L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 1 marzo 2016

Siria&Parigi, la Rivoluzione a Pagamento un'accozzaglia di tagliagola uniti dai soldi elargiti da paesi stranieri, non hanno niente di religioso

ASSAD NON È RENZI, È MATTARELLA

(di Andrea Cucco)
29/02/16 
Tornare in Italia dalla Siria e imbattersi nelle vittime di una propaganda a cui il Paese si è prestato per cinque anni, dà una sensazione di tristezza.
“Quell'Assad non vuole proprio andarsene...”
“Un dittatore sanguinario...”
“Crollerà il regime?”
Non vogliamo certo santificare la Siria e identificarla come esempio di pluralismo e culla della democrazia dell'alternanza. Vogliamo però chiarire cosa sostiene quel “regime” in un Paese in cui l'ordine e la sicurezza andavano di pari passo con un diffuso benessere sociale ed un rispetto assoluto tra le diverse confessioni.
Troppo a lungo abbiamo letto (e leggiamo ancora) di una guerra fra "ribelli moderati” ed un cricca alawita che ha tenuto il potere con la forza resistendo alle rivendicazioni di democrazia e diritti delle cosiddetta “primavera araba”.
Con il nostro reportage abbiamo scoperto che i “moderati” sono in realtà dei genocidi il cui unico interesse è sterminare chiunque non sia sunnita e tra i sunniti chiunque non si pieghi alla loro visione estremista. Un credo religioso di facciata e sostanzialmente sconosciuto agli stessi assassini, impiegato per finalizzare un compito appaltato e voluto da fuori.
In passato, quando il governo siriano mise in atto un programma di riconciliazione nazionale, di fatto un'amnistia con gli oppositori, credemmo fosse solo un'abile mossa politica di facciata dagli effetti effimeri.
La verità che abbiamo rilevato parlando (in privato) con soldati, volontari, studenti, professionisti, un campione ben rappresentativo e trasversale della società siriana, è che molta gente fino a pochi anni fa contraria ad Assad, oggi lo sostiene. Il presidente della Siria oggi non è il simbolo di una casta o di un partito al potere, ma il Paese stesso.
Ovviamente la presenza di bestie barbute assetate di sangue ha facilitato il cambio di fronte tra i siriani che avevano inizialmente creduto alla spontaneità della rivolta, ma il dato è comunque interessante. 
In fondo non è così strano: quando Bush figlio venne rieletto nel 2004, accadde qualcosa di simile. Nonostante sondaggi a picco, il Presidente di guerra non fu pugnalato ma rieletto. Si tratta di una consuetudine radicata nei Paesi in cui l'identificazione fra società e bandiera è forte, a prescindere dal modello di comunità considerata. Forse noi italiani siamo i meno adatti a capirlo. Per questo non comprendiamo che oggi, nel pieno di una guerra in casa, sia impensabile che un siriano mandi via il comandante in capo delle forze che stanno difendendo la propria terra. Per questo non capiamo che ad impugnare gli AK sono ormai da anni siriani oppositori di Assad diventato per tutti la bandiera del Paese e non quella del partito Ba'th.
Nemmeno nascondersi dietro la retorica dei diritti umani può avere senso. Parlare di diritti umani oggi in Siria è come difendere l'ecologia a Nagasaki nel '45. Davanti alla vita di centinaia di migliaia di esseri umani ha senso parlare di democrazia a diritti politici? Quali sono le priorità a cui dovremmo dare attenzione?
Girando per le città e la provincia siriane, si notano decine di migliaia di foto appese fuori le case o lungo le strade. Sono i "martiri", i caduti per la patria: ogni famiglia ha perso almeno un figlio, un marito, un padre.
Volete fare cadere Assad?
C'è una via maestra: fategli accettare ad un tavolo di trattative una virgola in meno che la ricostituzione territoriale dello Stato siriano. A quel punto un popolo che ha sacrificato centinaia di migliaia di vite per salvare se stesso, si solleverebbe davvero contro il proprio leader.
Ad opinione di uno studente di economia con cui abbiamo parlato qualche settimana fa c'è poi un'altra possibilità: far finire la guerra.
Assad è un politico come ce ne sono a migliaia. A differenza dei tanti però Bashar è anche un uomo. E di politici che siano anche veri uomini, al mondo, ce ne sono assai pochi.
Sono sicuro che quando la guerra finirà il presidente lascerà il potere, troppo alto il costo in vite umane ed in fondo le responsabilità connesse al ruolo durante il suo incarico”.

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