L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 27 giugno 2016

Implosione europea - euroimbecilli che hanno voluto la disoccupazione di massa e offrono il precariato a vita cosa si potevano aspettare dal voto oggi dei popoli inglesi e domani da gli altri popoli europei?

C’È DEL MARCIO IN EUROPA: IN or OUT questo è il dilemma [Il Poliscriba]

Cappello: Torna “su questi schermi” dopo una lunga assenza Il Poliscriba. Ce ne rallegriamo e lo ringraziamo di cuore per essersi rifatto vivo. Il suo articolo non poteva riguardare che la Brexit e i suoi effetti in Europa. Buona e intensa lettura …
Eugenio Orso

Il capitalismo del XXI° secolo tende ad una accentuata logica esclusiva ad escludendum, con l’effetto di marginalizzare sempre più vasti strati del tessuto sociale, che vengono progressivamente esclusi dai nuovi equilibri socio-economici.(…) L’emarginazione conduce all’isolamento sia individuale che collettivo di masse umane che non si riconoscono nelle istituzioni, in quanto prive di un ruolo attivo nella società sia nel campo economico che in quello politico. 
Cit. da Dialoghi sull’Europa e sul Nuovo Ordine Mondiale di Costanzo Preve e Luigi Tedeschi

La Brexit ha affondato il Titanic UE, un iceberg le cui proporzioni nascoste, quelle al di sotto dei flutti del populismo di Farage, che suscita i malumori nelle highlands profonde e sprofondate in un indicibile revanscismo post-kulako, per certi versi incontestabile, verranno fuori nei prossimi 2/7 anni.

Tale è il periodo della transizione, il tempo concesso all’establishment inglese per tirarsi fuori dalle secche burocratiche dell’unione europeista a impianto franco-tedesco, con codazzo renziano, anch’esso ormai in fase di smantellamento dopo le sconfitte elettoral-comunali di Roma e Torino.

Transizione lenta o veloce, si vedrà, per dimostrare che le vecchie generazioni non hanno sottratto a quelle nuove il diritto a una vita simile alla loro, fondata su un lavoro continuo e ben retribuito, consumo, famiglia e pensione, secondo le regole di solidarietà che il vecchio continente aveva imposto come modello opposto al neoliberismo sfrenato di stampo yankee.

Ci sarà un effetto domino?
Ceeeerrrto che ci sarà!

Il problema che si pone oggi dalle parti di Juncker, non è perseguire o meno la minaccia – “ Chi è fuori, è fuori”- , ma rinunciare alle politiche in salsa iper-burocratica con contorno di sodalizi bancari irrinunciabili, che hanno danneggiato la ripresa economica, tenendo al guinzaglio le amministrazioni statali attraverso la moneta unica, il taglio alle spese sociali, i mancati reinvestimenti dei vari quantitative easing elargiti alle banche e alle loro fondazioni e la riduzione costi quel costi dei debiti pubblici (peraltro mai avvenuta).

Salvo poi regalare ai mercati internazionali – al netto di obbligazioni spazzatura, che traduciamo in cambiali, ormai a rendita negativa per gli aderenti al patto unionista – tassi positivi a doppia cifra per chi dall’esterno vuole impadronirsi delle fragili economie periferiche europee, i famosi/famigerati PIIGS.

L’amletico dilemma del Leave or Remain, dopo anni di marcio berlinese, è stato sì spazzato via da una esigua maggioranza degli OUT, ma ha pericolosamente inclinato il mattoncino che segna l’inizio della caduta-domino del IV° Reich economico-finanziario che ha annientato buona parte della classe media europea.

Dissoluzione socio-economica favorita da spinte irrazionali di buonismo, inclusione immigratoria e regalie “interessate” di miliardi agli stati debitori periferici – leggi Grecia – senza nessuna riflessione seria in merito alla compromissione dell’impianto democratico che, sotto i colpi dei nascenti neo-nazionalismi, rischia di franare rovinosamente sulle schiaccianti discrepanze reddituali che nessuno vuole chiamare differenze di classe.

Pensavo che Cameron fosse una persona seria e Renzi un millantatore, come è facile dimostrare che le mele cadono dagli alberi per effetto della gravità.

Purtroppo il primo, non rispettando l’esito del referendum, sembra non voglia dimettersi, lasciandosi irretire dalle sirene della petizione contro i Leave, volendo capricciosamente non accettare la sconfitta referendaria, stralciando la promessa di collaborazione costruttiva con gli antieuropeisti, accettando il piagnisteo dei neofinanzieri della City che minacciano un esodo di massa per un dove ancora da decidere (forse Basilea?) e la protesta delle generazioni giovani.
In realtà, protesta di giovani londinesi di cui un buon 45% è rappresentato da figli di immigrati di prima e seconda generazione provenienti dalle ex colonie del Commonwealth, gli stessi che hanno votato l’islamico neo sindaco di Londra Sadiq Khan, che potrebbe essere la testa di ponte della definitiva islamizzazione europea, motivo per il quale è fondamentale rimanere agganciati all’Unione.

