L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 27 maggio 2016

Cyber Sicurezza - tutti spiano tutti, non esistono paesi esteri che possono essere considerati amici

Speciale difesa: convegno a Roma su counterintelligence, focus su cultura della sicurezza nazionale e protezione del sistema paese
Roma, 26 mag - (Agenzia Nova) - 

Si è tenuto ieri a Roma, presso la sede dell’Istituto Luigi Sturzo, il convegno intitolato “Counterintelligence. La protezione del sistema-paese dallo spionaggio e dall’ingerenza”, organizzato in collaborazione con l’Istituto Gino Germani di scienze sociali e studi strategici e la Link Campus University. Il tema del convegno è stato quella della counterintelligence, disciplina poco dibattuta in Italia, in un contesto in cui invece aumenta la necessità e la consapevolezza sulle questioni di intelligence e sicurezza nazionale. Quello della counterintelligence è il settore più segreto e complesso dell’intelligence, secondo Luigi Sergio Germani, direttore dell’Istituto Germani; per alcuni versi, l’attività di counterintelligence è considerata addirittura poco compatibile con i valori democratici, creando problemi di politica interna. Non è un caso - come notato da Germani - che in regimi autoritari e totalitari ci sia altresì un culto per la counterintelligence, utilizzata per la repressione interna. Nei paesi anglosassoni, invece, la counterintelligence costituisce un argomento di dibattito più aperto, favorendone una maggiore conoscenza pubblica. In Italia, ha spiegato Germani, vige una mancanza di cultura della counterintelligence, in particolare nella distinzione fra l’attività informativa convenzionale, quella svolta da ambasciate, addetti diplomatici e commerciali, con utilizzo di fonti aperte, e l’attività informativa non convenzionale, spesso condotta con strumenti occulti e tesa ad acquisire informazioni strategiche. Paolo Scotto di Castelbianco, responsabile per la comunicazione istituzionale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis) e direttore della Scuola di formazione dell’intelligence nazionale, intervenendo al convegno, ha sottolineato come l’Italia deve rafforzare la propria cultura della sicurezza, rendendolo un patrimonio condiviso con i cittadini, per alzare il livello di resilienza rispetto alle minacce. La riflessione di Scotto di Castelbianco è legata alla riforma dei servizi, espressa dalla legge 124 del 2007, che ha superato una visione della sicurezza nazionale legata al contesto della Guerra fredda.

La legge di riforma dei servizi ha specificato come il compito delle agenzie sia quello di proteggere gli interessi economici, politici, militari e industriali del nostro paese, assicurando alle attività dei servizi una copertura normativa forte. Secondo Scotto di Castelbianco, la nuova legge va associata a una rielaborazione dottrinale del ruolo dei servizi, legata a nuovi obiettivi, scenari diversificati e alla difficoltà nel definire chi sia il nostro nemico, da dove provengano le minacce. La counterintelligence, come dichiarato da Scotto di Castelbianco, è uno dei settori più segreti e complessi nell’intero apparato delle agenzie di sicurezza. Le invocazioni che spesso hanno fatto seguito agli attentati in suolo europeo, quelle per l’istituzione di una intelligence comune dell’Unione Europea, non tengono in conto il ruolo della counterintelligence, e come in tale ambito sia indispensabile considerare l’aspetto della sovranità nazionale. Non può esistere una condivisione assoluta delle informazioni, anche fra paesi alleati, ha chiarito Scotto di Castelbianco, vista l’importanza della tutela dei segreti industriali e commerciali; per queste ragioni, perseguire in maniera totale e a livello europeo una politica di collaborazione a livello informativo è molto complesso, se non impossibile. Scotto di Castelbianco ha poi sottolineato gli sforzi dei servizi italiani per conciliare i concetti di sicurezza e libertà: se la legge 124 del 2007 ha introdotto la nozione di cultura della sicurezza, e del rapporto delle agenzie di informazione con la cittadinanza, è per far sentire gli stessi cittadini partecipi in tale ambito.

Il responsabile comunicazione del Dis ha messo in luce la disponibilità di informazioni e materiale presenti sul sito dell’intelligence italiana, compresa la relazione annuale dei servizi, e un glossario per familiarizzare i cittadini con la terminologia in uso nel settore, spesso decontestualizzata nei media. Scotto di Castelbianco ha spiegato come la minaccia dello spionaggio, soprattutto in campo cyber, rappresenti oggi una sfida fondamentale, in cui non si confrontano più attori statali, come in passato, ma gruppi terroristici e criminali, o anche privati. Non si deve dunque educare i cittadini alla paranoia, ha detto il responsabile comunicazione del Dis, ma aumentare la consapevolezza rispetto a determinate minacce, di modo che ogni componente del sistema-paese sia unita e preparata, per quanto possibile. Scotto di Castelbianco ha infine preso ad esempio la Scuola di formazione del Dis come esempio di cambiamento in atto nella comunità dell’intelligence italiana. L’autoreferenzialità dei servizi appartiene ad un sistema che ormai non funziona più, e la scuola rappresenta una porta aperta dell’apparato di intelligence verso il sistema-paese. Per questo motivo, ha spiegato Scotto di Castelbianco, il legame della Scuola di formazione con l’università italiana funge a garanzia di non autoreferenzialità, per costruire al contrario una sensibilità maggiore sui temi della società globale, fondamentale nell’evoluzione così veloce del mondo moderno.

