L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 25 marzo 2016

3 - #No3GuerraMondiale, chi controlla l'Eurasia controlla il mondo l'Afghanistan è il centro di queste terre

L'Ernesto toscano, Firenze, luglio-agosto 2002

LA VERA STORIA DELLA GUERRA IN AFGHANISTAN
le risorse energetiche e il controllo dell’Asia Centrale 
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Vladimiro Giacché






“Dopo la sconfitta dell’Unione Sovietica nella Guerra Fredda, Washington - con l’aiuto di Al-Qaeda - sta stabilendosi in Asia Centrale”
(M. Thompson, “Letter from Kyrgyzstan: the US Moves In”, Time, 27 aprile 2002) 

“Non ricordo nessun precedente storico di una regione divenuta così all’improvviso talmente importante da un punto di vista strategico come la regione del Caspio”
(dichiarazioni rese nel 1998 dall’attuale vicepresidente USA Dick Cheney e riportate in M. Cohn, Cheney’s Black Gold: Oil Interests May Drive US Foreign Policy [!], in the Chicago Tribune, 10 agosto 2000 [!])
L’Asia Centrale “offre opportunità di investimento nella scoperta, produzione, trasporto e raffinazione di enormi quantità di risorse di greggio e gas naturale... Il Kazakhstan è un nuovo Kuwait”
(Oil & Gas Journal, 10 settembre 2001) 

“L’importanza dell’Afghanistan dal punto di vista energetico nasce dalla sua posizione geografica di potenziale rotta per il transito di petrolio e di gas naturale dall’Asia Centrale al Mar Arabico”
(US Energy Information Agency, settembre 2001)
Sino a tre mesi fa era impensabile che [il percorso per il trasporto del petrolio dall’area del Caspio] passasse attraverso l’Afghanistan per poi sboccare sulle coste del Pakistan e dell’India”
(D. Tonello, “La nuova frontiera dei petrolieri” in Borsa & Finanza, 22 dicembre 2001)

“La situazione geopolitica è cambiata e gli Stati Uniti sono diventati il terzo Paese confinante dell’Asia Centrale”
(Y. Karin, esperto di scienze politiche del Kazakhstan: dichiarazione riportata sull’Economist, 19 gennaio 2002)


Il 30 maggio scorso è stato un giorno importante. Quel giorno, infatti, è avvenuta la firma solenne di un trattato trilaterale tra Turkmenistan, Afghanistan e Pakistan. Oggetto del trattato: la costruzione di un gasdotto lungo 1.500 chilometri, che porterà il gas estratto dai giacimenti di Daulatabad, in Turkmenistan, sino a Gwadar, in Pakistan, passando per l’Afghanistan. Si tratta precisamente del gasdotto a cui “lavorava” la compagnia americana Unocal sin dai primi anni Novanta. Questa notizia, che invano cercheremmo sui giornali italiani, ci racconta la vera vittoria della vera guerra che è stata scatenata sull’Afghanistan. 
Il reale scopo della guerra in Afghanistan è infatti rappresentato dalla possibilità di controllare aree strategiche dal punto di vista geopolitico e del controllo dei flussi delle materie prime. L’Afghanistan fa parte appunto di una di queste aree. Perché il suo territorio costituisce una via di transito per le risorse energetiche dei Paesi dell’Asia Centrale. Perché si trova in una regione di cerniera tra Cina e Russia. Perché è un punto di passaggio strategico tra Europa ed Asia - e, come ha detto Brzezinsky qualche anno fa, “tutti condividono il presupposto che l’Eurasia sia il centro del mondo e che chi controlla l’Eurasia controlli il mondo”. La cosiddetta “guerra al terrorismo” ha per l’appunto consentito agli USA di porre un’ipoteca su quest’area fondamentale. Il fatto di aver imposto la propria presenza diretta in quest’area rappresenta per gli USA il secondo vero grande successo di questa guerra, dopo il rilancio delle spese militari (che rappresentano, per così dire, un “successo” a sé stante in quanto consentono di far ripartire il settore militare USA, uno dei settori trainanti dell’economia americana). 
Proviamo ad esaminare più da vicino la questione, a partire da una stima delle risorse energetiche presenti nell’area.


