L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 28 maggio 2016

Russia - Soros odia i russi o vuole le loro immense ricchezze?

Le dieci bugie russofobe dell’ultimo rapporto dell’ECFR di Soros 


Un commento a “Russia 2030: a story of great power dreams and small victorious wars”, scritto da Fredrik Wesslau e Andrew Wilson
di Eugenio Cipolla


Quello che segue non vuole essere un manifesto pro-Russia. Chi scrive sa benissimo che Vladimir Putin e i suoi hanno avvocati, scrittori e oratori di parte senz’altro migliori e più competenti. Ma leggendo l’ultimo rapporto dell’European Council on Foreign Relations, intitolato “Russia 2030: a story of great power dreams and small victorious wars”, scritto da Fredrik Wesslau e Andrew Wilson, non si può fare a meno di pensare come la “propaganda russa”, come viene chiamata in senso spregiativo dall’estabilishment occidentale, sia ben controbilanciata e a volte addirittura superata da un sentimento russofobo sempre più forte quanto diffuso, sia a livello diplomatico quanto a livello giornalistico, con riviste, quotidiani e think-tank che fanno a gara a chi la spara più grossa.

Va bene, magari all’apparenza utilizzare il termine “russofobia” può sembrare esagerato. Non lo è. Se non altro perché in questo caso non è utilizzato per indicare una discriminante razziale, quanto una vera e propria paura in senso letterale di tutto ciò che è russo, di tutto ciò che non è convenzionale al pensiero unico europeo e americano. E’ l’idea che siamo fatti leggendo le quindici pagine del rapporto di un think-tank pan Europeo (così si autodefinisce l’ECFR), che tra i consiglieri italiani vanta personalità del calibro di Prodi, D’Alema, Amato, Gozi, Pistelli e altri esponenti del Partito Democratico. Ma al di là di questo, al di là delle mere appartenenze politiche, è un rapporto che vale la pena di leggere per rendersi conto direttamente di quanto abbiamo appena scritto.

Noi di bugie russofobe, o se preferite chiamarle "inesattezze" per non andarci giù troppo pesante, ne abbiamo individuato dieci.

1) “Ciò che è chiaro è che la Russia ha intrapreso una politica estera assertiva e militarista in questi ultimi anni. Dietro questa assertività c’è un desiderio di rivedere i principi dell'ordine sicurezza europea, e ristabilire l’immagina della Russia come una potenza da non sottovalutare. In Georgia e Ucraina, Mosca ha cercato di far rispettare una sfera di influenza sui suoi vicini e impedisce loro di diventare membri della NATO o dell'Unione Europea”.
In realtà è molto più probabile che in Georgia e Ucraina la Russia abbia cercato di difendersi dall’espansionismo della NATO, un organismo creato durante la guerra fredda per frenare la “minaccia sovietica” e che oggi, a venticinque anni dalla caduta dell’Urss, non sembra più avere ragione di esistere. Sull’adesione di Georgia e Ucraina nella NATO e nell’Unione Europea c’è da dire che entrambe le istituzioni hanno escluso che ciò possa avvenire a breve termine. E non certo per colpa della Russia, quanto più perché l’allineamento militare ed economico è un processo che richiede tempo e che, in due paesi con altrettanti governi filo-occidentali, non dipende da Mosca.

2) “L'economia russa si riprenderà da una crescita negativa entro i prossimi due anni, ma la crescita rimarrà lenta fino al 2030, attestandosi a una di circa l'1 per cento anno. Entro il 2030, la Russia sarà scesa di cinque posizioni e sarà la 15esima economia più grande del mondo. Questi mali saranno aggravati da un calo demografico di circa cinque milioni che porterà la popolazione a 139 milioni”.
Fare previsioni a lungo termine in uno scenario economico così fluido e imprevedibile appare davvero un esercizio di imprudenza. Soprattutto se la previsione sul 2030 è stata fatto, secondo le fonti fornite dal rapporto dell’ECFR, lo scorso anno, quando lo scenario appariva molto più fragile e grave di quello attuale. Che alcune previsioni sull’economia russa si siano rivelate un flop non è certo un mistero. Già nel 2014, ad esempio, Fitch aveva toppato completamente le sue valutazioni, così come altre agenzie di rating, prevedendo un crollo totale dell’economia della Federazione. Cosa che ovviamente non è successa. Basti pensare che attualmente gli strategist di Jp Morgan Chase, Julius Baer Gruop, Bank of America Corp. e Wells Fargo si sono pronunciati positivamente sull’economia russa, mentre solo cinque mesi fa Goldman Sachs dava per spacciati Putin e soci. A confermare quanta confusione ci sia al momento tra gli economisti e soprattutto quanto certe valutazioni siano più dettati da esigenze politiche che non da reali esigenze di informazione.

