L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 3 marzo 2016

L'istintiva liberazione dal gioco prepotente dei sistemi dominanti è chiamata populismo, guai per il potere se si struttura e si organizza

Ma il POPULISMO ama il popolo?
Diego Motta

Il populismo è solo una forma emergente della politica internazionale o è destinato addirittura a diventarne la forma egemone? E quali sono i tratti comuni ai tanti populismi che si affacciano sulle due sponde dell’Atlantico? Il 2016 dirà se l’onda lunga che è partita dal Vecchio Continente arriverà negli Stati Uniti, nel frattempo occorre guardare dentro alle società occidentali per capire cosa ha determinato tutto questo. «Populismo e democrazia hanno la stessa radice, ma nel caso del populismo parliamo di un popolo senza governo, senza autorità. Il populismo altro non è che la crisi della democrazia come forma di governo», spiega Mauro Calise, politologo dell’Università di Napoli e autore di ' La democrazia del leader' (Laterza).

La storia degli ultimi anni è nota: la recessione economica più lunga dal 1929 a oggi, la crisi secolare del welfare state a tutte le latitudini e l’incapacità della classe dirigente di trovare risposte al crescente clima anti establishment hanno provocato un cortocircuito politico, con la nascita o la crescita di nuove leadership. «Sin qui il populismo ha mostrato un carattere ciclico, esprimendosi attraverso successi di un movimento o di un leader che sono durati per un periodo abbastanza limitato», osserva Marco Tarchi, professore di Scienza della politica all’Università di Firenze, cui si deve l’analisi più aggiornata del caso italiano nel libro 'Italia populista. Dal qualunquismo a Beppe Grillo' (Il Mulino). Se questa progressione continuerà o conoscerà momenti di arresto o di arretramento, dipenderà per un verso dall’abilità dei movimenti populisti di «mantenersi in sintonia con un certo numero di timori, stati d’animo e aspirazioni diffusi nell’opinione pubblica – continua Tarchi – e per un verso dalla capacità di autocorrezione di classi e istituzioni politiche che, negli anni recenti, hanno offerto prove tutt’altro che brillanti». È evidente, in questo senso, come il consenso raggiunto da forze anti-sistema sia stato possibile anche grazie alla capacità di cavalcare temi fuori dall’agenda dei palazzi del potere, usando parole d’ordine di facile comprensione e strumentalizzando il più possibile emozioni e pulsioni dell’opinione pubblica, facendosi cioè «veicolo di una reazione istintiva, e quindi per certi aspetti rozza, a un quadro di progressiva dissoluzione di certezze e tradizioni», è il parere di Tarchi.

«Nel dibattito pubblico, ci si rapporta sempre di più alla persona in quanto individuo, non in quanto appartenente a una classe sociale», sostiene Mario Rodriguez, docente di comunicazione politica all’Università di Padova. Ha preso così forma quello che il politologo francese Dominique Reynié ha definito come «populismo patrimoniale», finalizzato a difendere simultaneamente due patrimoni popolari: uno 'materiale', il tenore di vita, e uno 'immateriale', cioè lo stile di vita. È come se in questo momento la difesa di uno status individuale, sociale ed economico, sia in qualche modo prevalente sull’esigenza di una costruzione di soggetti collettivi: è l’affermazione dell’'io' sul 'noi', anche se il mare magnumdel populismo non convince tutti. «Sono terrorizzato dall’usare parole antiche per raccontare fenomeni nuovi – confessa Rodriguez –. Il populismo è un termine nato per parlare d’altro. Evoca Peron e i regimi totalitari, l’assenza di democrazia. Il fenomeno più attuale invece è quello della disintermediazione, ultimo effetto a livello sociale dell’individualismo di massa». Con i corpi intermedi in difficoltà, dai partiti ai sindacati fino alle lobby, vince chi personalizza di più il messaggio e semplifica il linguaggio. «Ma attenzione alle banalizzazioni come quelle che mettono in conflitto la società civile buona contro la politica cattiva». «Che ci sia un legame tra populismo e disintermediazione, non c’è dubbio», prosegue Calise, secondo cui la vera sfida «è dimostrare di saper governare le forme di populismo che abbiamo davanti.

Da Marine Le Pen, a destra, in Francia, a Bernie Sanders, a sinistra, negli Stati Uniti». Con delle differenze, secondo Tarchi. « Podemosnon è la Lega Nord, il Front national non è il Front de gauche e così via, ma certi tratti appaiono condivisi». Il riferimento è soprattutto il continuo rimando al popolo come una specie di 'tutto' artificiosamente diviso da forze ostili. Ovviamente al 'popolo' sono attribuite naturali qualità etiche, tra cui il realismo, la laboriosità e l’integrità da contrapporre all’ipocrisia, all’inefficienza e alla corruzione delle oligarchie politiche, economiche, sociali e culturali dominanti. Facile a quel punto stabilire a chi spetta il primato, come fonte di legittimazione del potere, al di sopra di ogni forma di rappresentanza e di mediazione. Ma è possibile 'istituzionalizzare' tutto questo? «Quel che è certo è che siamo dentro una fase storica che si è aperta e che durerà a tempo indeterminato – risponde Calise –. Non possiamo più guardare indietro, è ora che si volti pagina». Secondo Tarchi, invece, è «meglio non azzardare previsioni. Troppo spesso, in passato, le insorgenze populiste sono state liquidate come fuochi di paglia, salvo poi sorprendersi di fronte alla loro ricomparsa, magari in forme differenti. Quanto alla possibilità di governare dei populisti, la loro diffidenza verso le alleanze con gli esponenti del detestato ceto dei politici di professione l’ha sinora limitata, ma dobbiamo attendere altre e più consistenti prove dei fatti per poter giudicare». 
 

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