L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 27 maggio 2016

Implosione europea - separare il sistema bancario finanziario da quello commerciale e l'economia può ripartire se aumenta la domanda, reddito, pensioni, stipendi che è tutto il contrario di quello che vuole la Germania che ha concepito il Progetto Criminale dell'Euro

Vi racconto i disastri del rigorismo teutonico dell’Europa. Parla l’economista gesuita Giraud



“Oggi in Europa stiamo seguendo esattamente il cammino che abbiamo seguito negli anni ’30, con la Germania in deflazione. Il cancelliere tedesco Brünin mise in atto una politica di austerità che condusse nel 1933 a Hitler: esattamente come Bruxelles, Francoforte, Berlino e Parigi l’impongono all’Italia oggi”. Sono le parole che Gaël Giraud, economista gesuita francese, ha pronunciato in un’intervista che andrà in onda domenica 28 maggio suTv2000 e che Formiche.net rivela in anteprima. Padre Giraud è chief economist dell’Agence française de développement e nel 2004, quando nel mondo della finanza iniziava già a diffondersi il presagio del crollo di Lehman Brothers, rifiutò incarichi da importanti banche internazionali per convertirsi alla Compagnia di Gesù.

IL PERICOLO DEI POPULISMI IN EUROPA

“Se vedete oggi quello che accade nell’Europa dell’est, in Austria, o la spinta dell’estrema destra in Francia si capisce che la disperazione della classe media in una situazione di deflazione ci fa correre il rischio di una sorta di percorso anti-democratico di estrema destra”, dice Giraud: “Dunque credo che il nostro dovere e la nostra vocazione cristiana sia alimentare la speranza che un’alternativa democratica è possibile”. Alternativa che per l’economista gesuita passa per la “transizione ecologica”, titolo anche del suo ultimo libro (edito in Italia da Emi): “Dopo la rivoluzione industriale, l’Europa ha costruito la sua prosperità essenzialmente sull’utilizzo delle risorse naturali, che però finiranno presto. E capiremo che non avremo più la crescita, anzi che è già finita”.

LA TRANSIZIONE ECOLOGICA DI PADRE GIRAUD E LA FINE DELLE GRANDI NARRAZIONI

Pertanto la tesi è che, considerato che “nel 2015 il PIL mondiale è sceso del 4,9 per cento, cioè l’equivalente dell’intera economia tedesca”, non avremo più crescita “finché dipenderemo dal petrolio e dalle risorse naturali, visto che non riusciremo più ad aumentare, ogni anno, la quantità di risorse che noi estraiamo dal sottosuolo”. La transizione ecologica di cui Giraud parla significa, in prima istanza, “passare da un’economia essenzialmente costruita sul carbonio a un’economia post-carbonio, che a mio avviso è il grande progetto politico davanti a noi europei”. Questo perché “il grande problema dell’Europa da quarant’anni è che viviamo in una specie di crollo escatologico: non abbiamo più grandi progetti, grandi racconti che ci mostrino il senso della storia. Nel ‘45 abbiamo ricostruito l’Europa in trent’anni, in maniera eroica, ma a partire dagli anni settanta la costruzione europea, il progetto europeo, è stato completamente delegittimato dai finanzieri”.

QUALI RICETTE PER UNA NUOVA EUROPA

Nel libro l’economista, riprendendo alcune tesi di Piketty ma senza smentire allo stesso tempo le paure di Hayek, parla di un’Europa che dovrebbe mettere in comune, in ottica federalista, punti chiave come la regolamentazione dei mercati finanziari, dei paradisi fiscali, i meccanismi di creazione monetaria, i cosiddetti commons europei (elettricità, gas, ferrovie) e perfino le politiche fiscali, per lasciare ai singoli Stati le decisioni su welfare, pensioni, istruzione, o imposte sul reddito: “L’anno scorso ho scritto un rapporto per il Parlamento Europeo che mostra come, se noi avessimo un nuovo crack finanziario come nel 2007, la maggior parte delle più grandi banche europee andrebbe in bancarotta: Monte dei Paschi, Bnp Paribas, DeutschBank, ecc… Questo costerebbe almeno mille miliardi di euro alla zona euro”. Per Giraud le politiche monetarie di quantitative easing non basteranno, ma al contrario è necessario che, piuttosto che inondare il settore bancario di liquidità a costo zero, far sì che le banche mettano questa moneta a disposizione dell’economia reale. Dando poi vita a un meccanismo di “garanzia europea sui depositi dei cittadini europei per proteggerli”, e assicurando “regole semplici per i mercati finanziari: per esempio bisogna separare le banche di deposito e di credito dalle banche d’investimento, per permettere alle seconde di fare bancarotta senza che lo Stato sia obbligato a salvarle”. Evitando il ripetersi di un spettacolo già visto, quello del too big to fail. “Bisogna poi vietare quello che viene chiamato High Frequency Trading, le transazioni finanziarie a grande velocità fatte attraverso i computer, regolamentare lo shadow banking, e finanziare dei grandi progetti di investimento nelle infrastrutture verdi che creeranno molti posti di lavoro: è un vero progetto di società”. Anche se tutto questo, ovviamente, costa soldi: il 2/3 % del Pil annuo per dieci anni, che vuol dire che in Italia per iniziare servirebbero “qualche decina di miliardi di euro, per questo ci vuole un dibattito sulle regole del trattato di Maastricht”.

LA LETTERA DI TRICHET A BERLUSCONI E LA LIBERTÀ DEI CATTOLICI DALL’IDEOLOGIA

Pare per di più che le tesi di Giraud siano ben viste in certi ambienti governativi francesi, e sia nel libro che nell’intervista a Tv2000 l’economista torna pure sulla lettera di Trichet a Berlusconi del 2011, che accomunerebbe la caduta del governo italiano a ciò che si è verificato anche in Grecia e in Irlanda: “Quella lettera diceva: se tu vuoi che la Banca Centrale Europea sia carina con te, bisogna che tu faccia questa e quest’altra riforma strutturale nell’economia italiana. Ma questo non è democratico”. Il problema poi è che “gli Stati sono obbligati a ricevere prestiti dai mercati per finanziare il debito. Dunque, se i mercati finanziari rifiutano oppure prestano a tassi molto alti, è come se decidessero le loro politiche”. Spiegare le ragioni della conversione di Giraud dalle banche internazionali agli esercizi spirituali di Sant’Ignazio non è però affatto semplice: “I bambini della strada mi hanno insegnato la vita e il Vangelo”. E dal punto di vista politico “il mondo cattolico è tra i pochi a non essere prigioniero di un’ideologia e resta libero, perciò può criticarla come ha criticato il marxismo. Perché l’economia mainstream oggi funziona veramente come un’ideologia, non ha più alcun rapporto con la realtà. Dunque il discorso di Papa Francesco è totalmente legittimo quando dice: quest’economia uccide e non c’è alcuna ragione perché noi continuiamo a sacrificarci”.
26/05/2016

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