1. Le risorse energetiche dell’Asia Centrale

Sono davvero così importanti queste risorse?
Sì. Secondo stime pubblicate nell’agosto del 2000 dall’Institute for Afghan Studies il valore delle riserve petrolifere dei Paesi dell’Asia Centrale che circondano l’Afghanistan (Azerbaijan, Kazakhstan, Turkmenistan e Uzbekistan) si aggira tra i 2.500 e i 3.500 miliardi di dollari: non per nulla l’articolo in questione recava un titolo come “Le nuove miniere d’oro dell’Asia Centrale”! Oggi si parla di 110 miliardi di barili di petrolio contenuti nel solo Mar Caspio, che ne farebbero la terza riserva mondiale, dopo l’Iraq (113 miliardi) e l’Arabia Saudita (262 miliardi). I paesi più ricchi di petrolio sono il Kazakhstan e l’Azerbaijan. Ma nell’area esistono enormi giacimenti anche di gas naturale: a questo riguardo il paese più ricco è il Turkmenistan, seguito dal Kazakhstan e dall’Uzbekistan. Questi tre paesi si situano tra i primi 20 al mondo per quantità di risorse energetiche accertate.
Ma siccome quest’area è stata relativamente poco esplorata, le sue riserve potenziali possono risultare molto superiori ancora. Ce lo dice con estrema chiarezza il sito (governativo) americano dell’Energy Information Administration: “la regione del Mar Caspio è importante per i mercati mondiali perché ha grandi riserve di petrolio e gas che soltanto ora stanno iniziando ad essere pienamente sfruttate ... Benché gli stati che si affacciano sul Mar Caspio siano già primari produttori di energia, molte parti di questo mare e dell’area circostante restano inesplorate...Attraverso l’intervento di ulteriori investimenti stranieri, l’applicazione di tecnologia occidentale, e lo sviluppo di nuovi mercati di sbocco, la produzione di petrolio e gas naturale nella regione del Caspio potrebbe moltiplicarsi”.
Queste parole rappresentano la migliore traduzione pratica della teoria esposta, poco meno di 90 anni fa, da un teorico marxista oggi ingiustamente sottovalutato: “Per il capitale finanziario sono importanti non solo le sorgenti di materie prime già scoperte, ma anche quelle eventualmente ancora da scoprire, giacché ai nostri giorni la tecnica fa progressi vertiginosi, e terreni oggi inutilizzabili possono domani esser messi in valore, appena siano stati trovati nuovi metodi (e a tal fine la grande banca può allestire speciali spedizioni di ingegneri, agronomi, ecc.) e non appena siano stati impiegati più forti capitali. Lo stesso si può dire delle esplorazioni in cerca di nuove ricchezze minerarie, della scoperta di nuovi metodi di lavorazione e di utilizzazione di questa o quella materia prima, ecc. Da ciò nasce inevitabilmente la tendenza del capitale finanziario ad allargare il proprio territorio economico, e anche il proprio territorio in generale”.
Tornando a noi, aveva quindi ragione quell’uomo d’affari americano che nel 1998 disse: “Non ricordo nessun precedente storico di una regione divenuta così all’improvviso talmente importante da un punto di vista strategico come la regione del Caspio”. L’uomo d’affari in questione era l’attuale vicepresidente USA Dick Cheney, all’epoca presidente e amministratore delegato della Halliburton, una società leader nelle escavazioni petrolifere con forti interessi nell’area, e in particolare in Azerbajian. 
Cheney non è l’unico esponente della lobby petrolifera a ricoprire responsabilità di governo nell’amministrazione Bush. Condoleezza Rice, consigliere per la sicurezza, è stata dal 1991 al 2000 nel Consiglio di Amministrazione della Chevron (le è stata intitolata anche una petroliera della compagnia): in tale veste è intervenuta in Kazakhstan, dove la Chevron ha importanti interessi (vi ha investito più di 20 miliardi di dollari). Il ministro del commercio, Donald Evans, è stato per 25 anni amministratore della Tom Brown (gas naturale). La sottosegretaria dello stesso ministero, Kathleen Cooper, è stata capo economista della Exxon. Anche il ministro per l’energia, Spencer Abraham, proviene dal settore. Gale Norton, ministro dell’interno, come avvocato ha difeso la Delta Petroleum (e la sua campagna elettorale è stata finanziata dalla Bp-Amoco). E, dulcis in fundo, tanto Bush padre che Bush figlio sono petrolieri da sempre. Di fronte alla presenza diretta di questo esercito di - chiamiamoli così - profondi conoscitori delle problematiche energetiche, anche il fatto che le compagnie petrolifere abbiano contributo alla campagna elettorale di Bush & C. per 10 milioni di dollari assume una rilevanza secondaria... 


2. “La battaglia degli oleodotti”

