L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 16 giugno 2016

Fabrizio Palenzona&Roberto Mercuri - Sono sempre loro con la gestione opaca che impediscono un Amministratore delegato che trasbordi questa banca in una baia tranquilla


L’ira dei grandi azionisti di Unicredit


L’ira dei grandi azionisti di Unicredit

Da quando il Chief Operating Officer di Unicredit, Vittorio Ghizzoni ha deciso di cedere alle pressioni dei grandi azionisti della banca italiana ma presente in forze in altri importanti mercati creditizi europei, Germania, Austria e Polonia in testa, dichiarando in un consiglio di amministrazione di fine maggio di essere disponibile, dopo avere ovviamente concordato le laute condizioni economiche per l’addio, a passare la mano, l’azione di Unicredit ha perso, al 14 giugno il 30 per cento del suo valore toccando i 2,21 euro, un minimo storico che va raffrontato ai quasi 7 euro della primavera scorsa e perdendo 18 miliardi di euro di capitalizzazione (ora sono ridotti a poco più di 13 miliardi) dall’inizio di quest’anno di disgrazia 2016, l’anno che segna l’avvio di una terza e molto complicata fase di quella tempesta perfetta che ha preso le mosse nel luglio del 2007.

Certo, in un mercato azionario europeo che ha bruciato 2.500 miliardi di euro in sette sedute non c’è da stare allegri e i guai della seconda banca italiana potrebbero anche passare quasi inosservati, tenendo conto di quanto accade al Monte dei Paschi di Siena o ancor più alle due banche destinate a convolare a nozze entro novembre, il Banco Popolare e la Banca Popolare di Milano, con l’azione del primo che sta quasi raggiungendo il prezzo fissato per l’aumento di capitale da un miliardo di euro attualmente in corso, ma non vi è dubbio che il mercato non può non rimanere sconcertato rispetto a una banca globale, quale Unicredit è, i cui azionisti più importanti non hanno pronta la candidatura del banchiere che dovrà rimpiazzare il grigio Ghizzoni, un uomo che non verrà ricordato per intuizioni di rilievo fondamentale, ma che almeno si è adoperato in questi anni per dare una sistemata ai conti dopo la effervescente gestione di Alessandro Profumo.

Un po’ di ritardo per la scelta del nuovo numero operativo passi, ma quando da fonti autorevoli e, come si dice, vicine al dossier, si è appreso che l’attesa del nuovo numero operativo potrebbe non trovare termine prima di fine luglio le vendite si sono letteralmente scatenate con volumi esagerati e quelle perdite verticali del valore dell’azione di cui parlavo all’inizio e che in un tentativo di rimbalzo mercoledì scorso dopo varie sedute di bagno di sangue ha fallito clamorosamente il ritorno nell’area dei 2,30 euro per ripiegare rapidamente verso i livelli ignominiosi toccati nelle sedute precedenti.

Ma quale è la materia del contendere tra i grandi soci di Unicredit, che insieme ne controllano circa un quarto delle azioni e che per la dispersione degli piccoli azionisti fanno il bello e il cattivo tempo nell’istituto di Piazza Cordusio? E’ presto detto: vi è un contrasto sanguinoso tra gli esponenti delle tre fondazioni bancarie che a suo tempo diedero vita insieme al Credito Italiano a Unicredit, un confronto che vede su fronti opposti Palenzona che vorrebbe Nagel di Mediobanca come nuovo CEO e Paolo Biasi di Cariverona che preferirebbe, come quasi tutti gli altri soci, un banchiere esterno al mondo Unicredit (primo azionista di Mediobanca che, a sua volta è un importantissimo azionista delle Assicurazioni Generali) e come dargli torto? Si è poi saputo ieri che, di fronte a quanto sta accadendo sui mercati, Unicredit ha deciso di accelerare i tempi e, nel giorno del voto su Brexit, cioè giovedì della prossima settimana, verrà esaminata una terna di nomi per la sostituzione di Ghizzoni.

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