Carlo Parolisi, ex direttore della Divisione controspionaggio del Sismi-Aise, si è soffermato nel proprio intervento sul fatto che in Italia la cultura della sicurezza sia abbastanza sviluppata, ma lo stesso non si possa dire per la cultura dell’intelligence; non abbiamo contezza in particolare delle tematiche relative al controspionaggio. Parolisi ha spiegato come non esistano servizi segreti esteri che possano essere considerati “amici”, nonostante facciano riferimento a governi alleati: tutti spiano tutti, e dunque l’attività di controspionaggio coinvolge qualsiasi paese. Tutti i paesi esteri hanno interesse a sapere cosa accade in Italia, ha ribadito Parolisi, e per questo motivo la counterintelligence deve svilupparsi in tutte le direzioni possibili. Anche la collaborazione internazionale risente di queste dinamiche, secondo Parolisi, e dunque l’attività di controspionaggio crea un muro rispetto all’atteggiamento di apertura richiesta da collaborazione internazionale. Un campo in cui la collaborazione risulta fondamentale, come il controterrorismo, può sconfinare spesso nel controspionaggio; una nazione che dovrebbe condividere con altri le proprie acquisizioni si trova in difficoltà a rivelarle ad agenti esteri. Non è un caso, ha affermato l’ex direttore del Controspionaggio, che dopo gli attentati di Parigi, quando è emersa nuovamente la proposta di istituire un intelligence europea, il primo alt in questo senso sia arrivato proprio dai francesi. Parolisi ha poi fatto riferimento a una notizia emersa in relazione agli attacchi terroristici avvenuti a Bamako, in Mali, nel novembre 2015. A conclusione delle operazioni di sicurezza, condotte dalle forze speciali maliane, le autorità di Bamako ringraziarono anche le forze speciali degli Stati Uniti e della Francia, insieme all’ambasciata cinese in loco, che aveva messo a disposizione dei droni. Operazione perfettamente riuscita su piano controterrorismo, come sottolineato da Parolisi, che si è pero chiesto, dal punto di vista del controspionaggio, che ci facessero droni cinesi in Mali, quali operazioni svolgessero, e quali interessi difendessero.

Parolisi ha infine ribadito come la definizione di sistema-paese, utilizzata da altri partecipanti al convegno, faccia piacere a chi ha lavorato presso i servizi di intelligence, spesso destinati ad operare in solitudine rispetto al resto delle istituzioni. Il rafforzamento della sicurezza sistema-paese, ha però specificato l’ex direttore del Controspionaggio, richiede strumenti all’avanguardia e spesso più incisivi, come nel caso delle intercettazioni. Parolisi ha invocato in tal senso una maggiore coesione di tutto il sistema politico italiano per una tutela dell’interesse nazionale più estesa, unica garanzia di sicurezza per il paese. Prendendo la parola al convegno, l’onorevole Andrea Manciulli, presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea permanente della Nato, ha lamentato come in Italia sia presente un grosso limite nel dibattito sui temi dell’intelligence e della counterintelligence. Manciulli ha sottolineato la gravità della dinamica attuale, in cui l’indebolimento della cultura della sicurezza si accompagna alla mutevolezza degli scenari globali. Se nel secolo scorso erano emersi attori statali forti, oggi le relazioni strategiche seguono la logica dei magro aggregati e della deterrenza, ma con un maggior grado di multilateralità dei soggetti coinvolti, ha spiegato Manciulli, che ha però messo in luce la diffusione a livello globale di attori “piccoli”, una novità sullo scenario internazionale, spesso legati al terrorismo.

La minaccia alla sicurezza nazionale diventa dunque multiforme, e la dimensione strategica deve fronteggiare una realtà “macro” e una legata a tanti attori diversi, di piccole dimensioni. Secondo Manciulli, le minacce non appartengono più esclusivamente alla sfera convenzionale, ma anche a quella del terrorismo, del campo cibernetico, andando a coinvolgere anche lo stile di vita, la quotidianità dei cittadini. In tale contesto, ha rilevato Manciulli, il problema dell’indebolimento della cultura della sicurezza diventa molto serio: la politica non può non occuparsi di questo cambiamento nell’orizzonte di vita delle persone, ma ci si deve preoccupare del fatto che, mentre la necessità di sicurezza aumenta, diminuisce capacità dei politici di rispondere a tale esigenza. Manciulli ha infine portato all’attenzione l’estrema pericolosità dell’ingerenza esercitata dall’estero. Il problema dell’ingerenza si lega al concetto di guerra mediatica, già presente nel secolo scorso, ma oggi dilagato in aree “nuove”, come nel caso dello Stato islamico (Is). Lo si crea una narrazione destinata a creare proseliti e la vende come fosse un prodotto mediatico, specialmente nei Balcani, tanto che Bosnia e Kosovo sono i due paesi con la percentuale maggiore di combattenti stranieri in rapporto al totale della popolazione. Anche in Italia assistiamo a delle forme più o meno indirette di ingerenza, ha ricordato Manciulli; per superare tale situazione, secondo l’onorevole, è necessaria maggiore consapevolezza, ma anche un confronto strategico all’interno della classe politica, per intraprendere una battaglia culturale viva, così da ribadire e difendere i valori di democrazia occidentali, ancora attuali. (Res)
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