Per quanto riguarda  il secondo, oltre ad aver affittato a spese degli italiani pagine sul Guardian per manifestare la sua volontà anti-brexit (e chi gliel’ha chiesto?) insiste con proclami mazziniani del genere “ w l’Italia! w l’Europa!“, sottoponendo a dura prova le cellule grigie di chi, diversamente dai piddioti elettori del PD che ci rimettono milioni di euro di tasca propria alle primarie, fingendo che il loro leader sia stato eletto da qualcuno, ha compreso da un pezzo che la direzione del fiorentino affabulatore, sintetizzabile con il suo slogan quasi junckeriano: “Andremo avanti a colpi di maggioranza!”, non può funzionare.

Che sia il suo ex-amico Serra o il suo nemico all’antimonio baffino stalinino dalemino, lo smacchiatore, la legalista Bindi o il delator-traditor Verdini a farlo cadere rapidamente dalla Torre di Pisa, corroborando altresì la bontà della relatività ristretta galileiana, non importa.

Per quanto ci è dato sapere e capire, anche l’Italia si ritrova nella stessa condizione diacronica e distopica, di una nazione in controtendenza al diktat Merkel-Hollande.

Pare evidente che l’implosione dell’Unione Europoide stia avvenendo, come fu per altri imperi, dalle periferie verso il centro.

La risposta centripeta di un accentramento tedesco – trainata quasi esclusivamente dall’export e da conflitti anti-Putin, inutili e dannosi, forieri di altre defezioni dall’Unione a est – diretta verso le medesime periferie in crisi con il Trattato di Lisbona, contro quella centrifuga disgregazione dell’area ovest e sud dell’Europa – quest’ultimo confine equivalente alle spinte barbariche di romana memoria – non è sufficiente nel lungo periodo.

La guerra valutaria che inizierà tra dollaro-sterlina ed euro spezzerà numerosi contratti tra stati e impatterà significativamente contro il prossimo Trattato TTIP tra USA e Ue (forse il motivo ombra che ha soffiato contro la City che non era assolutamente d’accordo per l’uscita dall’UE).

Al di fuori dei principi newtoniani di caduti dei gravi, è ovvio considerare la Brexit come un principio di difesa, l’innalzamento di un muro virtuale non molto dissimile dai concreti muri di prossima erezione (scusate la fallocrazia isolazionista), sui confini che segnano i margini di pressione degli esodi incontenibili d’Africa e Medio Oriente. Ma l’uscita del Regno Disunito – Scozia, Irlanda del Nord, Londra dei becchini banchieri e dei pro-sharia, docet – è un attacco all’Europa ottusa, che non sembra aver appreso nessuna lezione dalla storia.

Il nazismo storico di cui ancora si sparla a sproposito nei consessi unionisti per scongiurare le varie EXIT da questa Europa a 27, è stato il risultato di politiche economiche sbagliate, della crisi capitalistica del ’29, non uno scontro tra identità nazionali.

L’anacronistico e ridicolo sventolare lo spauracchio di future guerre fratricide a causa dell’effetto a cascata della Brexit o Frexit o Grexit che sia, non fa leva sull’addome dei popoli europei, ma sulla loro irritazione nei confronti di un sistema unificante che riduce ad un mare magnum insignificante: differenze culturali e lingustiche, identità nazionali, sistemi di produzione, stili di consumo e di vita, in una ridda cartacea di lacci legislativi atti a una redistribuzione di ricchezza dal basso verso l’alto in maniera evidentemente accelerata e forzatamente unilaterale: dal cittadino europeo ai burocrati, dai burocrati alla BCE con il beneplacito dei mercati, del Fondo Monetario Internazionale e delle strapagate agenzie di rating.

Cosa esprime di positivo questo Nuovo Ordine Mondiale che esige un’Europa unita a forte connotazione transnazionale in ossequio alla globalizzazione ultraliberista che aspira a un bipolarismo popolo-élite, poveri-ricchi, analfabeti-colti e che desidera abbassare lo standard di vita dei popoli europei mischiandoli coercitivamente con milioni di immigrati?

Sicuramente è un’espressione contabile, che dovrà ridimensionare la sua fredda algebra passando per le forche caudine del disordine anarchico referendario.
Ascoltare i rammarichi degli unionisti è come trovarsi in coda al feretro di un progetto europeo immaturo, bagnato dai pianti di false prefiche, un disegno che nel federalismo e in una lingua comune avrebbe potuto riuscire là dove la moneta unificata ha fallito per ovvi motivi d’interesse germanico.

E, a meno di imposizioni totalitarie anticostituzionali, o militari – guerre civili o separatiste – la Gran Bretagna, in barba a tutti i sondaggi ha tracciato la via ad una congiura delle polveri che potrebbe eufemisticamente far saltare il Parlamento Europeo il quale non esprime più la volontà dei popoli, ma l’arroganza speculativa, cieca e assassina dei mercati finanziari.

Sempre che la risicata vittoria dei leave non sia stata l’ennesima manovra occulta elitista.

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