L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 12 giugno 2016

Elezioni - lo scetticismo è un'arma di difesa questo non toglie il fatto che il 19 Giugno, con un piccolo costo di tempo, andremo a votare per mandarli via

Ancora sulle elezioni, rito e impotenza di massa di Eugenio Orso

Il mio ultimo articolo “La sceneggiata delle comunali” (dopo il primo turno elettorale), dove il democraticissimo ed egualitario slogan Un uomo, un voto si trasforma in “Un pirla, un voto”, ha attirato parecchie contumelie e insulti, ancor più che critiche sensate. La prova la troverete, senza ombra di dubbio, al seguente link:
I miei assunti – in questo articolo e in molti altri scritti precedenti – si possono così riassumere:
1) L’Italia è un paese occupato e retto da collaborazionisti della troika, del Pentagono e delle principali City finanziarie.
2) In Italia la situazione è così tragica che non ci sono vere opposizioni, con gli attributi e la volontà politica di contrastare i servi dell’economia finanziaria internazionalizzata, né dentro né fuori del parlamento liberaldemocratico.
3) La liberaldemocrazia è uno strumento di dominazione elitista, che estrinseca i suoi effetti (per noi) negativi sul piano politico, come provano la persistenza del piddì e del governo Renzi, il che significa continuazione all’infinito di politiche anti-popolari, anti-sovraniste e anti-nazionali.
4) La volontà popolare non conta nulla e il voto è mera riproduzione del rito elettorale, di cui le potenti élite neocapitaliste e i loro collaborazionisti hanno ancora necessità per imbrogliare il popolo (dalle primarie alle politiche, passando per europee e comunali).
5) L’astensionismo, oltre il 50% del corpo elettorale, non è la soluzione finale del problema e, in sé e per sé, non rappresenta l’unico e il principale veicolo di liberazione di massa, ma è, semmai, un bastoncino messo fra le ruote del carro elitista e un motivo di angoscia per i collaborazionisti sub-politici (il prefisso sub per chiarire che non sono costoro i depositari della decisione politico-strategica, ma pendono dalle labbra delle élite dominanti).
Ho precisato quanto sopra per due motivi.
Il primo è che l’articolo è stato da alcuni frainteso, come se, ad esempio, io attribuissi un’importanza cruciale al fenomeno dell’astensionismo, o semplificassi troppo una realtà molto “complessa”.
Il secondo motivo è che, probabilmente, la cosa non è andata giù ai sostenitori del cinque stelle, beneficiati dal voto nel primo turno e in odor di vittoria in due grandi comuni, o almeno a Roma (ce la faranno? Lo vedremo al secondo turno delle comunali, domenica 19 giugno, brogli e … astensionismo permettendo).
Per quanto riguarda il primo motivo, aggiungo che la “complessità” del reale ha rappresentato un valido pretesto, a vantaggio delle élite dominanti, per impedire la comprensione della realtà sociopolitica e l’analisi del sistema di potere che ci domina. Qui non stiamo parlando, ovviamente, del concetto di complessità come lo intendeva il matematico Poincaré, ma della necessità di “disvelare” un sistema di potere elitista che si maschera nelle forme e nei riti liberaldemocratici più “avanzati”, pur potendo commettere qualche errore nella necessaria semplificazione della realtà (in tal caso, sociale e politica).
Per quanto riguarda il secondo motivo, invece, le razioni scomposte dei sostenitori del cinque stelle (fra loro c’è chi la scorsa domenica si è impeganto si seggi!), derivano dal fatto che costoro probabilmente ignorano che una funzione assegnata al loro partito è quella di limitare l’astensionismo, affinché non dilaghi troppo. Attraverso la promessa del “cambiamento” (tutti i politici a casa, non lasceremo nessuno indietro, reddito di cittadinanza per tutti!) il cinque stelle recupera astensioni trasformandole in voti, favorendo così la riproduzione del rito elettorale liberaldemocratico, molto gradito alle élite.
