 15 febbraio 2016

Siria&Parigi, Turchia e Arabia Saudita sempre più all'angolo, schiumano rabbia


Così Damasco aggira la “tregua di Monaco”

FEB 15, 2016 

La linea rossa (per gli americani, red telephone oppure Moscow-Washington hotline) che ha collegato il Pentagono al Cremlino fino al 1991 ora è diventata verde, colore del mondo islamico. Secondo quanto riferisce un comunicato della Casa Bianca il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha invitato in una conversazione telefonica l’omologo russo Vladimir Putin a porre fine ai bombardamenti dell’aviazione di Mosca contro le forze dell’opposizione siriana, considerata “moderata” dai primi e “terrorista” dai secondi, e dare il via al cessate il fuoco concordato la settimana scorsa ai colloqui di Monaco. Ma, malgrado le accuse unilaterali di Washington, c’è chi dall’altra parte agisce indisturbato e in violazione con gli accordi internazionali. Quando si è membri della Nato in lotta con Assad tutto è permesso.

È il caso della Turchia che proprio domenica avrebbe bombardato con la sua artiglieria postazioni delle forze curdo-siriane del Pyd, nella zona di Azaz, i villaggi di Maranaz, al Malkieh e Mengh, nella provincia di Aleppo, e di Ein Daqneh e Bazi in quella di Latakia. Inoltre sarebbero giunti dal confine turco 12 pick-up attraverso il valico di frontiera di Bab al Samaleh accompagnati da diversi miliziani, di nazionalità turca, secondo il governo di Damasco. Così il ministero degli Esteri siriano ha inviato una lettera di protesta rivolta al segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, e al Consiglio di sicurezza Onu, in cui vengono condannati i ripetuti attacchi di Ankara nel suo territorio sottolineando che tali atti costituiscono un sostegno diretto alle organizzazioni terroristiche armate attive nel Paese. “Questa è la conferma dell’intervento palese della Turchia nella guerra siriana e del suo continuo sostegno ai gruppi come Fronte al Nusra, al Jabha al Shamiya, Ahrar Al Sham e altre organizzazioni terroristiche legate ad al Qaeda”, si legge nella lettera. “Queste dichiarazioni – prosegue il ministero – mostrano ufficialmente gli atti premeditati da parte del regime turco volti a violare le risoluzioni del Consiglio di sicurezza Onu legate alla lotta contro il terrorismo”.


Il governo di Ankara smentisce le accuse ma è evidente che la Mezzaluna sunnita (Arabia Saudita, Turchia, Qatar) vuole salvare il salvabile, tanto che Riad ha inviato caccia e uomini nella base turca di Incirlik. Si tratta di una operazione militare in una guerra psicologia che potrebbe pertanto trasformarsi in un attacco di terra dalle conseguenze disastrose. Se turchi e sauditi dovessero agire congiuntamente in Siria, oltre alla già preannunciata risposta siriana, anche l’Iran prenderà le sue “misure”, come dichiarato da Masoud Jazaery, capo di Stato Maggiore iraniano. Gli accordi di Monaco sono serviti a Washington e ai suoi alleati della regione per fermare l’avanzata verso Nord (Aleppo e dintorni) dell’esercito regolare supportato dall’aviazione russa e programmare un’operazione di terra. Dall’altra l’accettazione del “cessate il fuoco” da parte del Cremlino è sembrata in un primo momento una resa pertanto la sterzata della strategia bellica del governo di Damasco è riuscita ad aggirare la tregua. Se questa non permette i bombardamenti sull’opposizione considerata dagli americani “moderata”, tuttavia non impedisce la prosecuzione della lotta a Daesh.

Da Aleppo dunque la battaglia si è spostata improvvisamente a Raqqa, capitale del sedicenteStato Islamico, situata a nord-est del Paese. La sua conquista passerebbe per Tabqa, base dall’esercito siriano persa nell’agosto 2014, che dista una sessantina di chilometri dalla città-roccaforte del Califfo Abu Bakr Al Baghdadi. Attualmente l’esercito siriano si troverebbe nella periferia sud della località. Qualora questi dovessero avanzare nei prossimi giorni, si spalancherebbe una corsa tra tutte le potenze in campo per la presa di Raqqa. Chi arriverebbe primo godrebbe di un potere contrattuale superiore nei tavoli diplomatici sul futuro del Paese. A Washington infatti già si pensa alla strategia per conquistare la città. L’ipotesi che circola nelle stanze del Pentagono è quella di un’armata di liberazione formata da curdi di nazionalità siriana, proprio sul “modello Kobane”, in riferimento alla vittoria tra settembre 2014 e gennaio 2015, che dovrebbe avanzare dalla città di al Hasaka, situata nella parte nord orientale. Tuttavia la presa di Raqqa da parte dei combattenti curdo-siriani sostenuti dagli americani ed un’eventuale costruzione in Siria di un Kurdistan sul modello di quello iracheno rischia di far saltare i piani e mettere in conflitto Usa e Turchia. Pertanto questa ipotesi risulta poco fattibile: i curdi siriani non si fidano degli Stati Uniti i quali gli hanno esclusi dai colloqui di Ginevra, inoltre questi hanno già combattuto al fianco dell’esercito regolare siriano e sostengono le operazioni militari del Cremlino nel Paese. La corsa per la liberazione di Raqqa è cominciata e in pole position c’è il governo di Damasco. Solo un intervento militare turco-saudita potrebbe cambiare i rapporti di forza, ma attuarlo significherebbe apparire agli occhi del mondo come l’esercito di difesa del Califfato.

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