3) “L'impatto delle sanzioni continuerà ad ostacolare la ripresa economica russa, sommato all'effetto continuato dei bassi prezzi del petrolio. [...] Se le sanzioni continueranno, la mancanza di investimenti avrà conseguenze negative a lungo termine e potrebbe portare a una perdita del 9 per cento del PIL nel medio termine”.
A dire il vero, nonostante nell’intero rapporto, e non solo nella parte evidenziata, si dia ampio risalto ai “risultati” della sanzioni occidentali contro la Russia, ad ostacolare la ripresa dell’economia russa c’è solo un fattore: il prezzo del petrolio. E non una suggestione, ma una tesi confermata persino dal Dipartimento di Stato americano, il quale, nel 2015, aveva diffuso un report nel quale spiegava le vere ragioni della contrazione dell’economia russa. E le sanzioni non c’entravano proprio nulla. Il documento faceva seguito a un sondaggio di Bloomberg di fine 2014 dove erano stati raccolti i pareri di 32 economisti internazionali, i quali sostenevano che era il crollo del prezzo del petrolio ad aver determinato la recessione russa. Oltretutto, la mancanza di investimenti europei sono stati compensati dalle aperture russe verso i nuovi mercati dell’Asia e dell’America Latina. Regioni che negli ultimi 12 mesi hanno visto un intensa attività diplomatica russa, Obiettivo stringere nuovi accordi e facilitare a l’ingresso nel mercato del paese guidato da Vladimir Putin.

4) “La propaganda russa ripete constantemente il tema che la Russia è stata esclusa dall’ordine post-guerra fredda e che non è mai stata trattata come uguale, ma umiliata e bistrattata dall’occidente, incluso l’intervento Nato del 1999 in Kosovo e l’espansione della NATO e dell’Ue nell’ex spazio sovietico”.
Più che propaganda appare un dato di fatto. Dal 1999 in poi, ossia negli ultimi 17 anni, la NATO è riuscita a portare sotto la propria influenza ben 12 paesi, molti dei quali facenti parte dell’ex Unione Sovietica. Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria si sono unite all’Alleanza Altantica alle soglie del nuovo millennio, mentre nel 2004 è toccato a Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia, Slovenia e Bulgaria e nel 2009 ad Albania e Croazia. Con le vicende georgiane e ucraine affermare che l’occidente sta provando a conquistare il giardino di Mosca non equivale affatto a propaganda filorussa, quanto piuttosto a una semplice constatazione della realtà.

5) “Nel corso dei prossimi anni, la Russia espanderà le sue operazioni per dividere e destabilizzare l'Europa. Mosca coltiva le forze anti-sistema all'interno dell&#
39;UE che vedono un'attrazione nell’illiberalismo della Russia: la sinistra e la destra radicale, i separatisti e anche i movimenti islamici. C’è dunque la volontà di piantare i semi per la cooperazione con la prossima generazione di partiti populisti, come il francese Front National o Alternative per la Germania (AFD). La Russia si impegnerà sempre più a promuovere i referendum popolari su temi sensibili, come ad esempio il voto olandese sull'accordo di associazione con l'Ucraina”.

Più che la Russia ad avvicinarsi ai partiti populisti europei, sono stati i partiti populisti europei ad avvicinarsi alla Russia. Questo perché hanno individuato in Vladimir Putin una figura autorevole, forte e decisa. Un leader che al momento in Europa manca. Peraltro il referendum olandese sull’accordo di associazione Ue-Ucraina, di natura consultiva e dunque non vincolante per il governo de L’Aja, non è mai stato promosso tantomeno appoggiato dalla leadership russa, che si è sempre ben guardata dal commentare la consultazione, sia prima che dopo i risultati, definendo il tutto un affare interno ai Paesi Bassi. I motivi della richiesta di consultazione popolare vanno ricercati in un semplice tentativo politico interno di mettere il governo olandese in difficoltà e nella scarsa conoscenza dei cittadini del paese sulla reale situazione dell’Ucraina.

6) “Le forze armate della Russia continueranno a essere incentrate sulla NATO e i suoi vicini. La Russia non cercherà attivamente una grande guerra con l’occidente. Mosca se che non può permettersi il confronto e che il rischio di uno scontro nucleare è reale”.
Questa affermazione è in parte vera. Lo sarebbe del tutto se il soggetto e il complemento oggetto fossero invertiti. I trend delle spese militari dei singoli paesi parlano da soli. Mentre gli europei continuano a tagliare i fondi destinati alla Difesa per cercare di far quadrare i conti e salvare la politica dell’austerità tanto cara ai burocrati di Bruxelles, la Russia nell’ultimo quinquennio ha accresciuto notevolmente il capitolo di bilancio destinato al settore militare. Nel solo 2014 c’è stato un incremento del 33% delle spese per la Difesa rispetto all’anno precedente. Dal 2010 al 2014 il budget destinato alle forze armate è praticamente raddoppiato, passando da mille miliardi a millenovecento miliardi di rubli. Solo nel primo bimestre del 2015, la Russia ha impiegato in questo settore la metà di quanto impiegato in totale in tutto il 2014. Una crescita è stata anche registrata nel capitolo di spesa che riguarda l’attività nucleare (36 miliardi di rubli nel 2014 e 20 nei primi due mesi del 2015) e quella di ricerca applicata (244 miliardi per il 2014 e 155 per il primo bimestre 2015).

