L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 27 maggio 2016

Ucraina - Un paese abbandonato a se stesso

L'Ucraina oggi è un Paese abbandonato a se stesso

Due anni e 9.300 morti dopo, Kiev è finita nel dimenticatoio. Imprigionata nelle vecchie logiche di potere. E snobbata dall'Occidente. Germania in particolare.

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27 Maggio 2016
Il presidente ucraino Petro Poroshenko, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il vicepresidente americano Joe Biden.
Il presidente ucraino Petro Poroshenko, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il vicepresidente americano Joe Biden.
Da due anni Petro Poroshenko è presidente in Ucraina, eletto a stragrande maggioranza e per mancanza di altri seri candidati il 25 maggio del 2014.
Dall’aprile del 2014, il Paese combatte la guerra nel Donbass, dove due regioni si sono proclamate indipedenti e con il supporto ibrido della Russia si sono staccate de facto dall’ex repubblica sovietica, pur non essendo state annesse da Mosca come accaduto per la Crimea.
OLTRE 9.300 MORTI. Il conflitto ha causato oltre 9.300 morti e il bilancio si aggrava ogni giorno. Gli accordi di Minsk, sottoscritti tra il governo di Kiev e i separatisti filorussi nel febbraio 2015, sono lontani dall’essere implementati. Se mai lo saranno.
La rivoluzione del febbraio 2014 che ha spodestato il vecchio capo di Stato Victor Yanukovich ha lacerato il Paese e la conseguente crisi economica lo ha condotto sull’orlo del baratro.
La nuova elite al potere è rimasta imprigionata negli usuali schemi oligarchici e sono sempre i soliti noti a tenere le redini di politica ed economia.
L'EUROPA È UN MIRAGGIO. L’Europa è rimasta ovviamente un miraggio. E il popolo, che per la seconda volta, dopo quella arancione del 2004, ha creduto nei poteri taumaturgici di un regime change coordinato dall’alto e dall’esterno, è caduto ancora più in basso, ed è al limite della sopravvivenza. Tutto questo è accaduto e accade proprio mentre l’Occidente, che tanto si è dato da fare per spodestare Yanukovich, ora non può far altro che stare alla finestra e osservare il disastro che ha largamente contribuito a fabbricare.
Le speranze di successo si sono schiantate contro le prevedibili resistenze sistemiche ucraine (tolto di mezzo il clan cleptocratico di Yanukovich sono rimasti in gioco tutti gli altri oligarchi e uno è diventato addirittura presidente) e con l’altrettanto prevedibile reazione russa (oppure a Bruxelles e Washington qualcuno pensava che un colpo di Stato a Kiev lasciasse Vladimir Putin tranquillo?).

La crisi di Kiev scompare dal panorama mediatico occidentale

Un tank ucraino nel Sud Est del Paese.
(© GettyImages) Un tank ucraino nel Sud Est del Paese.
Ecco perché nell’ultimo anno, da quando in sostanza di fronte alla crisi politica interna permanente e allo stallo delle riforme s'è capito che Poroshenko e compagnia non possono essere i salvatori della Patria, l’Ucraina è praticamente scomparsa dal panorama mediatico europeo e statunitense.
Se in parte altre crisi sono sopraggiunte o ciclicamente prendono il sopravvento (euro, Grecia, Turchia, immigrazione, primarie e via dicendo) e si impongono automaticamente seguendo il classico modello secondo cui le peggiori nuove notizie scacciano quelle vecchie, è vero però che la minore attenzione su quello che accade a Kiev ha ragioni anche politiche.
PER L'UE È UN CAPITOLO CHIUSO. A Bruxelles come a Berlino c’è insomma meno interesse che si raccontino i propri fallimenti e l’Ucraina è ormai un capitolo chiuso. A partire da Angela Merkel, la cancelliera che sin da subito si è presa a cuore la sorti di Kiev, riponendo illusoriamente fiducia in Poroshenko e scontrandosi con Putin, e ha gestito la strategia occidentale con la delega implicita di Barack Obama.
Alla linea diplomaticamente ottimistica sul prosieguo del processo di pace, risentita per l’ennesima volta dopo i recenti colloqui in formato normanno tra Merkel, Putin, Poroshenko e il presidente francese François Hollande, si oppongono la realtà dei fatti e la presa di coscienza che l’Ucraina è al momento insalvabile.
UN PAESE ABBANDONATO A SE STESSO. Se la questione della liberalizzazione dei visti tra Ue e Kiev è bloccata, così come il piano di aiuti coordinato dal Fondo monetario internazionale, allora non vale più la pena nemmeno di buttare altri soldi per la propaganda mediatica e Berlino ha deciso tra l’altro di ridurre i fondi per il programma in lingua ucraina avviato qualche anno fa.
Il catastrofico giro di boa dei due anni di Poroshenko alla Bankova sta passando sotto il silenzio della gran parte dei media europei, mentre in Russia non si perde occasione di ripercorrere le tappe di un disastro annunciato.
Questioni di prospettiva, naturalmente, che indicano però come l’Ucraina, percorsa da fermenti distruttivi sia di natura interna che esogeni, sia di fatto abbandonata a se stessa.

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