Che l’Asia Centrale nasconda enormi risorse energetiche è fuori di dubbio. Il problema però è che scoprire nuovi giacimenti di petrolio e di gas naturale non è sufficiente. E non basta neppure riuscire ad estrarre queste risorse energetiche con l’aiuto delle migliori tecnologie. Perché esse diano i profitti desiderati, è necessario poterle trasportare verso i mercati di sbocco - controllandone il percorso. E qui le cose si fanno serie. 
Prendiamo il Turkmenistan. Su un sito specializzato americano si può leggere: “il Turkmenistan è l’esempio principe di una particolare anomalia che l’industria energetica in passato non si è mai trovata ad affrontare su così vasta scala: una grande regione dotata di enormi risorse in termini di giacimenti, che è isolata ed attualmente non ha un percorso efficiente e sicuro per spedire ciò che ne estrae sui mercati mondiali”.
In verità, a questo problema qualcuno ha pensato. E infatti il 21 ottobre 1995 i dirigenti della compagnia petrolifera americana Unocal e della saudita Delta Oil hanno firmato un accordo con il presidente del Turkmenistan Niyazov che prevedeva la costruzione di gasdotto (del costo stimato di 3 miliardi di dollari) tale da consentire esportazioni di gas naturale del valore di 8 miliardi di dollari. Il gasdotto avrebbe dovuto attraversare l’Afghanistan, per giungere in Pakistan (con una possibile estensione all’India). Problema: la guerra civile che all’epoca infuriava in Afghanistan, e che divideva le diverse fazioni di mujaheddin e le differenti etnie. Da questo momento i Sauditi cominciano a finanziare massicciamente i Talebani, abbandonando al loro destino le altre fazioni. Anche gli USA manifestano la loro benevolenza con aperture di credito sia in senso proprio che in senso figurato. Ad esempio, Barnett Rubin, specialista di cose afghane del Council of Foreign Relations, nell’ottobre del 1996 afferma - con singolare lungimiranza - che “i talebani non possiedono nessun legame con l’internazionale islamica radicale”! E l’attuale inviato USA in Afghanistan, Zalmay Khalilzad, ancora quattro anni fa scriveva solennemente sul Washington Post che “i Talebani non praticano il genere di fondamentalismo anti-americano in voga in Iran”... 
Tra i più entusiasti dei nuovi padroni dell’Afghanistan, ovviamente, c’è proprio la Unocal, il cui vicepresidente, Chris Taggart, nel 1997 ammette che gli esagitati giovanotti “sono utili” e che “la società sta facendo loro donazioni, ma non in denaro” (ossia in armi). Nel novembre dello stesso anno, la Unocal paga 1 milione di dollari per addestrare 137 giovani afghani, presso l’Afghan Studies Center dell’Università del Nebraska, in diverse attività connesse alla costruzione di gasdotti. Ma la simpatia è destinata a durare almeno sino al 1998: il 12 febbraio di quell’anno, il responsabile delle relazioni internazionali di Unocal, John Maresca, riferisce al congresso ed espone dettagliatamente il progetto del gasdotto CentGas. Ma anche dopo gli attentati alle ambasciate in USA in Africa, e il conseguente attacco missilistico americano alle basi di Bin Laden in Afghanistan (agosto 1998), i rapporti proseguono. Al servizio della Unocal lavorano, tra gli altri, un afgano-americano, il già citato Khalilzad, e anche - ma guarda un po’ - Hamid Karzai, l’attuale capo del governo provvisorio di Kabul. I rapporti di Unocal con i Talebani si interrompono nel dicembre 1998, anche se quelli del governo americano proseguono praticamente sino alla vigilia dell’11 settembre.
Comunque sia, con lo scoppio della guerra le prospettive del gasdotto riprendono quota. Già alla fine di ottobre, infatti, Niyazov dichiara solennemente, in una lettera all’ONU, che il gasdotto “aiuterà a ricostruire il paese, alla normalizzazione della vita pacifica e del lavoro del popolo Afghano, ed anche ad accelerare lo sviluppo socio-economico dell’intera regione circostante”. E sempre alla fine di ottobre il vecchio progetto di Unocal viene discusso ad Islamabad tra il ministro del petrolio pakistano Usman Aminuddin e l’ambasciatore americano Wendy Chamberlain, che rilasciano al termine del loro incontro un allusivo comunicato ufficiale: “il gasdotto dischiude nuove strade ad una cooperazione regionale multidimensionale, soprattutto alla luce dei recenti sviluppi geopolitici nella regione”. Come è andata a finire, l’abbiamo visto in apertura di questo articolo: il 30 maggio scorso è stato ufficialmente firmato l’accordo tra Turkmenistan, Afghanistan e Pakistan per dare il via al gasdotto.
Il gasdotto per trasportare il gas estratto dal Turkmenistan è solo uno dei progetti che riguardano le risorse energetiche dell’Asia Centrale. La stessa Unocal ha progettato un oleodotto, il Central Asian Oil Pipeline, lungo 1.700 km e in grado di collegare Chardzhou in Turkmenistan e l’oleodotto siberiano già esistente da un lato, la costa pakistana che si affaccia sul Mare Arabico dall’altra. Ovviamente, anche in questo caso il passaggio è attraverso l’Afghanistan, ed anzi l’oleodotto sarebbe almeno in parte parallelo al gasdotto già citato. Questo oleodotto sfrutterebbe le risorse petrolifere presenti in Uzbekistan. Anche in questo caso, le prospettive sembrano decisamente migliorate...
Ma attenzione. La “guerra degli oleodotti” non riguarda soltanto l’Afghanistan. Prendiamo il caso del Caspian Pipeline Consortium, una joint venture che ha tra i suoi azionisti la Russia, il Kazakhstan, l’Oman, ChevronTexaco e ExxonMobil. Il CPC ha inaugurato a fine ottobre un oleodotto da 2,65 miliardi di dollari, che collega i pozzi di Tengiz (nel nord del Kazakhstan) al porto russo di Novorossirsk, sul Mar Nero. In questa occasione, Bush ha dichiarato che l’Amministrazione USA ha in mente “un network di oleodotti e gasdotti multipli dal Caspio, che includono gli oleodotti Baku-Tbilisi-Ceyan, Baku-Supsa, Baku-Novorossirsk, e il gasdotto Baku-Tbilisi-Erzurum”. Curiosamente, nel comunicato della Casa Bianca l’oleodotto reale è citato per ultimo, mentre un oleodotto che esiste solo allo stadio di progetto è citato per primo. Ovviamente, non c’è nulla di casuale in questo. Infatti l’oleodotto Baku(Azerbajian)-Tbilisi(Georgia)-Ceyhan(Turchia) è quello che più sta a cuore al governo americano, in quanto non passa per la Russia. Purtroppo, è anche il tracciato più costoso ed antieconomico - sarebbe lungo 2.000 km e passerebbe per zone particolarmente impervie - tant’è vero che ha incontrato l’opposizione anche delle compagnie petrolifere (opposizione che potrebbe peraltro facilmente essere superata prevedendo adeguati sgravi fiscali). Tra chi è contrario a questo tracciato va annoverato anche il presidente del Kazakhstan il quale, ancora il 9 dicembre 2001, ha detto chiaro e tondo a Colin Powell di essere piuttosto interessato al molto più economico tracciato che passerebbe per l’Iran, sfociando nel Golfo Persico all’altezza del porto iraniano di Kharg Island. Va notato che la partecipazione del Kazakhstan è essenziale, perché le sole risorse azere renderebbero assolutamente antieconomico il progetto Baku-Ceyhan. Nel febbraio scorso il Washington Report on Middle-East Affairs ha pertanto riportato la posizione del Kazakhstan, commentando che l’oleodotto Baku-Ceyhan sembrava definitivamente affondato. L’estensore dell’articolo commentava peraltro con un certo stupore l’eventualità che quel progetto fosse sconfitto, dicendo che “quando il gioco si fa duro”, la lobby pro Israele “raramente perde a Washington”. 
