L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 15 febbraio 2016

Sistema bancario, fa acqua da tutte le parti e Banca Etruria è stata la punta di diamante del crollo

Eurozona, banche italiane hanno aperto vaso Pandora
15 febbraio 2016, di Daniele Chicca

ROMA (WSI) – L’attenzione e le preoccupazioni degli investitori si sono concentrate sui guai di Deutsche Bank ultimamente, ma il vero epicentro della crisi del settore bancario europeo riguarda l’Italia.

I tentativi encomiabili del governo Renzi di rilanciare una crescita economica che rimane anemica ormai dall’inizio del secolo – una striscia negativa da Grande Depressione – sono stati sin qui vanificati dall’intransigenza delle autorità a Bruxelles verso la flessibilità di bilancio e in ultima istanza dalle nuove norme di bail-in.

Se prima era la Grecia a minacciare l’esistenza dell’area euro, ora è l’Italia, stretta in una morsa rappresentata da una stagnazione secolare e da un settore bancario ancora fragile.
La stagnazione secolare italiana

Con la nuova regolamentazione europea, che prevede la partecipazione ai piani di salvataggio di creditori, azionisti e correntisti con depositi superiori ai 100 mila euro in banca, di fatto l’Eurozona non permette all’Italia di sostenere le sue banche con aiuti di Stato e al contempo non può più correre in soccorso del settore bancario italiano o di qualsiasi altro paese membro. È uno dei paradossi creati dal sistema che dovrebbe portare all’unione bancaria.

Il futuro dell’Eurozona è legato a doppio filo con quello delle banche italiane piene di crediti inesigibili che secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale rappresentano circa il 18% del Pil della terza economia dell’aerea euro.

La creazione di una bad bank di comune accordo con la Commissione Ue, sulla falsa riga di quanto avevano fatto Irlanda e Spagna prima dell’introduzione delle norme di bail-in – in vigore dal primo gennaio – era volta a ripulire i bilanci degli istituti di credito italiani, ma non ha convinto.

Ci sono dubbi sulle garanzie che è in grado di offrire lo stato e per effetto della nuova struttura legislativa in materia di piani di salvataggio, gli investitori retail dovranno accettare una svalutazione pari a 200 miliardi di euro suibond subordinati, titoli che pensavano essere sicuri.

Così i leader dell’Eurozona rischiano di far crollare il castello di carta del sogno della federazione europea. Come scrive Jeremy Warner sul Telegraph, se tutto era cominciato con il Trattato di Roma, è proprio Roma il posto dove tutto potrebbe finire“.

Fonte: Telegraph

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