L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 14 giugno 2016

Giulio Regeni - la sua aureola di santità si screpola e NOI diciamo che l'avevamo detto

ultimo articolo postato su Regeni

I nostri dubbi erano fondati

Ma guarda un po', su Regeni le ipotesi sono cambiate

di
 | 13 Giugno 2016


giulio regeni
Dopo l’omicidio Regeni il ricercatore italiano è stato dipinto come un martire della libertà, lo studioso che facendo ricerca sul campo dava voce agli ambienti del dissenso in Egitto e che per questo sarebbe stato rapito e ucciso dai servizi segreti di quel Paese.
In Italia pochi giornali, tra cui il nostro, si sono fatti qualche domanda scomoda, provando ad andare oltre la rappresentazione appena illustrata: il giovane eroe da una parte, il corrotto e sanguinario "regime" dall’altra. Per averlo fatto, abbiamo dovuto sorbirci le rampogne dei depositari dell'unica versione ammessa, quella che vuole colpevole l'attuale governo egiziano.
Nei giorni scorsi però lo spartito è cambiato. Il quotidianoLa Repubblica ha dato alle stampe una inchiesta alla dinamite, citando un documento riservato inviato in Svizzera e attribuito ad una fonte anonima interna alle autorità egiziane. La ‘manina’ che ha inviato il dossier dice in sostanza che i servizi egiziani avevano 'attenzionato' Regeni ritenendolo una spia della intelligence inglese e italiana, che faceva parte di un network eversivo al Cairo, dedito a organizzare un colpo di stato per rovesciare il presidente Al Sisi.
Il network, se abbiamo capito bene, sarebbe stato composto da ambienti rivoluzionari e dell’operaismo egiziano, spezzoni di accademia nelle università locali e fuori dai confini egiziani (i tutor del ricercatore a Cambridge di cui si è parlato nei mesi scorsi), elementi delle vecchie strutture della forza di epoca Mubarak più disponibili dei servizi militari di Al Sisi ad avere qualche abboccamento con la potente Fratellanza Musulmana del deposto presidente Morsi (Repubblica parla di un generale anti-Sisi parente del misterioso Walid, quest'ultimo tra i conoscenti di Regeni). Una volta scoperto, Giulio Regeni sarebbe finito stritolato in una “faida” interna ai servizi egiziani.
A queste ricostruzioni si è poi aggiunto l’ostinato silenzio opposto dalla Università di Cambridge alle domande degli inquirenti italiani, che hanno alimentato i sospetti sulle relazioni tra il ricercatore italiano e un gruppo di studiosi nostalgici delle primavere arabe e dello stesso Morsi, cioè vicini alla Fratellanza Musulmana. Tutto questo non lo diciamo noi, sta scritto nella inchiesta di Repubblica e rimbalza in tante agenzie di stampa.
Ora, non tutti gli elementi di questa ricostruzione tornano, così come non è chiaro se il silenzio assordante di Cambridge sia davvero una conseguenza del coinvolgimento inglese, o è dovuto ad altre cause. Ma la vera domanda che bisogna farsi è perché Repubblica ha mandato in edicola e fatto girare sul web questa inchiesta, che chiama in causa Palazzo Chigi e la Farnesina, pur descrivendo come “paranoico” l’atteggiamento degli egiziani. Se quello che scrive Repubblica citando il dossier svizzero è vero, se c’è stato un complotto, sventato, per rovesciare Al Sisi, il pandemonio scatenato dagli italiani dimostrerebbe solo l’inesperienza di chi ci governa.
Repubblica – dando voce alla gola profonda che a sua volta passa informazioni sui servizi egiziani – alimenta i peggiori sospetti, cioè che il nostro Paese sia coinvolto nella morte del ragazzo di Fiumicello. Ma nasce un ulteriore dubbio: a cosa mira Repubblica con la sua inchiesta? E come mai tutto questo esce ora, mentre Renzi, per la prima volta dalla sua ascesa, è in difficoltà?

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