7) “La Russia potrebbe lanciare una campagna aerea in Asia centrale. Una serie di crisi in uno degli stati potrebbe innescare conflitti etnici, spingendo la Russia a intervenire. Alternativamente, i jihadisti che combattono potrebbero essere utilizzati come pretesto per un intervento militare russo, come in Siria”.
La lotta al jihadismo in Siria non è stato affatto un “pretesto” per intervenire, ma una minaccia reale non solo per la sicurezza russa, quanto per tutta la regione mediorientale. Ma a parte questo, il rischio di una diffusione del jhiadismo negli stati dell’Asia centrale è un rischio serio. I proseliti del nuovo estremismo 2.0 corrono alla velocità della rete. E non è difficile immaginare come in paesi a maggioranza musulmana come l’Uzbekistan (90% di musulmani), Turkmenistan (89%), Tagikistan (95%), Kirghizistan (qui addirittura è la religione ufficiale di stato) e Kazakhstan (70%) possa presto germogliare il seme dell’odio jhiadista.

8) “La Russia continuerà a mantenere le regioni separatiste e i conflitto congelati per mantenere il suo obiettivo minimalista. Abkhazia, Sud Ossezia e Transnistria forniscono i cunei strategici rispettivamente in Georgia e Moldova. [...] Affossa le prospettive di adesione alla NATO, che ha come chiave quello di non accogliere nuovi membri che hanno dispute territoriali con la Russia”.
Qui si tirano in ballo conflitti di altre epoche per creare una presunta strategia russa per impedire a Georgia e Moldova di entrare nella NATO (i motivi li abbiamo spiegati al punto 1). Quello osseto è datato 1991, quello georgiano-abcaso 1992, quello transnistriano addirittura 1990. Sono tutti conflitti nati dall’odio etnico tra popoli culturalmente diversi, che si sono sopportati per anni per cause di forza maggiore (l’Urss) e che sarebbero comunque ancora oggi congelati a prescindere dalle esigenze geopolitiche russe.

9) “Il nuovo governo sta battendo le probabilità e sta riuscendo effettivamente a fare progressi sulle riforme. O un imprevedibile evento nero di forza uguale a quelli del 2014 - come la mossa russa contro le città di Kharkiv e Odessa, o il ritorno dei sostenitori del’ex presidente Viktor Yanukovich in Ucraina - potrebbe spingere il paese verso un nuovo cambio. Questo creerebbe resistenza nazionale contro la Russia per minare il governo di Kiev ed erodere il consenso dei partiti filorussi”.
Il nuovo governo ucraino dopo le dimissioni di Yatsenyuk è entrato in carica poco più di un mese fa. Al posto del laeder del Fronte Popolare c’è Volodymyr Groisman, ex speaker della Rada, uomo molto vicino a Petro Poroshenko. Affermare che un governo sta facendo “progressi” sulle riforme a così breve distanza dalla sua instaurazione, dopo un periodo di impasse politica durata diversi mesi, sembra alquanto poco probabile. L’unico provvedimento degno di nota promosso dal governo Groisman è il nuovo memorandum con il FMI che ha inasprito ancora di più le misure di austerità date come garanzia all’organismo diretto da Cristine Lagarde in cambio di ulteriori tranche di aiuti. Peraltro, un ritorno dei filorussi al potere, si limiterebbe a spaccare in due il paese, diviso storicamente da un ovest nazionalismo e un est filorusso, non certo a creare “resistenza nazionale”.

10) “La strategia della Russia in Donbass potrebbe crollare. In questo scenario, i termini dell’accordo di Minsk rimangono inapplicati e le sanzioni continuano. Le autorità separatiste del Donbass sono sempre più impopolari e si trasformano in boss mafiosi. E non sono capaci di raddrizzare un’economia che ha subito più danni di quella della Transnistria durante la breve guerra del 1992”.

E’ difficile dire se le autorità delle due autoproclamate repubbliche del Donbass siano effettivamente popolari o meno. Quel che è certo è che Poroshenko e soci non godono di un’ottima stima tra la popolazione dei cosiddetti “territori occupati” (come li definisce il governo di Kiev). Se non altro perché da diversi mesi le autorità ucraine hanno sospeso ogni tipo di prestazione sociale verso i cittadini del Donbass. Niente pensioni, niente stipendi pubblici, niente gas per i riscaldamenti. La popolazione ha percepito un abbandono totale da parte della leadership di Kiev. E questo conta molto di più rispetto alla ripresa di un’economia che solo adesso sta provando a rimettersi in sesto, con nuove regole e una nuova moneta, il rublo.

Notizia del: 27/05/2016

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