L’aspetto rituale del voto è legittimante ed è, perciò, ancora irrinunciabile in liberaldemocrazia, anche se la definizione delle linee di politica strategica non dipende dall’esito elettorale (men che meno trattandosi di elezioni amministrative, in cui, perciò, si può anche “perdere”), ma dall’azione degli organi sopranazionali in mani elitiste e dalla stipula di trattati internazionali, totalmente indipendenti dalla cosiddetta volontà popolare.
La mera ritualità del voto democratico che non decide alcunché d’importante, prova semplicemente che il nuovo capitalismo a vocazione finanziaria è proattivo, cioè tende a prevenire i pericoli e a uccidere i suoi nemici nella culla, o addirittura prima della nascita, provocando aborti. Perciò in Italia abbiamo il cinque stelle, docile “partito di riserva” mascherato da movimento di popolo che da circa tre anni scalda i banchi in parlamento, preparandosi a “sostituire” il piddì se e quando lo decideranno i poteri esterni. Per tale motivo, non possiamo contare su un Blocco Popolare di Salvezza, o un Fronte Nazionale di Liberazione, seriamente intenzionato a mettere tutto in discussione.
Mantenere in vita il rito elettorale equivale a legittimare un sistema di governo che si vende come punto più alto della trasformazione sociopolitica nelle società umane, ma che rappresenta, nella realtà, uno strumento di dominazione nelle mani delle élite neocapitaliste. Se non fosse così, al secondo turno delle recenti presidenziali austriache avrebbe vinto Norbert Hofer e non, con i brogli, la marionetta verde Alexander Van der Bellen, valletto dell’Establishment. Se così non fosse, non ci sarebbe stata la demonizzazione di Donald Trump nelle lunghissime primarie americane per la presidenza e la spinta data da tutto l’Establishment alla perniciosa Hillary Clinton (da Obama al New York Times), dichiarata vincitrice delle primarie dell’asinello ancor prima dell’importante voto californiano.
La mera ritualità del voto liberaldemocratico è possibile in una situazione di totale impotenza politica delle masse dominate, debitamente manipolate. Perciò, per almeno tre decenni, i collaborazionisti della classe globale-finanziaria, i servi delle City finanziarie e del loro sistema di potere internazionalizzato, hanno lavorato per raggiungere questo cruciale obbiettivo, di natura antropologico-culturale ancor prima che politica. Assenza apparente di alternative, “morte delle ideologie”, precarietà nel lavoro e nella vita, privatizzazione anche dell’acqua e, in prospettiva futura, dell’aria hanno “forgiato” un nuovo tipo umano, incapace di ribellarsi, “analfabeta sociopolitico”, impotente davanti alle scelte politiche anti-umane del potere vigente. Solo così il rito del voto democratico, quintessenza del dominio di classe sul piano politico, negazione di ogni vero diritto naturale dell’uomo (al reddito, al lavoro, all’esistenza dignitosa), può riprodursi in tutta tranquillità senza scossoni sociali o ampie rivolte.
In epoca ormai lontana, in un’altra realtà sociale e politica, quando il capitalismo era borghese e ancora legato alla “potenza dello stato” nazionale, il grande Lenin ci ha rivelato che la democrazia, con il suo “parlamentarismo” e il voto, altro non era che il mascheramento della dittatura alto-borghese (Stato e Rivoluzione). Ciò è ancor più vero oggi, se sostituiamo al capitalismo produttivo del secondo millennio il neocapitalismo internazionalizzato a vocazione finanziaria e alla borghesia la classe dominante globale.
A quale conclusione si può giungere, districandosi nella “complessità del reale”?
Ritualità legittimante, priva di sostanza nella decisione politica, e impotenza di massa caratterizzano il voto democratico, a tutti i livelli e in tutti gli appuntamenti elettorali che osserviamo.
Questa volta spero di essere stato chiaro oltre che breve … anzi, quasi telegrafico, data l’importanza dell’argomento trattato.

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