L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 3 marzo 2016

2016 crisi economica, non sanno più cosa fare e quello che dovrebbero fare NON lo vogliono fare, la Piena Occupazione Dignitosa

Non sanno più cosa fare

Dall’incontro di Shanghai del G20 non esce alcuna strategia comune per rilanciare l’economia mondiale

Il vertice G20 di Shanghai doveva essere l’occasione per coordinare gli interventi di politica economica con l’obiettivo di rilanciare un’economia mondiale in forte rallentamento. Invece è stata l’occasione in cui sono emerse le profonde divergenze tra i Paesi occidentali sulle strategie da seguire.
I temi del contendere sono stati sostanzialmente due. Il primo la bontà di aumentare la spesa pubblica; il secondo riguarda l’efficacia dei tassi negativi. Sul primo pomo della discordia il dibattito in Europa è arcinoto. Si tratta del confronto tra i fautori delle politiche di austerità tese a ridurre l’indebitamento pubblico e coloro che chiedono investimenti e aumento della spesa pubblica per rilanciare l’economia. Tra i risultati delle politiche di austerità vi è da annoverare la sconfitta elettorale dei partiti che hanno sostenuto i Governi che le hanno attuate. E’ successo in Grecia, in Portogallo, in Spagna ed ora anche in Irlanda. Quest’ultimo caso è particolarmente interessante, poiché l’economia irlandese era in forte crescita, ma i partiti di Governo sono stati ugualmente puniti dagli elettori.
Più importante è il dibattito sull’efficacia dei tassi negativi anche perché è molto probabile che la Svizzera per evitare un rafforzamento del franco li porterà ulteriormente in basso e altrettanto farà la Banca centrale europea dopo la pubblicazione dei dati sull’inflazione che certificano la caduta in deflazione di Eurolandia con un calo dei prezzi in febbraio dello 0,2% su base annuale. Ora, come si sa, i tassi negativi sono già realtà nel nostro Paese, in Eurolandia, in Danimarca, in Svezia e in Giappone. Inoltre, circa 6000 miliardi di titoli obbligazionari hanno già rendimenti negativi. Ora, per evitare una reazione dei lavoratori e dei piccoli risparmiatori la Bce di Mario Draghi ha intenzione di seguire l’esempio nipponico, ossia un sistema a doppia velocità per cui le banche non devono pagare per i depositi dei piccoli risparmiatori. Ma proprio questo artificio rischia di rendere, secondo il Governatore della Banca centrale d’Inghilterra, l’intero esercizio utile solo per favorire il deprezzamento della moneta del Paese in questione sul mercato dei cambi. Quindi, diventa a livello globale un gioco a somma zero, poiché quello che guadagna il Paese che svaluta, lo perde il Paese che vede la propria rivalutarsi. Inoltre l’esperienza giapponese rimette in discussione anche l’efficacia dei tassi negativi sul tasso di cambio. Infatti dopo la decisione di introdurre i tassi negativi lo yen si è rafforzato e la borsa di Tokyo è calata fortemente. D’altro canto, imporre i tassi negativi anche sui piccoli depositi rischia di vedere un ritiro di massa di soldi che potrebbe innescare una crisi del sistema bancario che è già uno degli anelli più deboli dell’intera economia mondiale. Insomma la scelta di spingere ancora più in basso tassi già negativi è una scelta di disperazione di banche centrali che non sanno più a che santo votarsi.
In realtà questa crisi, che è la prosecuzione di quella del 2008, non può essere superata se non rivedendo i paradigmi economici degli ultimi anni. La globalizzazione, le nuove tecnologie e il libero movimento dei capitali hanno provocato la stagnazione e spesso la diminuzione dei redditi di larghi strati della popolazione ed hanno favorito la concentrazione delle ricchezze. Questo fenomeno ha prodotto una carenza di domanda, poiché gli strati sociali sono quelli che hanno una maggiore propensione al consumo. Quindi, se si vuole aumentare la domanda finale, la via maestra è attuare politiche che correggano le distorsioni provocate dalle politiche liberiste degli ultimi decenni. Ma non è questa l’intenzione delle attuali autorità politiche e monetarie. Quindi, se un radicale cambiamento delle politiche economiche, non possiamo che aspettarci la terza gamba della caduta dei mercati finanziari e una crisi peggiore di quella del 2008.

Alfonso Tuor | 2 mar 2016
 

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