Cosa c’entra Israele? È presto detto. Israele ha relazioni molto strette tanto con il Turkmenistan e l’Azerbajian, quanto con la Turchia. Per quanto riguarda il primo aspetto basterà ricordare che l’“ex” agente del Mossad Yousef Maiman, presidente del gruppo israeliano Mehrav, è cittadino onorario del Turkmenistan e personalmente coinvolto nello sviluppo delle risorse di gas della zona. A lui si deve il progetto del percorso Baku-Ceyhan, che eviterebbe sia Iran che Russia. Un’altra società israeliana, la Magal Security Systems, garantirà la sicurezza del tracciato dell’oleodotto. Per quanto riguarda il legame Israele-Turchia, come è noto si tratta di un asse strategico chiave per il mantenimento del controllo USA sul Medio Oriente. E l’interesse di Israele per questo tracciato è evidente: consentirebbe di approvvigionare Israele stessa anche in caso di crisi con i Paesi produttori di petrolio del Medio Oriente. Non è un caso, quindi, che da diversi anni a questa parte Israele e l’American Israeli Public Affairs Committee stiano facendo una fortissima azione di lobbying per l’oleodotto. 
Non è solo questo il punto a vantaggio dell’oleodotto Baku-Ceyhan. Basti pensare che il consorzio, guidato dalla British Petroleum, è rappresentato dallo studio legale Baker & Botts. L’avvocato principale è proprio il James Baker che era già stato segretario di Stato di Bush senior, e che gli è fedele e vicino anche nell’avventura finanziaria del gruppo Carlyle.
Ma il motivo principale è un altro: il progetto Baku-Ceyhan realizza alla lettera il programma espresso da Brzezinsky nel suo libro del 1997 La grande scacchiera. Ecco cosa scriveva l’ex segretario di Stato di Carter (e, per inciso, uno degli ispiratori della politica pro-integralisti islamici degli USA in Afghanistan già prima dell’invasione sovietica): “l’Azerbajian è il tappo della bottiglia che contiene le ricchezze del bacino del Mar Caspio e dell’Asia Centrale (...). Un Azerbajian indipendente, connesso ai mercati occidentali da oleodotti che non passino attraverso il territorio controllato dalla Russia, diventerà anche un’importante via d’accesso delle economie avanzate e consumatrici di energia alle repubbliche dell’Asia Centrale, ricche di energia”. 
Ma per quale motivo il controllo delle vie di traffico di gas e petrolio è così strategico per gli USA? Essenzialmente per due motivi. 
Il primo è rappresentato dalla necessità di ridurre la dipendenza energetica degli USA dai paesi del Medio Oriente. Non è un motivo da poco. Da questo punto di vista, è nel giusto chi vede in tutte le più recenti iniziative di politica estera americana (in Asia Centrale come in America Latina) principalmente “una strategia tesa al controllo del petrolio mondiale”. Si tratta di una strategia disegnata già nel “Piano nazionale per l’energia”, steso da Cheney (con la consulenza di Enron, la società che ha fatto bancarotta nel novembre scorso) nei primi mesi del 2001. In questo piano era scritto chiaramente: a) che gli Stati Uniti avrebbero dovuto sempre più far ricorso a risorse energetiche provenienti dalla Russia, dagli Stati del mar Caspio e dall’Africa; b) che per avere accesso a queste risorse aggiuntive non sarebbe stato sufficiente far ricorso alle forze spontanee del mercato, ma sarebbe stato necessario un impegno governativo. Impegno poi concretizzatosi: sotto forma di bombardieri e truppe d’assalto... 
Ma l’obiettivo di approvvigionare direttamente gli USA non è forse neppure il più importante: da un lato, infatti, una drastica riduzione della dipendenza dal Golfo Persico è impossibile nel breve periodo; e poi, comunque, gli USA hanno importanti produttori di petrolio molto più vicini a casa loro delle steppe dell’Asia Centrale (Canada, Messico, che già forniscono agli Stati Uniti il 40% del loro fabbisogno di petrolio, e Venezuela). Più importante è quindi un secondo motivo: è importante che gli USA controllino e dirigano i flussi di petrolio e gas naturale, dovunque essi siano diretti. E talvolta, del resto, l’importante non è dove queste risorse vanno, ma dove non vanno
Ad esempio, dal punto di vista degli Stati Uniti è importante innanzitutto che gas naturale e petrolio del mar Caspio prendano strade differenti da quelle prese sinora, ossia è importante che non passino più per la Russia. Qui va notato un aspetto importante: sotto questo profilo gli interessi di potenza della Russia confliggono con quelli delle sue stesse compagnie energetiche. Mentre i primi spingono a mantenere il passaggio sul territorio russo delle risorse dell’Asia Centrale, l’industria russa del petrolio e del gas naturale (che spesso possiede gli stessi oleodotti e gasdotti) spinge per distribuire e promuovere sui mercati internazionali i suoi prodotti. La circostanza è degna di nota perché attualmente sono proprio i colossi energetici russi (Yukos e Lukoil per il petrolio, Gazprom per il gas naturale) a decidere la politica estera di Putin. Che infatti ha avuto negli ultimi una direzione di marcia chiarissima: proporre la Russia come il grande fornitore sostitutivo di risorse energetiche dell’Occidente rispetto ai Paesi del Golfo Persico. Per questo motivo la Russia (che non fa parte dell’OPEC) ha aumentato la produzione per rompere la politica dei prezzi del cartello OPEC. Per lo stesso motivo non si è - almeno per il momento - opposta ai movimenti USA sugli oleodotti dell’Asia Centrale; la stessa opposizione “storica” all’oleodotto Baku-Ceyhan sembra essere venuta meno.
In secondo luogo, le risorse energetiche non debbono dirigersi verso la Cina. In termini più concreti: deve essere impedita la costruzione di oleodotti e gasdotti che conducano le risorse energetiche dell’Asia Centrale, passando per il Kazakhstan (che confina ad est con la Cina), nello Xinjiang. Non si tratta di progetti fantascientifici: un concreto progetto esiste dal 1997, e dovrebbe essere realizzato sotto l’egida del China National Petroleum Corporation. Va notato che, evidentemente sotto la pressione degli eventi in Asia Centrale, il progetto di gasdotto (lungo 4.000 km) che passando per lo Xinjiang dovrebbe sboccare a Shangai, è stato sbloccato all’inizio di febbraio 2002. E, non a caso, tra le compagnie straniere ammesse nel progetto ci sono la russa Gazprom e l’europea Shell, mentre è stata esclusa nella fase finale l’americana Exxon. E’ del tutto chiaro che, qualora tale progetto fosse realizzato, esso avrebbe l’effetto non solo di rifornire la Cina di parte dell’energia necessaria per il suo sviluppo, ma anche quello di provocare un riavvicinamento strategico tra Cina, Giappone e Corea. Prospettive, entrambe, molto sgradite agli USA. 
Questo, dal punto di vista americano, impone una rotta diversa: gli oleodotti e i gasdotti debbono sboccare nel Golfo Persico. Per poi finire sui mercati in prospettiva più promettenti: quelli asiatici; ma sotto il controllo americano. 
Ma anche qui bisogna fare attenzione. Il percorso più breve ed economicamente più conveniente sarebbe quello che dal Turkmenistan porta al Golfo Persico passando per l’Iran. Però lo zio Sam non è d’accordo, perché l’Iran fa parte dell’”asse del male” (o, più probabilmente, viceversa...). E allora (oltre alla rotta che porta in Turchia) resta solo la via che passa per l’Afghanistan. Appunto. 


