L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 27 maggio 2016

Diego Fusaro - capilarmente le coscienze sono state deviate ed addormentate ci hanno messo 50 anni e ci sono riusciti

Culture

Il pensiero critico nel tempo della 'notte del mondo'
La crisi dell'homo faber favorisce oggi più che mai l'accettazione di quel "cretinismo economico" denunciato con lungimiranza da Gramsci nei Quaderni del carcere. [Diego Fusaro]


Lucio Fontana
globalist 26 maggio 2016 megachip.globalist.it

di Diego Fusaro
Il testo qui presentato è la postfazione che Diego Fusaro ha scritto per il saggio di Sandro Vero, Il mito infinito (Il Prato, 2016). Ringraziamo Sandro Vero per aver concesso di pubblicarlo in anteprima su Megachip.globalist.it. Buona lettura.
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Secondo quanto ho provato a evidenziare nel mio Il futuro è nostro, la crisi dell'homo faber - crisi che procede di conserva con il trionfo ubiquitario dell'ideologia dell'end of history - si configura come una sorta di apraxia, che favorisce l'accettazione passiva di un esistente ormai da tempo caricato di un unico senso: quello del "cretinismo economico" denunciato con lungimiranza da Gramsci nei Quaderni del carcere.

La sostanziale tregua e il conseguente accordo tra capitale e lavoro, che avevano caratterizzato il trentennio d'oro del welfare e dei piani, raggiungono il loro compimento negli anni Settanta.

A partire da quella decade, la dinamica sociale, che sembrava tendere verso un superamento dell'orizzonte capitalistico, si avvita intorno al tema puramente economico della rivendicazione salariale: la profezia marxiana del carattere geschichtsphilosophisch del proletariato come soggetto cosmico-storico vettore del transito inter-modale a un nuovo ordine della produzione e dell'esistenza non soltanto non si è inverata, ma è stata spodestata dalla riconfigurazione, già delineata da Pasolini, dei sudditi in consumatori.

L'apparente ineluttabilità di tale processo, in realtà sotterraneamente generato da una inesorabile strategia di progressiva teologicizzazione dello scambio mercatistico, richiedeva complesse operazioni di penetrazione nella sostanza viva della coscienza comunitaria e la speculare individualizzazione anomica, che allontana il soggetto dal suo Dasein per scioglierlo e polverizzarlo nella Vorhandenheit, mera "presenza-data", cosa tra le cose.

Dentro la strategia capillare di colonizzazione economicistica delle coscienze, un ruolo di primaria importanza pare essere quello svolto dall'implementazione del dispositivo dell'infinito, declinato nella forma dell'anello e, dunque, dotato dei caratteri - apparentemente antinomici - della determinatezza pragmatica e della ricorsività.



L'inesausta macchina del mito del capitale, che nel discorso di Vero è chiaramente descritta come in costante assetto generativo, si concentra e specializza soprattutto nella produzione di una catena ideologica particolarmente efficace, che lega insieme l'"individuo" (ipostasi problematica) alla sua "cura", nel momento dell'emergenza di un "corpo", dato come Gegebenheit, funzionale alle tattiche del consumo, sullo sfondo di una nozione di "scienza" che - per dirla con Vero - fa da "collante dell'intero pacchetto".

È proprio la scienza a offrire il più decisivo degli ingredienti di questa pozione esiziale per un soggetto affogato nel paradigma post-moderno dell'avalutatività, ove ogni idea vale le altre e tutte sono fra di esse reciprocamente fungibili.

Il mito della Wertfreiheit, la presunta qualità della scienza di produrre una conoscenza libera dall'impaccio del valore, scorre come linfa vitale nei vasi di quella poderosa macchina, il cui funzionamento richiede la realizzazione di una ciclicità infinita, che è la macchina del mito del capitale: anelli che si intrecciano e si replicano, tra la statuizione di una colpa che assume la forma del debito e la separazione del desiderio dalla legge, che prepara l'uomo consumatore di godimento (dunque in una straordinaria torsione del rapporto che dovrebbe intrattenersi tra il godimento e il consumo), ma che finisce per produrre quella illimitatezza dissolutiva che prelude alla logica inesorabile del lacaniano jouissance mortelle. O ancora, tra l'affermazione di un principio astratto di rivendicazione "civile" che lascia nella sua immobilità l'orizzonte di sfruttamento e di spoliazione del credo mercatistico e la sostanziale, nefasta adesione ad una mistica della necessità, che appartiene al mondo della natura e non già a quello della storia.

La ricerca di Sandro Vero si muove, attraverso un percorso accidentato che richiede l'adozione di uno strumentario multiplo (nell'unica accezione di "interdisciplinarietà" che non sia l'ossequio acritico al tecnicismo parcellizzante), come un discorso che bracca, assediandolo dall'interno nelle sue cavità più nascoste, il logos peculiare dell'occidente capitalistico. L'orizzonte di riferimento è il pensiero critico, quanto mai indispensabile, specialmente nel tempo dell'odierna "notte del mondo", come la chiamava Heidegger. 
 

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