L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 22 maggio 2016

Israele - uno stato imposto con miliardi e miliardi, con brutalità, schiacciando ed uccidendo palestinesi, uomini, donne e bambini, niente di glorioso per il popolo eletto

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Stallo sul memorandum USA-Israele


Caccia F-16I sorvolano Tel Aviv

Stallo sul memorandum USA-Israele

Giulio Monga 19 maggio 2016

In 3 Sorsi (MS) – Alcuni funzionari diplomatici statunitensi e israeliani hanno rivelato all’agenzia stampa Reuters una situazione di parziale stallo sui negoziati per il nuovo memorandum di aiuti decennali degli Stati Uniti a sostegno dell’apparato militare dello Stato ebraico.

Israele si sente minacciato dall’instabilità regionale e dalla riabilitazione internazionale dell’Iran, e chiede più soldi a sostegno anche dei suoi sistemi di difesa anti-missile. Gli Stati Uniti prendono tempo e vogliono condizioni diverse. L’ipotesi che la conclusione dei negoziati slitti a dopo le elezioni non sembra più così remota

1. LO STALLO NEI NEGOZIATI PER IL MEMORANDUM – L’attuale memorandum, siglato nel 2007, andrà a scadenza nel 2018 e da cinque mesi le diplomazie dei due Paesi stanno ufficialmente lavorando per raggiungere un nuovo accordo. A scatenare il dibattito sono state alcune rivelazioni sulle differenze di vedute tra Stati Uniti e Israele riguardo la richiesta dello Stato ebraico di un’implementazione degli aiuti. L’accordo, firmato nel 2007 dall’amministrazione Bush con il Governo dell’allora Primo ministro Ehud Olmert prevede, da parte americana, la corresponsione a Israele di una somma di 3 miliardi di dollari l’anno, pari al 20% del budget stanziato annualmente dallo Stato ebraico per la difesa (secondo i dati dell’agenzia specializzata Jane’s Defence Budgets). Trenta miliardi in tutto per dieci anni (gli aiuti sono stati corrisposti a partire dal 2009), il 26,3% dei quali può essere speso per acquistare armi prodotte da industrie israeliane. Questi aiuti vengono erogati sulla base degli accordi di Camp David nel 1985. Israele ha ora chiesto un aumento dei finanziamenti, per un totale di 40 miliardi di dollari in dieci anni a partire dal 2019. In particolare, Gerusalemme ha chiesto che questo surplus di risorse vada a finanziare anche i suoi sistemi di difesa missilistici – Iron Dome, Arrow e David’s Sling – non coinvolti dal MOU (Memorandum of Understanding) del 2007 e sostenuti dal Congresso solo con donazioni extra su base annuale, formalmente non parte dei rapporti bilaterali tra i due Paesi. Questi contributi speciali si sono attestati nel 2015 sulla cifra di 619 milioni di dollari, e hanno visto il loro picco negli ultimi anni nel 2014, con ben 729 milioni donati dal parlamento statunitense in risposta alla crisi estiva di Gaza.

2. I TIMORI DI ISRAELE E LE CONDIZIONI USA – Da Washington, secondo quanto raccontato dalle fonti a Reuters, avrebbero offerto tra i 3,5 e i 3,7 milioni di dollari l’anno. Una cifra che si avvicina alla richiesta israeliana, ma che non la pareggerebbe. Soprattutto, dall’amministrazione Obama avrebbero al momento preso tempo sulla destinazione di nuove risorse ai sistemi di difesa missilistici. Se su questi la situazione appare in stallo non si può dire diversamente della percentuale di aiuti previsti dal nuovo memorandum, da spendere in equipaggiamenti militari fabbricati in Israele. Al momento, dei 3 miliardi di dollari a disposizione, lo Stato ebraico può spendere circa 800 in armi di propria fabbricazione. La sensazione dei diplomatici israeliani, secondo fonti citate dalla Reuters, è che gli Stati Uniti – per volontà del presidente Obama – vogliano concedere delle risorse in più solo con il vincolo che esse potranno essere spese in armi esclusivamente americane. Le richieste di Israele provengono da un crescente timore dell’instabilità regionale e soprattutto dall’accordo sul nucleare siglato con l’Iran dai 5+1 – gli Stati con seggio permanente al Consiglio di Sicurezza ONU e la Germania – che ha portato alla fine progressiva delle sanzioni trentennali contro la Repubblica islamica. Un timore alimentato dai sempre più frequenti test missilistici effettuati dalla teocrazia sciita negli ultimi mesi. È della settimana scorsa la notizia di un nuovo test iraniano, riportata dall’agenzia stampa di stato Fars, su un missile che con il suo raggio d’azione di 2000 chilometri sarebbe in grado di raggiungere Israele. Una notizia che ha creato diverse tensioni internazionali, e che è stata in parte smentita dal ministro della Difesa iraniano, il generale Hossein Dehghan. Israele vede la sua tradizionale superiorità militare regionale – sintetizzata dalla sigla in uso in alcuni atti del Congresso QME (Qualitative Military Edge) – in pericolo, minacciata da un Paese che – seppur riammesso sulla scena internazionale e con un’indubbia importanza strategica – continua a dichiarare morte allo Stato ebraico per bocca del suo leader spirituale, l’Ayatollah Khamenei. Gli Stati Uniti – nei fatti in progressivo disimpegno dal Medio Oriente – sembrano voler venire incontro alle esigenze di Israele, ma a determinate condizioni.

3. I RAPPORTI OBAMA-NETANYAHU E L’ACCORDO – Se per Obama l’accordo con l’Iran rappresenta una delle più grandi eredità della sua amministrazione in politica estera, per il premier israeliano Netanyahu è stato uno dei motivi di più aspro contrasto con il Presidente americano. Il rapporto tra i due non è mai decollato creando alcune clamorose incomprensioni in una delle più forti alleanze del dopoguerra, e le difficoltà di queste trattative lo dimostrano una volta di più. «Israel has no better friend than America» aveva dichiarato il Primo ministro lo scorso 10 dicembre a Washington a seguito del faccia a faccia con Obama che aveva dato il via ai negoziati per il nuovo memorandum. Ora, invece, il rischio di uno stallo che potrebbe far slittare la firma dell’accordo dopo le elezioni americane di novembre appare concreto. Per Obama questo rappresenterebbe uno schiaffo alla sua legacy, che sarebbe impoverita dalla mancata conclusione di un memorandum con un alleato così prezioso. Dal canto suo Netanyahu, invece, potrebbe essere molto più predisposto dall’idea di firmare l’accordo con un nuovo Presidente. Sia Hillary Clinton che Donald Trump – seppur in modi diversi e seppur l’una in continuità sostanziale con la politica di apertura all’Iran di Obama e l’altro con un isolazionismo in politica estera dai contorni poco definiti – hanno più volte definito la sicurezza di Israele “non negoziabile”. Stessa definizione più volte data da Obama. A prescindere, comunque, il disimpegno americano del Medio Oriente è un fatto e appare strategicamente quasi irreversibile.

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