3. Petrolio e guerra: una scoperta tardiva

Sulla base di quanto abbiamo visto, non può stupire che in Asia e in Medio Oriente il nesso tra la guerra americana in Afghanistan e il controllo delle risorse energetiche sia stato, da subito, individuato con estrema chiarezza. L’Asia Times di Nuova Delhi, alla vigilia dell’attacco americano, individuava nel petrolio la chiave della campagna militare che si stava preparando, e affermava senza mezzi termini che un suo successo avrebbe potuto “riconfigurare in misura sostanziale gli scenari energetici per il XXI secolo”. Ancora più esplicito, negli stessi giorni, Abdallah al Emadi, editorialista del quotidiano Arrayah del Qatar: “Oggi l’America si appresta a mettere le mani su una regione che non è meno importante del Golfo. E’ la regione del Mar Caspio e del Caucaso, molto ricca di greggio e di gas. Se riuscirà a controllare questa regione, così come è il caso del Golfo, l’America si garantirà il mantenimento della leadership mondiale”. Chiaro, no?
Curiosamente, al riguardo i grandi media americani ed europei avevano le idee molto meno chiare. In effetti, negli USA la giornalista Nina Burleigh il 12 ottobre (quindi a guerra già iniziata) ha potuto affermare che “dall’11 settembre solo due articoli nei media americani hanno tentato di descrivere in che modo Big Oil [ossia le multinazionali petrolifere, n.d.r.] potrebbero trarre beneficio da un repulisti di terroristi e di altri elementi anti-Americani nella regione dell’Asia Centrale”. Uno di questi articoli, scritto a Parigi da un giornalista del gruppo Hearst e ripreso soltanto dal San Francisco Chronicle, era effettivamente piuttosto esplicito: “la posta in gioco che si cela nella guerra contro il terrorismo può essere riassunta in un’unica parola: petrolio. La cartina dei santuari e degli obiettivi dei terroristi nel Medio Oriente e nell’Asia Centrale assomiglia in maniera straordinaria alla mappa delle principali fonti di energia per il XXI secolo. Sarà la difesa di queste risorse energetiche - piuttosto che la semplice sfida tra l’Islam e l’Occidente - a costituire il principale scenario di conflitto globale per i prossimi decenni”. 
In Italia le cose non vanno meglio. Il primo articolo sull’argomento compare il 9 ottobre, ed è di Magdi Allam su Repubblica. Tant’è vero che Curzio Maltese, ancora dieci giorni dopo, poteva affermare che “nel fiume di chiacchiere che ha circondato questa guerra, il petrolio non c’è”, trovando giustamente questo fatto “curioso e sospetto”. In effetti, a guerra già iniziata soltanto il Manifesto fa opera di informazione, e pubblica, a partire dal 12 ottobre, numerosi articoli sull’argomento. Per trovare sui principali quotidiani un articolo ben documentato bisogna giungere al 24 ottobre, quando la Repubblica pubblica un articolo ove si legge tra l’altro che “nei piani di guerra del Pentagono c’è proprio l’occupazione militare di una fascia di territorio afgano che corrisponde al tracciato di gasdotti e oleodotti per trasportare il gas turkmeno e il petrolio uzbeko fino al porto di Karachi [in Pakistan], accessibile all’Occidente”. 
Soltanto molto più tardi, il 3 dicembre, è stato possibile leggere sul Sole 24 ore una frase come questa: “poiché la guerra riguarda così da vicino il mondo arabo, l’Oceano Indiano e l’Asia Centrale, sarebbe sciocco pensare che non riguardi anche la politica energetica, specie quella relativa alla gestione delle vitali risorse d’idrocarburi”. 
A questa data, però, il principale risultato strategico della “guerra contro il terrorismo” era stato conseguito: la rotta delle risorse energetiche per l’Afghanistan, poteva annunciare il 17 dicembre il Financial Times, “non è più politicamente inconcepibile”. E gli USA avevano ormai saldamente - e irreversibilmente - stabilito la loro presenza in Asia Centrale.


