L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 25 marzo 2016

Islam, senza una lista pubblica degli imam che predicano nelle mosche che devono essere tutte censite non ci può essere dialogo neanche con l'Ucoi che spesso è vicino alla Fratellanza Musulmana, organizzazione islamista che vuole la sharia


«Quei giovani terroristi sono il fallimento di tutti noi». Parla il presidente delle comunità islamiche

«Quei giovani terroristi sono il fallimento di tutti noi». Parla il presidente delle comunità islamiche
Condanna degli atti terroristici ma anche senso di fallimento per un dialogo con i giovani che è assente. Ecco il clima che si respira nelle moschee. A raccontarlo è Izzedin Elzir, imam di Firenze e da sei anni presidente Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche d’Italia
In molti si chiedono dove sia la reazione da parte della comunità islamica e perché i musulmani non scendano i piazza.  Izzedin, che cosa risponde?
Abbiamo fatto tutto quello che possiamo fare come cittadini italiani e europei di fede islamica. La nostra è una condanna senza se e senza ma, netta, contro questi criminali e terroristi. Certo, siamo disponibili ad abbracciare qualsiasi idea creativa che provenga dai nostri concittadini. Noi siamo cittadini italiani di fede islamica, non siamo uno Stato dentro lo Stato. Qualcuno ci chiede di fare la parte dello Stato ma noi non lo vogliamo. Noi vogliamo essere trattati come cittadini italiani di fede islamica. Non siamo stati fermi, dopo l’11 settembre abbiamo fatto tante iniziative di dialogo interreligioso, interculturale, come la moschea aperta, abbiamo chiamato la comunità ad usare la lingua italiana accanto a quella araba, siamo andati in piazza.
La comunità islamica come vive il clima del dopo Bruxelles?
Uccidere una persona è un fallimento di tutti. Qualcuno vuole mettere la comunità islamica all’angolo, costretta a difendersi. Ma il fallimento è di tutti quanti noi: la scuola, la società civile, i mass media, le forze dell’ordine. Allora è giusto non cadere nella trappola delle parti contrapposte, e dare una risposta unitaria contro l’odio razziale e religioso e contro il terrorismo.
Nella comunità islamica come viene vissuta la guerra in Siria? Le bombe contro i civili non potrebbero rappresentare anche una leva che spinge al terrorismo, magari in luoghi più disgregati come le periferie della Francia o del Belgio? Voi ne parlate?
Certo, noi discutiamo di tutto. Può essere un alibi, è vero, quello che accade in altre parti del mondo. Ma andando a vedere i profili di questi ragazzi protagonisti degli atti di terrorismo vediamo che vengono dalla criminalità comune, dallo spaccio. Non sono passati dalla moschea, ma dalla prigione, e da un giorno all’altro, tramite un maestro cattivo o tramite Internet si mettono contro, finiscono ai margini della società. È chiaro, quello che succede in Siria, Egitto, Libia, Yemen, Libano, Palestina sono fattori in più che fanno diventare terroristi persone deboli come queste.
Su la Repubblica Renzo Guolo ha analizzato ieri il fenomeno del terrorismo islamico in Europa parlando di «una profonda frattura generazionale» tra i padri e i figli che quindi si ribellerebbero un po’ alla sessantottina, verrebbe da dire, in nome di quello che loro considerano una “utopia”, continua Guolo, cioè lo Stato islamico. Questa frattura la vede anche in Italia?
C’è una frattura fra la terza e la quarta generazione di immigrati rispetto ai loro padri ma esiste anche una frattura con la loro società. Questi ragazzi non sono venuti adesso dal Medio Oriente, sono nati e cresciuti tra noi che però non siamo riusciti a creare un dialogo con loro. Ma come sta dicendo lei, questo ricorda un po’ una storia passata. Noi come italiani questa situazione la possiamo capire, perché abbiamo subìto il terrorismo nero, quello rosso, e oggi quello che chiamo terrorismo “verde”Il concetto è lo stesso: mettersi contro la nostra società e credere che con la violenza si può cambiare il mondo.Ma loro non conoscono lafede religiosa e contestano ai genitori il fatto di non aver loro trasmesso la fede religiosa islamica. E allora hanno abbracciato questa fede come se desse loro un’ identità. Cosa molto pericolosa, di cui vediamo i risultati. Loro uccidono alla cieca. E non fanno distinzione tra musulmani e non musulmani, sono contro tutti quelli che sono diversi da loro.
Ma comunque si rifanno all’Islam, non vogliono una rivoluzione laica.
Questi ragazzi non hanno un’idea chiara, abbracciano il terrorismo verde perché è contro tutti, hanno solo il rancore contro tutti. I capi di Daesh invece sì, che hanno un progetto politico.
In questo momento nelle comunità islamiche c’è dialogo con le nuove generazioni?
Io come presidente dell’Ucoii ho cercato dal primo giorno un dialogo con i giovani ma va detto che quelli che frequentano le moschee non arrivano al 20 per cento. L’80 per cento sono cittadini italiani, addirittura non conoscono la fede religiosa, e, ripeto, i rischi purtroppo vengono soprattutto da questa fascia. Se un giovane non riconosce la sua fede religiosa e non si riconosce cittadino italiano perché ancora non abbiamo le leggi  adatte per avere la cittadinanza, – in Italia si ottiene la cittadinanza solo quando si arriva ai 18 anni – anche se si parla tanto di integrazione,  in realtà facciamo ben poco.
Si è parlato nei giorni scorsi di finanziamenti alle moschee dall’Arabia saudita. Lei cosa risponde?
Non ho preso personalmente e nemmeno come Ucoii neanche un centesimo dall’Arabia Saudita. La moschea si basa sull’autofinanziamento, e se ci sono dei donatori devono essere trasparenti.

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