L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 1 marzo 2016

Giulio Sapelli, sa perfettamente che lo stato deve spendere a deficit per rilanciare l'economia MA presume erroneamente che gli euroimbecilli lo possano permettere. Spendere in deficit per creare la Piena Occupazione Dignitosa

PER L'ECONOMISTA TORINESE ''LA RICOSTRUZIONE POST-SISMA NON BASTA''
''BCC E POPOLARI ODIATE DA BANKITALIA, L'EURO CHE UCCIDE VA CAMBIATO''
''ABRUZZO MORTO SENZA GRANDI IMPRESE''
LAVORO E BANCHE, LA LEZIONE DI SAPELLI

Giulio Sapelli
di Roberto Santilli

L’AQUILA - "Non c’è da stupirsi se all’Aquila e nel resto d’Abruzzo, specie quello interno, manchi il lavoro, nonostante i soldi della ricostruzione post-sisma. Lo schema economico che comanda è, purtroppo, fondato sulla deflazione, sui bassi salari, e senza grandi imprese, che da quelle parti, oggi enormemente depresse, davano lavoro a decine di migliaia di persone, l’occupazione non può far altro che crollare".

La "sentenza" è di Giulio Sapelli, storico ed economista torinese, docente di Storia economica ed Economia politica all’Università Statale di Milano, critico convinto della moneta Euro, "che genera tremendi effetti distruttivi", e dei Trattati europei.

Critico sì ma con riserva, perché, spiega, "non si può tornare indietro, ma si deve tornare a far sì che gli Stati nazionali possano spendere a deficit, a investire, ad avere autonomia di bilancio".

"Si è voluto distruggere le grandi imprese - riprende - le uniche a dar forza ai territori marginalizzati, lasciando spazio alla convinzione che solo i piccoli e i medi potessero trainare da soli l’economia. Ma non è così e la depressione di certi territori, con il dramma occupazionale e quindi sociale che essa provoca, è lì a dimostrare quanto sia stata e sia sbagliata questa convinzione".

Per non parlare della riforma della banche popolari, "le uniche ad aver fornito credito durante la crisi”, e dell’attacco alle banche di credito cooperativo "per essere uccise, caso unico in Europa, dal governo italiano sempre più in mano a interessi stranieri, una situazione gravissima. C’è ormai un odio ideologico da parte di Bankitalia, unito alla forte pressione di interessi finanziari. Negli altri Paesi, almeno, certi attacchi si cerca di respingerli".

"La verità - rincara la dose il professore sulla riforma delle banche popolari - è che ricorrere a un decreto legge in campo economico è da regime sudamericano, non da democrazia occidentale. Era il caso di discuterne in Parlamento, invece qui c'è l'ombra, pesante, dell'incostituzionalità".

Il discorso, poi, Sapelli lo allarga al quadro europeo e mondiale, con "un’Europa sbandierata come fosse l’isola della felicità, mentre oggi è solo disperazione, si è ripiegata in se stessa, ma il suo destino è legato all’Africa, alla Russia, quest’ultima vogliosa di espandersi ma con cui ci si deve accordare sull’energia, ai buoni rapporti con gli Usa".

"Peccato che in pochi l’abbiano capito. Otto Von Bismarck non voleva nemici a Est e a Ovest, ma poi la Germania, che oggi impone all’Europa la sua politica, li ha avuti. E gli effetti li conosciamo tutti. Per fortuna, però, è stata sconfitta", conclude l’economista.

29 febbraio 2016

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