L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 7 giugno 2016

Banca Etruria - che altro deve succedere per inchiodare alle sue responsabilità Banca d'Italia di Visco?

franco bechis
Il capo del team ispettivo della Banca d’Italia, Nicola Stabile, che dopo avere controllato i conti della Popolare di Vicenza va a riposarsi nella tenuta chiantigiana del presidente di quell’istituto. Un alto funzionario della vigilanza della banca centrale, Luigi Amore, diventato per due anni responsabile audit della stessa popolare. Mario Sommella passato dalla segreteria generale della Banca d’Italia all’identico ruolo nella Vicenza.
E poi ancora, 2013: approda come capo delle relazioni istituzionali, Gianandrea Flachi. Anche lui da Bankitalia, dove fu capo della segreteria particolare ai tempi di Mario Draghi. In questa incredibile trasfusione di ispettori, funzionari e dirigenti fra l’autorità di controllo e la banca vicentina controllata, c’è una certa spregiudicatezza di Gianni Zonin, l’industriale del vino che per lunghi anni ha guidato l’istituto fino al disastro degli ultimi mesi. Ha assunto oltre i controllori di Bankitalia, anche altri occhi che avrebbero potuto vedere: quelli di magistrati, ufficiali della guardia di finanza, professionisti che sono passati da una parte all’altra della barricata.
Per fare girare a via Nazionale gli occhi da un’ altra parte il furbo banchiere ha risolto anche un problema non piccolo all'istituto di vigilanza: l’acquisto di Palazzo Repeta, sede locale di Banca d’Italia. Per 5 anni si era cercato di venderlo a un prezzo di 9 milioni di euro, ma nessun acquirente si era fatto avanti: cifra eccessiva. A quel punto si è presentato Zonin acquistando il palazzo alla cifra richiesta.
Banchiere svelto e spregiudicato. Ma quello della Vicenza non è caso isolato, e anche l’estrema permeabilità a quelle lusinghe provinciali mostrate dall'istituto di via Nazionale indica una debolezza di sistema. Lo ha dimostrato un’altra vicenda oscura, di una piccola banca di provincia del Nord Ovest: la Banca Bene, credito cooperativo del cuneese. Nel 2013 fu commissariata dalla Banca d’Italia, che inviò un suo uomo, Giambattista Duso, ad amministrarla. Si scoprirà poi che fra i primi atti compiuti ci fu il trasferimento di gran parte degli impieghi in Popolare di Vicenza, violando il tetto prudenziale stabilito dalle regole di vigilanza. Salterà fuori che l’uomo di Bankitalia era contemporaneamente amministratore di Marzotto Sim, società di intermediazione mobiliare della Popolare di Vicenza.
Cose peggiori sono avvenute in precedenza a San Marino, dove come Fregoli del credito trovavi ex funzionari della Banca d’ Italia travestirsi ora da banchiere centrale del Titano, ora da banchiere locale.
C’è un uomo Bankitalia in tutti i pasticci che sono capitati negli ultimi anni. Venivano da lì i commissari che hanno portato sull’orlo del bail-in le 4 banche andate in procedura di risoluzione il 22 novembre 2015. A Banca Marche svettava il nome dell’ex ispettore della vigilanza di via Nazionale Federico Terrinoni, già commissario straordinario della Banca di Credito Cooperativo del Veneziano. Che dire poi delle gesta degli ultimi commissari cui via Nazionale ha affidato Banca Etruria?
Con loro l’ istituto è precipitato costringendo ad azzerare il valore delle azioni e mettendo ko gli obbligazionisti subordinati. Sono stati loro a incidere sulla svalutazione dei crediti di tutte e quattro le banche, fornendo il parametro di riferimento per mettere ko quei risparmiatori con una incredibile operazione realizzata a poche ore dal simil bail-in: la vendita al salottino buono di Fonspa di 284 milioni di euro di crediti deteriorati al 14,7% del loro valore, cifra bassissima. Etruria è caso particolare di intrecci: nella banca aretina c’era un altro groviglio fra controllore e controllato, perché l’istituto era quotato e al suo interno arrivarono due fra i massimi vigilanti della Consob: l’ex direttore generale Massimo Tezzon, e l’ex segretario generale Claudio Salini.
La cronaca racconta come il conflitto di interessi in Italia sia stato giochino per regolare battaglie politiche, tema centrale per Silvio Berlusconi e assai trascurato invece proprio dove danneggiava più la comunità dei contribuenti e dei risparmiatori. Quel che è accaduto è chiaro: chi doveva vigilare non lo ha fatto e spesso è stato complice dei disastri che avrebbe dovuto evitare.
La Banca d’Italia ha quella funzione meno di un tempo, visto che oggi le carte sugli istituti bancari più importanti vengono distribuite dalla Bce. Sul resto ha mostrato di vedere assai poco, e oggi le resta soprattutto un ruolo da secondino: quello di autorità nazionale di risoluzione delle crisi bancarie. Non soluzione, risoluzione: quella che mette ko azionisti e risparmiatori quando ormai tutti i buoi sono scappati dalla stalla e i guai sono irrimediabili.
Non ha più gestione di politica monetaria, né di mercato titoli, che sono stati trasferiti a una piattaforma europea. Produce banconote per l’ Eurosistema, distrugge quelle sgualcite, fa ancora qualche ispezione con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Ha un buon ufficio studi. Sul resto lavora con gli altri partner Ue.
Per farlo ha ancora la stessa architettura gestionale ormai barocca del tempo in cui decideva su tutto e su tutti. Ha in pancia un vero e proprio esercito di 7.032 dipendenti che assorbono il 57% dei costi di Bankitalia, poco meno di 1,2 miliardi di euro, 815 milioni dei quali in retribuzioni e rimborsi spese per il personale dipendente.
Un gigante in gran parte non più corrispondente ai compiti che ha e che non svolge in modo così egregio come la lunga tradizione avrebbe imposto di fare. Serve a qualcosa tenerla ancora in piedi così? Assai poco ai contribuenti e ai risparmiatori. Come per Consob bisognerebbe ridefinirne il ruolo. Chiudere i battenti e riaprire sulla base dei compiti più limitati che sono assegnati. Per farla funzionare, come non accade più oggi.
Franco Bechis
“Bisogna chiudere Bankitalia”
Libero
domenica 5 giugno 2016

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