L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 30 giugno 2016

Implosione europea - questa europa è irriformabile anche se gli euroimbecilli fanno salti in avanti dimenticando di guardare in faccia la realtà, ora è guerra vera noi italiani ci siamo

Ue. De Benoist: con l’uscita della Gran Bretagna scatterà l’effetto domino in Europa

Pubblicato il 30 giugno 2016 da Nicolas Gauthier*
Categorie : Esteri
de_benoistLa Brexit è un tuono che sembra avere sorpreso anche i propri sostenitori. Come è potuto accadere? E qual è il significato profondo di questo avvenimento?
Gli inglesi si sono meravigliati per primi: si tratta infatti di un evento storico. Ma innanzitutto una nota: loro, per cominciare, non avrebbero dovuto mai entrate nell’Ue. Come il generale de Gaulle aveva ben capito a suo tempo, l’Inghilterra si è sempre sentita più vicina agli Stati Uniti (l’”alto mare”), che all’Europa, dove non ha cessato di svolgere un ruolo di cavallo di Troia atlantista e della quale non ha mai pienamente accettato le regole. In questo senso, il divorzio mette fine a un matrimonio che non era stato mai veramente consumato.
Le principali motivazioni di questo voto sono, come già detto da molti, la questione dell’immigrazione e, soprattutto, un senso di abbandono sociale, politico e culturale che alimenta un formidabile risentimento verso la classe politica tradizionale e le élite mondialiste. Il voto britannico non ha, del resto, contrapposto i conservatori e i laburisti, ma i sostenitori e oppositori della Brexit di entrambi i campi, il che significa che ha superato la differenza destra-sinistra.
Notiamo, infine, che i liberali erano loro stessi divisi. Se fossero stati in maggioranza a favore del mantenimento della Gran Bretagna nell’Unione europea, alcuni di loro avrebbero militato per la Brexit per il solo fatto che nell’Unione Europea non è ancora del tutto acquisita la deregulation generalizzata (Nigel Farage, non dimentichiamolo, in economia è un ultraliberista). C’è una grande differenza tra la Francia e l’Inghilterra. Se in Francia, la maggior parte dei liberali resta convinta che lo scopo essenziale dei trattati europei è di imporre i principii liberali, a partire dalla libera circolazione delle merci e dei servizi, delle persone e dei capitali, molti credono in Inghilterra che il mercato non necessita di trattati o istituzioni. Da qui deriva un sovranismo il cui motore non è tanto la preoccupazione dell’identità nazionale, l’insicurezza culturale o la sovranità popolare quanto l’insularità legata all’idea che i valori commerciali marittimi devono primeggiare sui valori politici, tellurici e continentali della terra – lo stesso sogno di un alleanza feconda fra il Commonwealth e gli Stati Uniti.
Ma non si può capire il significato di questo voto se non rimettendolo in una prospettiva più ampia, vale a dire la rivolta mondiale contro le élite autoproclamate. L’ascesa dei populismi non è che la traduzione politica più visibile e della quale il “no” al referendum 2005 sulla proposta di Costituzione europea rappresenta il punto di partenza simbolico. Il Brexit è indissociabile dalla ascesa del Fronte nazionale, come da quella del Fpo in Austria, Syriza in Grecia o Podemos in Spagna, dall’elezione di un rappresentante del movimento Cinque stelle come sindaco di Roma, dei fenomeni Trump e Sanders negli Usa, ecc. Ovunque i popoli si rivoltano contro un’oligarchia transnazionale che non sopportano più. E’ in questo che la Brexit è essenziale: conferma un movimento di fondo. Dopo decenni di “ampliamenti”, entriamo nell’epoca della secessioni.
Cosa succederà ora?
Contrariamente a quanto si dice, le principali conseguenze non saranno economiche o finanziarie, ma politiche. In Gran Bretagna, dove il voto ha già aperto una crisi politica, la Brexit causerà una ripresa dell’indipendentismo scozzese e rilancerà il dibattito sullo statuto dell’Ulster, come anche quello di Gibilterra. La City di Londra va sempre più ricentrandosi sul suo ruolo di paradiso fiscale. In Europa, dove l’Unione europea si basa sull’equilibrio dei tre Grandi (Francia, Germania, Regno Unito), la Germania diventa la sola potenza dominante importante – ora pesa quasi un terzo del pil e il 40 per cento dell’industria del nuovo settore – ma perde i benefici che guadagnava dalla sua alleanza di fatto con l’Inghilterra, spesso a scapito degli interessi francesi.
Ma è soprattutto l’effetto domino, vale a dire di contagio, che si farà sentire. La scelta degli Inglesi dimostra che può esserci vita dopo l’Unione europea – e che si può concepire l’Europa altrimenti. Gli slovacchi, che prenderanno in questi giorni la Presidenza dell’Unione europea, sono essi stessi euroscettici. Le opinioni sfavorevoli all’Unione europea già superano le opinioni positive in Francia, Spagna e Grecia. In altri paesi, come i Paesi Bassi, la Danimarca, la Finlandia, il Portogallo, l’Ungheria o la Polonia, non sono esclusi altri referendum.
È questo l’inizio della decostruzione europea o l’inizio di un nuovo inizio?
In teoria, l’abbandono degli Inglesi potrebbe contribuire a rilanciare la costruzione europea su basi migliori. Ma in pratica questo non accadrà. Per “rifondare l’Europa”, come alcuni non esitano a dire, bisognerebbebbe già prendere la piena misura di quello che è successo, cioè comprendere ciò che i cittadini non vogliono più. Ma sta accadendo il contrario, dal momento che ci si intestardisce giorno dopo giorno a spiegare che coloro che sono restii sono ignoranti, cattivi, xenofobi, vecchi, ecc., e che per far loro accettare la pozione sarà sufficiente raddoppiare la razione. Sbalorditi come conigli catturati dalla luce dei fari, i dirigenti dell’Unione europea si leccano le ferite, ma rifiutano di mettersi in questione: l’unica lezione che deriverà per loro da questa votazione è che sicuramente tutto deve essere fatto per evitare alle persone di esprimersi. Chi diceva che la follia è fare sempre la stessa cosa ogni volta sperando di ottenere risultati diversi? Le stesse cause provocano gli stessi effetti, noi continueremo a gettare benzina su un fuoco che alla fine distruggerà tutto.
*Intervista a cura di Nicolas Gauthier [Traduzione di Manlio Triggiani]

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