4. “The Yankees are coming”: le basi americane in Asia Centrale 

La presenza militare diretta degli Stati Uniti nei Paesi ex sovietici dell’Asia Centrale (ad eccezione del solo Kazachstan) è ormai una solida realtà. Vediamola in dettaglio.
In Kirgizistan gli Stati Uniti hanno installato una base per 3.000 soldati all’aeroporto di Manas, a 30 km dalla capitale. L’articolo con il quale l’Economist del 19 gennaio ha informato della cosa i suoi lettori aveva un titolo significativo: “Arrivano gli Yankees”. Ancora più significativi i contenuti dell’articolo, che tra l’altro notava come la decisione americana di dispiegare queste truppe in Kirgizistan fosse stata assunta “in un momento in cui la guerra in Afghanistan era quasi al termine”. Con l’aggravante che, come dichiarato dal Pentagono il 3 gennaio, il dispiegamento americano andava considerato “di lungo termine, non temporaneo”. Ma la circostanza più significativa l’articolo non la notava: ed era il fatto che il Kirgizistan non confina con l’Afghanistan. Confina però con il Kazakhstan, il paese più ricco di risorse energetiche di tutta l’Asia Centrale. E dista 320 km dalla Cina. A Mosca ovviamente la notizia non è stata presa bene, tanto che la Russia ha subito minacciato di non ratificare un accordo per ristrutturare il debito (di 133 milioni di dollari) del Kirgizistan nei suoi confronti.
Per quanto riguarda l’Uzbekistan, l’interessata amicizia con gli USA è di più lunga data. L’Uzbekistan già da tempo ospita basi americane. Il primo accordo tra USA e Uzbekistan per l’addestramento di truppe uzbeke da parte degli Americani risale infatti al 13 dicembre 1995. Nel 1996 si sono svolte le prime esercitazioni congiunte su territorio uzbeko. Però con la “guerra contro il terrorismo” i legami si sono fatti ancora più stretti: le basi di Khanabad e Kokaida ora ospitano 1.500 soldati americani. E più generosi si sono fatti anche gli aiuti USA: quest’anno ammonteranno a 160 milioni di dollari (il triplo del 2001). L’aiuto più importante che gli USA danno al presidente Karimov è però di un altro tipo: si tratta del compunto silenzio sulle gravissime violazioni dei diritti umani che hanno luogo in questo (come del resto nella più parte dei paesi limitrofi), e dell’assenso alla trasformazione di ogni dissidente in un “terrorista”. Inoltre Bush in persona ha definito l’Uzbekistan “un partner strategico” e ha ammonito che gli USA “vedrebbero con grave preoccupazione” ogni minaccia alla sicurezza dell’Uzbekistan. In verità, come spesso accade quando si dicono queste cose, è l’Uzbekistan a minacciare i paesi confinanti (Tajikistan e Kirgizistan). Comunque, sulla base di questi presupposti, come meravigliarsi del fatto che il buon Karimov abbia dichiarato che la presenza USA in territorio uzbeko per quanto lo riguarda “non è a termine”?
Anche il Tajikistan (che ha 500 km di confine con la Cina...) ha offerto agli USA le proprie basi. Già durante la guerra gli USA hanno avuto il permesso di lanciare attacchi in Afghanistan dalle ex basi sovietiche di Dushambe e Kulyab. Ma anche in questo caso la situazione è in ulteriore evoluzione. Il 20 febbraio del 2002 il Tajikistan è entrato a far parte della Partnership for Peace della NATO. Il 18 aprile, al termine di una visita di due giorni del ministro degli esteri tagiko negli USA, il Dipartimento di Stato ha reso pubblico un comunicato congiunto in cui viene espresso l’impegno di stabilire “relazioni qualitativamente nuove e di lungo termine basate su comuni obiettivi” quali “la lotta al terrorismo internazionale” e “il mantenimento della pace e della stabilità ed il rafforzamento della sicurezza nell’Asia Centrale”. Il significato di queste parole è stato chiaro il giorno dopo, allorché l’agenzia Reuters ha reso noto un memorandum di Bush a Powell ove si legge che “la fornitura di armi e addestramento (defence articles and services) al Tajikistan rafforzerà la sicurezza degli Stati Uniti e promuoverà la pace nel mondo [sic!]”. Per comprendere il carattere provocatorio di tutto questo va ricordato non soltanto che il Tajikistan fa parte della Comunità degli Stati Indipendenti (come del resto tutte le repubbliche ex-sovietiche dell’Asia Centrale ad eccezione dell’Uzbekistan), ma anche che sul suo territorio stazionano tuttora 19 mila soldati russi, in gran parte schierati lungo i confini con l’Afghanistan. 
E veniamo alle pecore nere. 
Cominciando dal Turkmenistan, che ha rifiutato di concedere il suo territorio alle forze statunitensi, pur concedendo il diritto di sorvolo per voli umanitari. Ed è stato punito con l’esclusione dai tour organizzati da numerose delegazioni di senatori e deputati americani in questi Paesi, con aiuti americani di entità ridicola (16,4 milioni di dollari nel 2002), e - da ultimo - con una condanna da parte dell’OSCE per “assoluta mancanza di ogni libertà di espressione”. La condanna dell’OSCE probabilmente avrà effetti pratici piuttosto limitati. Più importante è il fatto che gli USA hanno segretamente incontrato oppositori del capo dello stato turkmeno, Saparmurat Niyazov. Tutto questo, nonostante che l’atteggiamento del presidente turkmeno sia favorevole al gasdotto per l’Afghanistan, e che il capitale americano sia già ben presente nel Paese (è tra l’altro presente l’impresa di escavazioni Halliburton). Evidentemente, però, l’appetito vien mangiando. E allora si sostiene l’opposizione in Turkmenistan. Con quali prospettive? Lasciamo la parola all’istituto di studi che ha dato questa notizia il 21 giugno scorso: “se Niyazov non si alleerà con gli USA, il sostegno all’opposizione diventerà più forte, e ci si potrà attendere qualche forma di pressione da parte americana sul presidente. Ma se Niyazov farà delle concessioni, accettando truppe americane, cambiando le condizioni di investimento in modo da favorire le compagnie straniere, e annunciando qualche riforma di facciata, allora Washington abbandonerà l’opposizione turkmena.” In definitiva, “l’interesse USA nei confronti di essa esprime un più profondo interesse americano nel gas e nel petrolio del Turkmenistan.” Più chiaro di così...
