L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 18 giugno 2016

Euroimbecilli servi al comando degli Stati Uniti ignorando i propri interessi, il mondo che cammina sulla testa

L'Unione Europea insiste: prorogate le sanzioni alla Russia

(di Giampiero Venturi)
17/06/16
Al forum di San Pietroburgo, l’Italia, nonostante in questi anni abbia fatto molto per sciuparlo, conferma il suo ruolo privilegiato di interlocutore con Mosca.
Il ponte ideale lanciato con Roma e indirettamente con l’Unione, viene gettato però proprio mentre da Bruxelles arriva la doccia fredda: su pressioni di Washington le sanzioni dell’UE contro la Russia sono prorogate fino al 2017.
La sensazione è che tutto avvenga controvoglia e che un demiurgo esterno al confronto diretto Bruxelles-Mosca finisca per ricavarne vantaggio. Non è un caso che la fetta degli USA nel commercio estero della Russia abbia superato il 4%, mentre le partnership dei Paesi europei diminuiscano: il traffico generale tra Europa e Russia dall’inizio delle sanzioni si è ridotto di ben 100 miliardi di euro e tutti sembrano esserne consapevoli.
Il governo italiano a San Pietroburgo ha colto l’occasione per sottolineare il disagio economico e geopolitico legato alle sanzioni ma anche l’impotenza davanti a qualcosa che si deve fare senza che nessuno, o quasi, ne abbia interesse.
La motivazione ufficiale per la proroga delle sanzioni è ancora una volta legata all’annessione della Crimea e a quella che viene considerata una deliberata destabilizzazione dell'Ucraina da parte di Mosca. Nel marzo 2015 i leader dell’UE hanno deciso di vincolare il regime di sanzioni all’attuazione degli Accordi di Minsk, concretizzati poi a fine anno.
Le misure restrittive sono state comunque progressive. La Russia è stata sospesa dal G8 e dai negoziati per l’adesione all’OSCE.
Nel luglio 2014 sono iniziate le contromisure alla cooperazione economica, limitando l'accesso ai mercati dei capitali dell'Unione da parte dei cinque maggiori enti finanziari russi e di sei grandi società russe attive nel settore energetico e della difesa. Le misure impongono un divieto di import-export per il commercio di armi; stabiliscono un divieto di esportazione per i beni a duplice uso per impiego militare o per utilizzatori finali militari in Russia; limitano l'accesso russo ad alcune tecnologie utilizzabili nel settore petrolifero. 
La Banca Europea degli Investimenti ha inoltre sospeso nuove operazioni di finanziamento nella Federazione. Molti programmi bilaterali di cooperazione sono stati riesaminati e bloccati.
Nonostante il crescente malumore nella UE, il Consiglio europeo ha prorogato una prima volta le sanzioni economiche fino al 31 luglio 2016. Di queste ore l’ulteriore rinnovo la cui eco sarà particolarmente polemica (anche se in sordina).
La Russia dal canto suo risponde rispedendo al mittente le accuse. Mentre sul fronte del Donbass sostiene che qualcuno soffi sul fuoco armando Kiev, riguardo alla Crimea tira dritto. Come uno degli 83 soggetti federali (una delle 22 repubbliche per l’esattezza) la Crimea è tornata ad essere parte della Nazione e Mosca non sembra intenzionata a fare marcia indietro. Anzi, proseguono a pieno regime i lavori per il ponte di Kerch, la striscia autoferroviaria di 20 km che unirà la penisola alla terraferma senza più considerare l’Ucraina. Sarà inaugurato nel 2019.
Proprio nei giorni in cui si fanno carte false per evitare l’uscita della Gran Bretagna dell’Unione, l’Unione s’interroga su cosa sia e quali interessi stia difendendo. Se così non fosse, sarebbe ora di cominciare a farlo.
(foto: ВСРФ/web)

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