Ma il problema è soprattutto il Kazakistan. Che a gennaio ha addirittura firmato un accordo di difesa con la Cina. In questo caso, vista l’importanza di un Paese che secondo il Financial Times “un giorno potrebbe diventare un incubo per l’OPEC”, e vista l’importanza degli investimenti che il capitale occidentale e statunitense vi ha già effettuato, l’approccio non può essere troppo duro. Bisogna denunciare i “metodi antidemocratici” di Nazarbayev - e anche in questo caso l’OSCE obbediente esegue - ma conviene anche dare qualche contentino. Così, nel mese di marzo è stato comunicato che dal 1° ottobre 2001 il Paese ha ottenuto dal Dipartimento del Commercio USA l’ambito riconoscimento di “paese con economia di mercato”, che consente di rendere inapplicabili nei suoi confronti le leggi antidumping (leggi: dazi). Lo stesso riconoscimento era stato fornito esattamente un anno prima dall’Unione Europea. E il 1° aprile il ministro degli esteri kazako ha dichiarato la propria disponibilità ad aprire, “in caso di emergenza”, un aeroporto alla coalizione antiterrorismo guidata dagli USA. In apparenza, si tratta di una mossa puramente di facciata (benché comunque 600 voli della coalizione abbiano usufruito dello spazio aereo kazako durante la guerra). E infatti il 27 giugno, durante un’audizione di un alto funzionario del Dipartimento di Stato americano al Senato, è stato detto esplicitamente che il governo americano intende “aumentare il suo sostegno finanziario al processo di sviluppo dei partiti politici in Kazakistan”,. Ossia pagare i partiti di opposizione.
Ovviamente, la penetrazione USA nell’area si vale di uno spettro di mezzi che va ben oltre la semplice macchina militare. C’è la guerra di propaganda: ad esempio, il 4 aprile 2002 sono state inaugurate le trasmissioni di Radio Free Europe (accusata dai Russi di sostenere i secessionisti ceceni) su Cecenia e nord Caucaso. Ma sono stati anche raddoppiati i programmi di assistenza economica ai paesi dell’area (da 244,2 milioni di dollari nel 2001 a 408 milioni nel 2002). Ed è stata rilanciata la vendita di armi, eliminando le precedenti restrizioni.
Comunque, la presenza di basi e soldati americani in questi Paesi è il fatto più significativo, e non soltanto da un punto di vista simbolico. 
Sulla durata di questa presenza i messaggi che vengono dagli USA sono inequivocabili. Da ultimo Rumsfeld, col suo caratteristico eloquio sempre così ricco di sfumature, ha detto: le truppe americane resteranno “sinché sarà necessario” (24 aprile). Ma già nel dicembre scorso Elizabeth Jones, la vice segretaria di Stato per gli Affari Europei ed Eurasiatici [!!], aveva dichiarato di fronte ad una commissione parlamentare che l’amministrazione Bush sperava che una permanente presenza americana in Asia Centrale desse impulso allo sviluppo economico e sostenesse le riforme democratiche nella regione. A gennaio anche il leader (Democratico) del Senato americano, Tom Daschle, ha dichiarato che “gli USA vedono la loro presenza in Asia Centrale come un impegno di lungo termine che proseguirà anche dopo il completo ritorno della stabilità in Afghanistan”; da questo punto di vista, ha detto Daschle, “il nostro successo militare va visto come l’inizio, non la fine, del nostro sforzo”. Del 30 aprile, infine, è la notizia che il Pentagono sta predisponendo un piano per una presenza militare di lungo termine nell’area.
Quanto agli obiettivi della presenza americana nell’area, il Moscow Times del 13 febbraio non ha dubbi: “Gli Stati Uniti stanno accerchiando la Cina, il solo Paese che potrebbe ingaggiare una lotta economica, politica o militare. Sono già in Corea del Sud, Giappone e Taiwan, mentre l’India è anti-cinese. Resta da coprire un ampio arco - Russia e Asia Centrale”. A queste dichiarazioni ha fatto eco, due mesi dopo, il generale russo Mylnikov, capo del Centro Antiterrorismo della CSI, che ha individuato gli obiettivi americani nel “controllo a lungo termine dei processi politico-militari in Asia Centrale e in stati limitrofi, quali l’Iran e l’Irak”, nonché nella volontà di porre in essere “una misura preventiva contro la Cina”. 
In queste affermazioni c’è un non-detto significativo: l’obiettivo dell’accerchiamento USA potrebbe infatti essere la stessa Russia. Qualcuno ha sostenuto esplicitamente proprio questa tesi, ad appena un mese dall’inizio delle operazioni militari in Afghanistan. “Il grande guadagno per gli USA è l’occasione d’oro di stabilire una presenza militare permanente nell’Asia Centrale, che è ricca di petrolio e che apre la strada ad un’altra regione ricca di risorse, la Siberia. Così, un altro obiettivo potrebbe essere a portata di mano - l’ulteriore balcanizzazione della Russia e delle nazioni dell’Asia Centrale, sino a farne entità simili agli emirati, facilmente controllabili e privi di reale sovranità”. Dello stesso tenore la Rossiskaya Gazeta del 22 gennaio: al termine delle operazioni in Afghanistan, “la Russia e l’intera ex-Unione Sovietica non solo risultano accerchiate da un anello di basi militari e di intelligence degli USA e della NATO, proprio come 50 anni fa. In più, queste basi hanno ‘messo radici’ direttamente in Asia Centrale”.
Tutto questo - è bene ricordarlo - avviene in una situazione in cui il contenzioso tra i 5 Stati che si affacciano sul Mar Caspio - per il possesso delle risorse che il Caspio contiene - non accenna a risolversi.


5. Conclusioni

La conclusione è obbligata: sotto questo profilo la guerra è stata un vero successo. Essa ha infatti garantito agli USA:
a) un’ipoteca sul controllo del Mar Caspio e dei Paesi dell’Asia Centrale e delle relative risorse energetiche; 
b) una presa geopolitica sull’area, con una duplice funzione di contenimento (nei confronti della Russa e della Cina);
c) e, per questa via, una forte riconferma del dominio statunitense a livello mondiale.

Controllo delle risorse energetiche, dominio imperialistico, supremazia militare. Sono punti da sempre all’ordine del giorno della politica estera americana. E da sempre sono tra loro connessi. Non soltanto in Asia Centrale: la presenza delle forze militari americane in prossimità dei luoghi di estrazione delle risorse energetiche e lungo il percorso degli oleodotti, in Asia Centrale come in Medio Oriente, è assolutamente impressionante. 
La connessione tra petrolio e dominio imperialistico americano è così espressa in uno degli articoli migliori usciti sulla guerra afghana (non a caso pubblicato da un quotidiano di Hong Kong): 

“I Talebani non sono mai stati un obiettivo nella "guerra contro il terrorismo". Sono stati soltanto un capro espiatorio - o meglio, un’orda di guerrieri medievali che semplicemente non hanno onorato il loro contratto: inserire l’Afghanistan nell’Oleodottistan. Tutte le potenze regionali sanno bene che l’America è in Asia Centrale per restarci, come Washington stessa è andata ripetendo in queste ultime settimane, e influenzerà o farà azione di disturbo sull’economia e la geopolitica della regione (...). Oleodottistan non è un fine in sé. Il petrolio e il gas non rappresentano l’obiettivo ultimo degli USA. Tutto questo ha come obiettivo il controllo. Nel suo Monopole, lo scrittore belga Michel Collon ha scritto: "Se vuoi dominare il mondo, devi controllare il petrolio. Tutto il petrolio. Ovunque".” 

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